24 / 02 / 2005 – 01 / 03 / 2005

A cura di Marco Mancuso

Atrium Space – Torino


La sezione Wave del Piemonte Share Festival 2005 a cura di Marco Mancuso, ha visto la collaborazione di Digicult nell’ambito della sezione audiovisiva del festival che si è tenuta presso la sede dello Spazio Atrium, in Piazza Solforino a Torino.

Wave ad Atrium è pensata per interrogare i confini esplorati ed inesplorati della sperimentazione audiovisiva, attraverso l’invito di artisti italiani di riferimento come Pirandelo (Andrea Gabriele, Claudio Sinatti, Marita Cosma) e Otolab.

Quando si parla di Audiovideo si intende un prodotto audiovisivo dotato di una progettualità e di un’estetica nata dall’integrazione profonda ed emotiva di due codici espressivi: quello basato sulla contaminazione sonora e quello incentrato sulla sperimentazione visiva.

L’audiovideo è quindi oggi un terreno di sperimentazione che si articola, attraverso alcune componenti artistiche principali:

Live Media Performance

E’ la componente dell’audio-video più di ricerca e di sperimentazione, sia nella sua componente estetica che in quella di integrazione sinestetica tra audio e video. Con il termine Live Media Performance ci si riferisce a quei concerti audiovisivi dal vivo che uniscono suoni e immagini elettroniche in un progetto integrato, non tanto come commento le seconde ai primi, quanto come elementi paritariamente sinergici di un unico evento.

La Live Media Performance è dunque un liveset multimediale complesso, condotto solitamente da un gruppo di 2/5 persone, che rappresenta il punto di unione tra realtà legate all’entertainment, e i mondi dell’arte, dell’architettura, del cinema e del design. La pratica della Llive Media Performance si differenzia da quella del Vjing, dove al contrario gli eventi sonoro e visivo rimangono due entità che viaggiano parallelamente, anche per il percorso di ricerca sia nell’ambito della musica elettronica ed elettroacustica, sia nell’ambito della video arte.

Vjing

Componente performativa che in genere nasce dall’integrazione di un gruppo di lavoro sulle immagini e uno sulla musica. La pratica del VJing, sviluppatasi nei contesti da discoteca o ‘club’ a metà degli anni ’90 in Nord Europa, nasce come commento visivo alle tracce musicali gestite autonomamente dal DJ. Questo significa che la bravura risiede nella velocità di reazione improvvisativa del VJ nel gestire il contributo visivo e che l’integrazione con la traccia musicale è spesso un fatto casuale. Il genere musicale proposto spazia dalla musica dance a quella elettronica più di ricerca.

In questo caso la ricerca di integrazione tra immagini e musica è più light in quanto la componete visuale non è sempre legata in modo progettuale a quella sonora, ma funge spesso solo da accompagnamento e coinvolgimento sinestetico, passando spesso inevitabilmente in secondo piano. Un territorio di sperimentazione molto interessante che potrebbe nel futuro portare a una profonda integrazione tra audio e video risiede nel DVJing, laddove un unico artista o gruppo di artisti propone una performance in chiave dance-elettronica in cui si instaura una perfetta sincronia tra la componente audio e quella video.

Installazioni audio-video

Componente non necessariamente performativa che si occupa soprattutto di esplorare l’integrazione tra arte, comunicazione e tecnologia. Le installazioni audiovideo in quanto tali possono esistere anche senza la presenza del loro autore e invitano a riflettere sulla spettacolarizzazione del rapporto tra musica, immagini e rapporto tra uomo e macchina, soprattutto in quelle installazioni che richiedono l’interattività dell’utente. In questi contesti spesso la componente visuale è convogliata in un messaggio emotivo per immagini così come la componente sonora è indirizzata verso il coinvolgimento attraverso i suoni, più che in un certo tipo di discorso progettuale compositivo.

Rientrano all’interno di questa famiglia i così detti VideoSoundToys che richiedono l’interazione dell’utente e che sono appunto caratterizzati da una profonda ricerca sinestetica tra audio e video Per quanto attiene quindi la Live Media Performance, l’approccio progettuale prevede sin da subito una forte integrazione tra suono e immagine, poiché il lavoro del musicista/DJ e quello del videomaker partono da un progetto e un metodo comune e condiviso. Questo implica un lavoro di gruppo attorno ad un tema, una struttura o un canovaccio o, in alcuni casi, una sceneggiatura. La complessità e la ricchezza di stimoli audiovisivi spesso impongono un limite alla durata delle performance, se si vuole tenere conto dei tempi di fruizione di chi assiste. Una Live Media Performance è quindi un’esperienza immersiva, tridimensionale, ove il pubblico è circondato da suoni e immagini in stretto rapporto fra loro e richiede, per questo, uno sforzo interpretativo e di attenzione.