“L’osservatore dovrebbe giocare un ruolo attivo nella percezione del mondo e avere una parte creativa nello sviluppo della propria immagine”: con queste parole l’urbanista americano Kevin Lynch suggeriva nel suo libro del 1961 The Image of the City un radicale cambio di prospettiva nella progettazione degli spazi urbani.
L’urbanista dovrebbe, secondo Lynch, tener conto del modo in cui gli spazi che si trova a progettare verrebbero percepiti e vissuti dalle persone: la costruzione di luoghi nei quali cercare di promuovere la comunicazione tra le persone che li vivono, è una dinamica che in decenni recenti ha avuto molti sviluppi, sia nel campo artistico che architettonico. Per citare uno degli artisti che in anni recenti ha lavorato in questo campo di ricerca, “la collettività, che è un’entità molto fragile, non ha solo bisogno di essere incorniciata dall’architettura, ha bisogno di essere coltivata dall’architettura. L’architettura ha coprodotto responsabilità, ha coprodotto valori sociali, coproduce la democrazia della quale ci gloriamo” (“An Interview With Olafur Eliasson, On Crossing Between Art And Architecture”, 2011).
Guardando i progetti dello studio Minimaforms, possiamo vedere queste riflessioni messe in pratica: molti dei loro lavori sono interdisciplinari, ricorrono alle tecnologie più avanzate per creare opportunità di dialogo tra il pubblico, e non hanno limiti nella distinzione tra le categorie di design e architettura.
Fondato nel 2002 dai fratelli Stephen e Theodore Spyropoulos, lo studio ha creato progetti che si interrogano sul modo in cui noi comunichiamo in un ambiente sempre più artificiale e culturalmente mediato come quello presente.
Filippo Lorenzin: Come e perché avete fondato Minimaforms? Potresti descrivere il vostro percorso negli ultimi dieci anni?
Theodore Spyropoulos: Io e Stephen abbiamo fondato Minimaforms come una struttura per sperimentare ed esplorare idee che facilitano nuove forme di comunicazione nell’architettura e nel design. Crediamo che il design debba sfidare le convenzioni e consentire nuove relazioni tra gli utenti e il loro ambiente. Avendo avuto l’opportunità di lavorare all’interno di studi che incentivano approcci non tradizionali nella creazione e nel design, sentivamo che, al di là degli approcci formali, volevamo costruire ambienti capaci di evolversi, adattarsi e interagire con le persone. Il nostro interesse era ed è quello di andare oltre i modelli e i metodi che rafforzano l’invariabile e il finito e che abbracciano un approccio dinamico e in evoluzione rispetto al design.
Stephen è un artista e un interaction designer, mentre io ho una formazione da architetto. Non abbiamo mai creduto nelle distinzioni disciplinari nell’ambito del design. Secondo noi si tratta di distinzioni artificiali, così ci siamo dedicati a progetti senza categorizzazione, almeno per quanto riguarda il nostro modo di affrontarli. Questo ci ha permesso di lavorare su una gamma di interventi di design molto varia, dalle interfacce ai paesaggi, dai veicoli alle atmosfere, fino ai palazzi.
Filippo Lorenzin: Descrivi lo studio come uno che comprende “un approccio generativo e comportamentale”: che cosa significa nella vostra esperienza lavorativa quotidiana?
Theodore Spyropoulos: Crediamo in modelli di design partecipativo che permettono agli utenti di essere capaci di influenzare e modellare il loro ambiente. Vogliamo che i nostri ambienti sviluppino caratteri realistici che coinvolgano la quotidianità e che stimolino le nostre interazioni reciproche. Crediamo che il design debba spiegare l’incertezza e l’ignoto e che debba sviluppare un approccio per permettere l’adattamento e l’evoluzione.
Il nostro lavoro è basato sul tempo e guidato dallo scenario. Per farlo utilizziamo una metodologia che chiamiamo design comportamentale e che esplora forme generative di lavoro all’interno di enti sociali e materiali. Il nostro approccio concettuale verso il design ci offre dei mezzi per interrogare queste idee e questi processi e, di conseguenza, organizzarci per affrontare queste sfide. Il design è la nostra modalità di indagine per avere maggiori informazioni su come operare, sfidare e ridefinire le convenzioni. Per noi il progresso è permettere soprattutto agli studi di architettura e di design di svilupparsi, per partecipare attivamente alle tematiche in corso. Per noi il design non ha una definizione chiusa: è un ambiente aperto agli interrogativi intellettuali e spaziali. Dobbiamo posizionare e contestualizzare la nostra capacità di definire, comunicare e rendere tutto comprensibile. Il design, in tutte le forme della pratica creativa, deve essere dinamico e in continua evoluzione per riuscire ad affrontare il tempo, l’inattività e l’incertezza.
Filippo Lorenzin: I vostri progetti sono spesso focalizzati sulla creazione di spazi per l’interazione sociale e materiale. Vorrei concentrarmi sull’elemento sociale: esiste un possibile intento utopico o politico nel vostro lavoro?
Theodore Spyropoulos: Per noi sono importanti le strutture costruttive per rendere possibile oggi la partecipazione. Il nostro lavoro crea un contesto per la conversazione… e noi le permettiamo intenzionalmente di essere aperta e assumere una sua forma propria. Crediamo fermamente nelle strutture costruttive per consentire un’interazione sociale, per animare lo spazio pubblico come mezzo d’interazione e d’espressione collettiva. Vediamo il design come aiuto e stimolo per l’ambiente inerte e costruito, capace di nuove relazioni che consegnino la città in mano alle persone. Oggi sembra che l’impegno preso dalla gente con la città sia diventato pre-condizionato o limitato; per noi è importante individuare gli strumenti che ci consentano di esplorare lo spazio in quanto pubblico e condiviso. Muoversi verso la creazione di cose più condivise e collettive incoraggia inoltre le persone a impegnarsi realmente con esse. Questo livello di impegno è molto importante per noi.
Quello che intendiamo dire emerge ancora più chiaramente nel nostro lavoro Memory Cloud, che è stato esposto al Trafalgar Square di Londra nel 2008 e all’esterno del Detroit Institute of Art nel 2011. Memory Cloud ha creato uno spazio ibrido dinamico, trasmettendo le dichiarazioni delle persone come parte di un testo in trasformazione e ravvivando così l’ambiente che si è costruito attraverso la conversazione. L’interazione è stata facilitata dall’uso dei cellulari, che consentono uno scambio aperto, personale e accessibile.
Filippo Lorenzin: Fra i vostri progetti, Petting Zoo (2013) è quello che più di tutti cerca di creare un dialogo aperto tra gli umani e le macchine, in un’epoca in cui la tecnologia è al centro di un dibattito riguardo l’impatto che i macchinari hanno sui comportamenti umani, e non posso pensare che questo tipo di progetti abbia l’obbiettivo di rappresentare un futuro ottimista.
Theodore Spyropoulos: Per noi la tecnologia è un’attività umana. È un’agenzia autorizzata che ha bisogno di una richiesta intellettuale, culturale e sociale attiva. Il nostro progetto Petting Zoo non è pessimista né ottimista, semplicemente sta esplorando l’intelligenza artificiale e la robotica, e la relazione emotiva che può essere promossa tra gli umani e le macchine all’interno di un ambiente. Noi stiamo esplorando il comportamento.
Il progetto è un ambiente robotico realistico speculativo che aumenta lo spettro delle domande su come gli ambienti futuri potrebbero consentire attivamente nuove forme di comunicazione con la quotidianità. Le creature a intelligenza artificiale sono state progettate con la capacità di imparare ed esplorare i comportamenti attraverso l’interazione con i partecipanti. All’interno di questa coinvolgente installazione l’interazione con gli animali incoraggia la curiosità umana e lo svago, plasmando emotivi scambi intimi che si trasformano nel tempo. Oltre alla tecnologia il progetto esplora nuove forme di comunicazione attivata tra le persone e il loro ambiente.
Filippo Lorenzin: Puoi descrivere il vostro usuale processo creativo?
Theodore Spyropoulos: Conversazionale.
Filippo Lorenzin: Come funziona?
Theodore Spyropoulos: Con una motivazione condivisa e la convinzione senza rimorsi che il design possa essere un agente positivo di cambiamento in questo mondo.
Filippo Lorenzin: Quali sono i vostri piani per il futuro? Avete nuovi progetti in corso?
Theodore Spyropoulos: Gli ultimi due anni in particolare sono stati molto emozionanti per noi, poiché abbiamo lavorato a tutti i livelli del design, dalle installazioni robotiche a un piano regolatore per la città di Osaka in Giappone. Continuiamo a sviluppare il nostro lavoro e non vediamo l’ora di affrontare le sfide che ci attendono. Prosegue il nostro progetto ad Atene, che coinvolge due punti di riferimento tematici e l’illuminazione di un parco nazionale, progettato da Renzo Piano. Quest’anno continueremo a collaborare con musicisti. Più recentemente abbiamo lavorato con la vincitrice del Grammy Imogen Heap per la sua scenografia e il suo tour. A marzo presenteremo un nuovo progetto intitolato Emotive City all’interno del Nesta’s Future Fest, che sarà un prototipo emotivo speculativo di una città futura auto-organizzata, consapevole di sé e strutturata. Stiamo anche lavorando a una nuova pubblicazione che raccoglierà questi ultimi cinque anni di lavoro trascorsi dalla pubblicazione della nostra prima monografia, Enabling.









