Alcune delle più interessanti sperimentazioni artistiche vivono sulle intersezioni delle varie discipline. La riconoscibilità stessa dei settori tradizionali di espressione è sempre più sfumata, ma il disorientamento che ne consegue si fa motore di curiosità, di fronte al libero manifestarsi della creatività contemporanea. Ora la scienza stessa è palestra di contaminazioni intellettuali, e si trova a fornire strumenti, stimoli e prospettive a campi di studio e di speculazione che sembrerebbero relativamente distanti, tra essi le arti.
In realtà, ad uno sguardo più attento, parlando di ricerche ed espressioni umane, esse si avvalgono spesso di strumenti e tecnologie che si muovono in parallelo, se non insistono anche nello stesso campo. Il mondo digitale attuale, se non altro per la frammentazione in “bits and pieces” dell’universo, ne è la testimonianza più attuale.
Timo Hoogland è artista olandese, il cui campo di lavoro si estende tra musica elettronica, programmazione di strumenti audiovisuali, attività performative ed insegnamento. Una delle sue attività più frequenti è quella relativa al “live coding”, una pratica artistica ove lo strumento è il computer, la “partitura” – meglio le “regole di ingaggio” – sono il programma che lo governa, e l’operatore è colui che utilizza il programma in tempo reale, interagendo con esso dal vivo.

Nell’esperienza comune dei concerti capita di venire spesso rapiti dalla virtuosità degli esecutori, si muovano essi nel reticolo della partitura o fuori da esso. Quando lo strumento è una macchina, nella fattispecie un computer, si è ragionevolmente un po’ spiazzati. Ma sono molte le similitudini tra la “rappresentazione” con strumenti tradizionali e quella con un computer. Ed è in continuo movimento il rapporto tra quanto è “programmato” – in senso stretto – e quello che si genera spontaneamente dal vivo.
Ma qui vari sono i fattori da considerare, alcuni dei quali particolarmente intriganti, considerando gli attori in gioco. Intanto lo scambio tra “macchina” e “umano” può stratificarsi, ed intersecarsi, ed è curioso il “dialogo” che si instaura, se vogliamo, tra l’operatore ed il suo pensiero “traslato”, organizzato. Sono temi prodromi di indagini più ampie, che per forza di cose, in questi anni, coinvolgono le riflessioni che intervengono in relazione all’intelligenza artificiale.
Una scena attiva e variegata, quella del “live coding” che porta sulla scena queste questioni, ed ove la contiguità tra arte e scienza si fa manifesta. Hoogland è uno dei suoi protagonisti, estendendo la sua ricerca al campo audiovisuale, alla realizzazione di hardware e software (il programma “Mercury” – un omaggio al pianeta che “governa la creazione e l’espressione dei nostri processi mentali”, oltre che “messaggero alato”, certo [https://mercury-playground.cc/]) orientato ad un suo uso accessibile, possibilmente diffuso.
Ma i contesti in cui opera l’artista olandese sono più ampi, e danno ragione di una particolare sensibilità. Performer in vari festival, organizzatore di incontri di “live coding”, animatore della comunità di “Netherlands Coding Live”, è anche insegnante e educatore, in workshop divulgativi, frequentati da persone anche non dotate di una cultura informatica specifica. La ricerca artistica, invece, si misura anche con installazioni in cui il coinvolgimento sinestetico si fa più intenso (per es. “Diffract”, una performance audiovisuale, in collaborazione con Eerie_ear, che combina diversi frammenti in un ambiente sonoro immersivo).

Performance credit by Pauluz
Una sensibilità provata anche dallo spirito di condivisione, che si manifesta nell’esigenza di andare verso il pubblico, sia esso l’audience di un concerto, che gli studenti di un workshop, che i curiosi che vengono invitati a “mettere le mani” e sperimentare con la tecnologia, e nell’idea di comunità – tecnologi, scienziati, artisti, … – che cresce con il contributo reciproco.
L’intervista con Timo Hoogland è stata realizzata in occasione del Festival SEEYOUSOUND, che si tiene a Torino, e che indaga i vari aspetti del rapporto tra cinema e musica.
D.: Come puoi riassumere il tuo impegno nella musica?
R.: Ho iniziato un po’ con le cose che faccio ora. Lavoro principalmente con la musica elettronica, ma suono anche la batteria e ho un background da batterista. Ho iniziato a suonare le percussioni e a imparare a suonare la batteria quando avevo 11 o 12 anni, poi ho continuato a studiare in una sorta di Conservatorio. Nei Paesi Bassi, da dove vengo, abbiamo una cosa chiamata Pop Academy, che sì, è più focalizzata sul rock, sul metal, quel tipo di generi. Da lì il mio interesse è cambiato un po’, verso la registrazione e la produzione musicale. Poi – durante i miei studi triennali – ho studiato audio design, che si concentrava maggiormente sulla registrazione di musica e sul mixaggio, e tutti gli aspetti della produzione.
Durante quegli studi ho incontrato la musica elettronica e anche la programmazione di musica elettronica. Questo ha davvero catturato il mio interesse e mi ha fatto cambiare molte delle cose che facevo. Ho cambiato direzione, passando alla creazione di software per i miei pezzi audiovisivi, creando anche visual e musica elettronica con molte cose diverse, come i sintetizzatori. Questi sono fondamentalmente tutti i miei impegni odierni: musica elettronica e scena musicale. È molto da riassumere in poche frasi, forse, ma sì, così è, credo.
D.: Come potresti descrivere in particolare il processo di programmazione dal vivo (il “live coding”)?
R.: Sì, potrebbe essere utile descriverlo un po’. Quando lavoravo con la musica elettronica, per un certo periodo, non la suonavo molto dal vivo, ma programmavo dei brani, di cui poi registravo il video, che poi pubblicavo su YouTube, ad esempio.
Quando conclusi la laurea breve, stavo ancora cercando un modo per eseguire questi pezzi di musica elettronica anche sul palco e, dato che sono anche un batterista, mi piaceva molto l’idea di poter improvvisare un po’ anche con i brani, così non dover provare un pezzo dall’inizio alla fine, ma semplicemente andare e suonarlo sul palco e poi vedere cosa succedeva. Così ho iniziato il Master in Music Design all’Università delle Arti nei Paesi Bassi, a Utrecht. Durante quei due anni ho cercato di capire come poter eseguire questa musica elettronica.
Il mio corso è stato supervisionato da Marcel Wierckx, un compositore audiovisivo, un ingegnere del software e programmatore, che mi ha indirizzato verso la scena del “live coding”. La scena del “live coding” è molto interessante, perché è una scena di programmatori e musicisti elettronici, ed anche artisti visivi, che invece di programmare tutto nel proprio studio o in camera da letto, hanno la programmazione come parte della performance.
Quindi è la programmazione come una specie di performance art: salgono sul palco, digitano il software dal vivo e proiettano i codici dietro di loro, in modo che il pubblico possa vedere cosa sta succedendo nel brano. Voglio dire che effettuano prove, ma improvvisano anche, ed è così che la performance va, dall’inizio alla fine. Questo metodo ha davvero catturato anche la mia attenzione, ed è così che continuo a lavorare ed è quello che faccio principalmente adesso: “live coding”, musica elettronica.

@matt capucchio
D.: Alcuni dei tuoi lavori – installazioni come “.Abstraction()”, per esempio – stanno cercando di avvicinare le persone all’intersezione tra tecnologia e arte. É questa una delle tue linee guida?
R.: Sì. Mi piace questa domanda perché è sicuramente qualcosa che penso sia molto importante. Sono anche un insegnante. Insegno nel corso di laurea in progettazione audio in cui ho studiato anch’io, continuo a insegnare lì. Mi piace molto mostrare alle persone come si può essere espressivi con il software, e imparare a scrivere il proprio software per creare musica o immagini, o anche hardware o qualche altra forma di interazione.
Con il mio lavoro, come l’installazione “.Abstraction()”, ma anche con le mie performance di “live coding”, ho anche cercato di mostrare alle persone come si possono creare cose da soli, con il software, e interagire con esso e anche dare qualche spunto su come funziona il sistema. Come ad esempio l’installazione “.Abstraction()”: è come plexiglass, le persone possono vedere attraverso, e vedere i fili, vedere il computer, vedere come è costruito e anche come parte di quell’installazione il software sia open source. Se vuoi puoi fare l’installazione da solo, se acquisti l’hardware e scarichi il software.
Questa parte della condivisione della conoscenza, e della condivisione delle informazioni, penso sia molto importante. Ho imparato molto da altre persone e dalle informazioni che ho trovato online o dai tutorial, o guardando i codici di altre persone che sono open source. Condividere anche il mio software open source è un modo per restituire qualcosa all’intera comunità. Magari qualcun altro può usarlo e imparare qualcosa. Penso che sia molto, molto bello da fare.
D.: Stai anche condividendo il tuo lavoro con altri artisti. Nelle tue collaborazioni con altri musicisti, cosa cerchi?
R.: Sì… adoro collaborare con altre persone, soprattutto perché hanno retroterra molto diversi nel fare musica, o nel creare video, o hanno idee diverse su come le cose dovrebbero suonare o apparire. Posso imparare molto da questo. Ho diverse collaborazioni, e da queste collaborazioni dipende un po’ cosa si produce, ovviamente. Posso citarne alcune se vuoi. Ad esempio, collaboro molto con Lina Bautista: è una programmatrice dal vivo, ma anche una chitarrista.
Nella nostra collaborazione programmiamo musica elettronica dal vivo, quindi usiamo il “live coding”. Lei usa il linguaggio Mercury, che ho sviluppato durante i miei master. Una cosa davvero bella, quando collaboriamo – e anche quando effettuiamo le prove — è che lei usa il linguaggio in un modo completamente diverso dal mio. Oppure ha idee diverse su come creare un certo suono o su cosa vuole provare. E questo mi dà un sacco di idee per migliorare il software e per la creazione di nuove funzionalità, ad esempio, o per modificare elementi del software che lei od altri possono usare. È qualcosa che apprezzo molto della nostra collaborazione, o della collaborazione in generale.
D.: Il nostro comune rapporto con la tecnologia sta diventando sempre più complesso, da un lato. Dall’altro, il numero di strumenti necessari per utilizzarla sta aumentando. A volte l’artista è un medium in questo ambito. Come si sviluppa questo ruolo?
R.: Sì, penso che questo tipo di temi si colleghino anche all’idea generale di istruzione, condivisione delle informazioni e creazione di software open source, ad esempio. Penso che, come artista, voglio mostrare alle persone che l’ingegneria del software può essere accessibile e che si può usare per l’espressione artistica, non solo per creare, che so, una specifica applicazione bancaria o qualcosa del genere. Penso che sia molto interessante mostrare alle persone che questo è possibile e che tutti possono imparare a farlo. Il numero di strumenti software sta effettivamente aumentando, ma penso sia anche importante che ci sia una scelta, perché se avessimo una sola applicazione… lo vediamo ora, con quanto sta accadendo con Meta e Facebook, le persone vogliono abbandonare WhatsApp, per esempio, e poi…
Voglio dire, siamo contenti che ci siano delle alternative, volendo abbandonare queste applicazioni è positivo che ci siano delle applicazioni tra cui scegliere. Lo stesso vale, ad esempio, nell’ambito del live-coding. Ho progettato un linguaggio di live-coding, ma non è certamente l’unico linguaggio. Ci sono molti altri linguaggi in circolazione, alcuni più popolari di altri. Ma ognuno ha un approccio diverso alla creazione di musica o di immagini. È positivo poter scegliere tra diversi linguaggi, per vedere quale ti serve o quale funziona meglio per te. È lo stesso che scegliere uno strumento, come una chitarra o un basso. Puoi fare lo stesso con il software.
D.: Cosa significa per te la tecnologia? È solo uno strumento o un compagno, nelle tue avventure musicali? Forse qualcuno con cui puoi persino dialogare?
R.: Sì, mi piace l’idea di poter dialogare con il software. Per me, ad esempio, quando programmo musica algoritmica, o quando programmo installazioni, gran parte del processo è dovuto al fatto che potrei avere un’idea e voler provare a farla funzionare, ma poi potrebbe esserci un’altra parte in cui si introduce una certa casualità, oppure si inseriscono altri tipi di algoritmi di cui non si sa esattamente quale sarà il risultato. E poi si vede semplicemente cosa fa il computer. Penso anche che applicazioni diverse diano risultati diversi, quindi si possono fare cose diverse. Si entra in una sorta di dialogo con il sistema. In realtà, un’altra cosa che mi piace in quest’ambito è che lavoro anche a una performance in cui continuo a suonare la batteria sul palcoscenico. E durante la performance, voglio provare a suonare la batteria e contemporaneamente programmare in tempo reale.
Potete immaginare quanto sia difficile tenere le bacchette e contemporaneamente suonare con il computer e digitare. Così ho sviluppato un sistema in cui il computer ascolta quello che suono alla batteria e poi interagisce con esso. Ma il computer prende anche delle decisioni a modo suo, il che mi forza ad ascoltare cosa succede e poi, in base a ciò che accade, devo improvvisare alla batteria. Quindi siamo in una specie di jam session. Quando suono qualcosa, vedo cosa ne fa il computer e poi devo rispondere a ciò che il computer mi restituisce. Mi piace molto questo processo, in cui si può improvvisare sul palco e vedere cosa succede, nel tempo.
D.: La sinestesia tra la musica e altre forme d’arte ha una lunga storia. Come puoi immaginare questa interazione nel futuro?
R.: Possiamo aspettare e vedere… come dici tu, c’è una lunga storia di combinazione di immagini e musica o musica con la luce. O di tentativi di combinare tutti questi diversi elementi in un unico strumento o in un’unica performance. E Newton ci stava già lavorando, cercando di combinare la musica con la luce o i colori con i toni specifici di uno strumento.
Quindi risale a molto tempo fa, e lo facciamo ancora, ora con molto materiale digitale, ovviamente. E gli strumenti cambiano, e anche, credo, l’estetica cambia, il risultato cambia, o ciò che le persone pensano sia importante in un’opera audiovisiva, per esempio. Ma per il futuro, sì, penso che continueremo a farlo.
Che tipo di strumenti useremo per questo? Non lo so, potrebbe essere ancora lo stesso software che sto realizzando ora, forse tra 10 anni. Non ne ho idea. Potrebbe essere tutto basato sull’intelligenza artificiale. Sì, possiamo discutere se sarebbe una buona cosa o no. Penso che sarebbe almeno bello se ci fossero più approcci diversi. Come vediamo ora, così tanti artisti diversi stanno combinando strumenti diversi per creare opere interessanti.
Questa sarebbe la mia piccola predizione, ma sono davvero pessimo in questo campo, quindi non mi fido della mia parola. Vedremo.
