Ho un ricordo di quando ero piccola. Gli occhi che mi si riempivano di lacrime durante un concerto di musica classica a Ramallah, eseguito da bambini della mia stessa età. Mi ricordo anche di tutti gli inutili tentativi di convincere i miei genitori a farmi studiare musica, alla fine dei quali mi sono sentita svuotata e senza speranza.
L’istruzione musicale era troppo cara per loro: rifugiati palestinesi costretti a spostarsi in continuazione fra Libano, Siria e Palestina. Per me era doloroso guardare gli occhi sereni di quei bambini che suonavano con tanta tranquillità e orgoglio, senza preoccupazioni. L’impossibilità della mia famiglia di offrirmi questo lusso fu una chiave di volta per me, perché mi spinse a pensare alla produzione di musica e ai suoi aspetti commerciali. Fu sempre in quel periodo che cominciai a sviluppare un certo interesse per la musica sperimentale e a pormi delle domande non solo sulla musica ma sul suono in generale.
Piena di domande e di voglia di fare, mi chiesi “chi ha le capacità necessarie per fare musica”? Dopodiché cominciai a registrare i suoni che mi circondavano, pratica perfetta per sperimentare. Un luogo come la Palestina è pieno di influenze che fanno pensare al vero significato del suono stesso.
In Palestina il suono è mischiato a elementi contingenti. Durante l’Intifada l’esperienza sonora è stata terrificante. Un carrarmato che passava per la strada ti faceva credere che ci fosse il terremoto. Il rumore degli strumenti di guerra segnava fortemente sull’esperienza del momento e dava una sensazione di imprevedibilità rispetto a quello che sarebbe successo dopo.
Penso che vivere in Palestina sia un po’ come fare musica sperimentale, proprio perché non è indipendente, ma instabile, frammentaria, mutevole, inquietante e piuttosto cacofonica, proprio come i suoni della guerra.
Un anno fa ho iniziato a lavorare a un progetto musicale chiamato Shams Asma, che in arabo può significare “il sole di Asma” oppure “il sole più alto”. Il progetto era il risultato diretto della mia incapacità di ricevere un’istruzione musicale da bambina. Ho cominciato a registrare suoni diversi: rumori di macchine, movimenti quotidiani, silenzi, strumenti musicali, suoni elettronici e altri ancora, con lo scopo di criticare il cambiamento nello stile di vita e il fenomeno della costruzione nelle città palestinesi, concentrandomi sulle domande che venivano fuori dalla trasformazione audio-visiva di città brutte ma affascinanti, indipendenti ma occupate, e segnate da altre contraddizioni.
Come parte della mia ricerca per questo progetto in corso, Shams Asma, e per scoprire di più sulla scena musicale sperimentale araba, mi sono messa in contatto con sei importanti musicisti sperimentali e sound artist provenienti dal Medioriente e dall’Egitto: Sary Moussa (a.k.a. Radio KVM, Libano), Jad Atoui (Libano), Donia Jarrar (Palestina), Stormtap (Palestina) e Ismail Seleit e Mohamad Ali Talybab di Elmanzouma (Egitto).
Asma Ghanem: Quale definizione dareste al vostro suono?
Sary Moussa – In termini di suono e di genere, non ho mai condotto una ricerca unidirezionale. Mi interessa di più la mutazione, la musica come intersezione fra diverse fonti sonore. Ciò significa tentare di ricavarsi un proprio spazio… Ma dato che la mia risposta potrebbe cambiare nel giro di qualche ora, quello che ho detto potrebbe non essere più valido!
Mohamad Ali Talybab – Non vogliamo rinchiuderci in una definizione musicale specifica… Per esempio, non posso dire che facciamo hip-hop. La musica si sviluppa a partire dall’ambiente di cui siamo parte. A volte quello che facciamo è una forma di rumore, oppure una registrazione di un campo sonoro noioso per una ventina di minuti.
Donia Jarrar – Ogni mezzo artistico raggiunge diversi tipi di pubblico in modi diversi. Se, per esempio, stai componendo per un’orchestra, puoi avere controllo solamente sulle note scritte sullo spartito e non i musicisti che eseguiranno la tua musica… Se quindici musicisti suonassero le stesse note, non le suonerebbero allo stesso modo. Se quindici ballerini sentissero gli stessi suoni, non li sentirebbero allo stesso modo. È ciò che amo della composizione orchestrale sperimentale: puoi solo aspettarti l’inaspettato.
Stormtrap – Per me è sempre stata una sfida definire la mia musica. Questo principalmente perché la mia musica coinvolge stili diversi; a volte si potrebbe definire come hip-hop puro, altre, invece, come ambient o elettronica… Non sono un amante delle etichette e delle classificazioni, ma se dovessi spiegare a qualcuno quello che faccio, direi che scrivo testi, parlo, faccio rap e produco la musica attraverso il mio computer utilizzando suoni analogici e digitali.
Asma Ghanem: Quali sono state, o sono, le vostre influenze musicali?
Jad Atoui – Oggi ascolto molti musicisti, tutti provenienti da background diversi, come DJ Shadow, Secret Chiefs, Flying Lotus, David Lynch e Godspeed You! Black Emperor. A influenzarmi maggiormente, però, è la mia stessa percezione sia dei suoni naturali che di quelli artificiali. Lavoro sempre per dare un’identità ai miei progetti, come ho fatto con l’atmosfera orientale di Black Sea.
Sary Moussa – Non ho mai avuto delle influenze fisse. In passato, ma anche adesso, ascoltavo molto drill-hop, drum’n’bass e two-step. Anche il lavoro di Thelonious Monk, LaMonte Young, Philip Glass e di Moondog mi ha influenzato. D’altra parte, trovo di grande ispirazione anche le scene techno di Birmingham e di Manchester, così come la musica promossa, per esempio, da etichette come Downwards e Modern Love.
Ismail Seleit – Personalmente sono stato influenzato dal movimento minimalista, ma anche da blues, post-rock e punk. Mi piacciono le cose semplici, ripetitive, assordanti, rumorose e caotiche.
Mohamad Ali Talybab – La mia formazione musicale è stata molto influenzata dall’hip-hop old school, il jazz, il soul, il funk e il rock psichedelico… Da grandi artisti come Gil Scott-Heron, Fela Kuti, Nina Simone…
Donia Jarrar – Mia mamma è una pianista e io sono cresciuta ascoltandola mentre suonava Chopin e Beethoven… Questi musicisti sono stati fra le mie prime influenze musicali. Quando avevo nove anni scoprii le collezioni di cd dei miei fratelli maggiori: Björk, Radiohead e Aphex Twin. Ero entusiasta all’idea di usare la tecnologia per rappresentare la natura e le emozioni. John Cage è uno dei miei compositori preferiti: ha capito che tutti i suoni sono musica e che persino il silenzio non è veramente tale. Lui stesso ha dichiarato: “Sia che li produca io o no, ci sono sempre suoni da ascoltare, e sono tutti magnifici”. Mi sento anch’io così per quanto riguarda le emozioni, le reazioni o le espressioni della gente: le studio e cerco di rappresentarle attraverso il suono.
Asma Ghanem: Che cosa vi ha spinto inizialmente a produrre musica? Quando avete cominciato a lavorare come musicisti sperimentali?
Jad Atoui – Ho cominciato a produrre musica elettronica nel 2008. Ero appassionato di Aphex Twin, Squarepusher e Autechre e mi ero sempre chiesto come avevano fatto a creare certi suoni negli anni Ottanta e Novanta. Così ho cominciato a “smanettare” con il mio computer e ho provato e riprovato finché non sono riuscito a comporre una traccia.
Sary Moussa – Non c’è stato un singolo stimolo. A volte mi diverto con i suoni di una drum machine che escono da un amplificatore guasto, o mi piace spingere fino al limite un sintetizzatore, pieno di riverberi, così come i loop della musica folk tribale del Nord Africa, la techno a 120 bpm, il kraut-rock, e persino le accelerazioni del synth-pop siriano. Un metodo al quale mi sto ispirando per il processo di scrittura del mio album è la creazione di loop per poi cercare di spingerli al massimo, mantenendomi nei limiti imposti dagli strumenti in studio. Ho presto scoperto le digital audio workstation (DAW), e da allora non mi sono più fermato. Il mio primo vero concerto è stato nel 2008, con l’artista libano-palestinese OkyDoky.
Donia Jarrar – Ho cominciato a sperimentare, a produrre suoni e a comporre i miei brani con il pianoforte quando avevo quattro anni. Provavo a imitare i suoni della natura e le persone accanto a me. Usavo la musica come strumento per comunicare, per raccontare una storia, per descrivere con un insieme di note quello che avevo sentito.
Asma Ghanem: Cosa ne pensate della scena musicale sperimentale nel mondo arabo?
Jad Atoui – Secondo me, il mondo della musica sperimentale araba è ambizioso. Il problema principale è la mancanza di istruzione rispetto alla nostra stessa tradizione musicale. Di conseguenza, la maggior parte dei progetti di musica sperimentale non danno una spinta in avanti a quest’ambiente. Per questo motivo sto cercando di approfondire la mia preparazione e di accrescere le mie conoscenze riguardanti la nostra musica tradizionale, così da dare un’identità alla mia sperimentazione sonora. Nonostante i molti problemi la scena si sta espandendo, e alcuni grandi musicisti stanno lavorando duramente per darle una “spinta” potente.
Sary Moussa – Non possiamo chiudere nella stessa categoria chiunque faccia musica sperimentale e sia casualmente arabo; non esiste una scena sperimentale in questo senso. Il contrasto tra l’opera di un suonatore di oud e quella di un producer che fa musica dance può essere davvero profondo – appartengono alla stessa scena solo perché sono arabi e stanno sperimentando? Detto questo, c’è sempre stata moltissima musica sperimentale proveniente dal mondo arabo, io la considero una ventata d’aria frasca a prescindere dal genere. La maggior parte della musica sperimentale nel mondo arabo e orientale ha girato un po’ a vuoto fino a oggi, forse perché dobbiamo ancora ammettere che la nostra identità culturale è in continuo mutamento e non necessariamente collegata a un solo riferimento geografico. Accettare che le cose stanno così e voltare pagina, è l’unico modo per liberare gli artisti sperimentali dalle proprie restrizioni. È come una rivoluzione che non rappresenta una soluzione, ma piuttosto un passo in avanti verso qualcosa di diverso.
Donia Jarrar – Si vedono molti giovani musicisti arabi fare la stessa cosa con la propria musica. Credo che molti di noi stiano provando a catturare il nostro ambiente e le nostre storie per trovare una nostra voce e guadagnare il rispetto nel mondo non solo come artisti arabi, ma anche come artisti internazionali. Abbiamo preso le nostre tradizioni storiche e le abbiamo tradotte in rime rap, e siamo diventati molto famosi anche per la nostra irtijal (letteralmente “improvvisazione”) dal vivo. Continuo a pensare che la musica sperimentale araba non abbia ancora trovato un grande riscontro da parte del grande pubblico, anche se probabilmente le cose stanno lentamente cambiando grazie a progetti come Al-Maslakh in Libano e il suo Festival of Experimental Music.
Stormtrap – Penso che negli ultimi anni sia stato fatto un bel passo avanti e mi sento davvero ottimista riguardo a ciò che ci riserva il futuro. Ho ascoltato un sacco di bella musica su internet, e io stesso attualmente mi sto muovendo in diverse direzioni, diventando più indipendente e abbandonando i percorsi più “tradizionali”. Per quanto riguarda la mia musica, credo che presto possiate aspettarvi di sentire dei suoni molto più stravaganti, sinceri e potenti.
Questo articolo è la versione completa di un altro articolo pubblicato originariamente sul portale Reorient:
http://www.reorientmag.com/2013/12/arab-world-experimental-music/






