Carl Stone – Realistic Monk – Photo by Miki Yui

I linguaggi artistici si muovono in consonanza con i loro tempi, certe volte cercando di anticipare le tendenze in corso, certe volte costituendone poi una delle più durevoli testimonianze.

Come non si può parlare degli inizi del XX secolo e della sua storia senza citare il futurismo o la dodecafonia, per esempio, o gli anni del secondo dopoguerra senza citare l’espressionismo astratto o il rock’n’roll, così non si può parlare degli anni 80 senza citare il post-modernismo e la cultura hip hop.

Ma in realtà le divisioni risultano artificiali, quando scopriamo che i fili si intrecciano, le tracce si confondono ed i risultati di ogni arte hanno legami spesso impensabili.

Alcuni dei semi gettati dal “fenomeno” Dada – una deflagrazione – vengono ripresi dalle tecniche “cut-up” di William Burroughs, ed in letteratura si “supera una soglia” dalla quale non si tornerà più indietro. In musica si raccoglie lo spunto in parallelo con la nascita di strumenti atti ad esprimerlo: negli anni 70 la musica scende per strada, con i suoi “beatbox”, la poesia istantanea del rap, i DJ che martoriano i dischi, ne parcellizzano i suoni e li rivoluzionano. Nascono anche i primi strumenti digitali per il trattamento del suono, da allora sempre più sofisticati. Ed invitano le orecchie più attente, e gli spiriti più liberi, a diffondere la curiosità per la sperimentazione sonora.

Carl Stone si è nutrito di tutte le spore musicali della sua atmosfera, fosse quella degli USA o del suo amato Estremo Oriente, e di tutte le altre che, in ragione della loro “persistenza” nella memoria, hanno attivato il meccanismo creativo. Si è avvalso di mezzi sempre migliori per “coltivare” un corpus di lavori, e di collaborazioni, dove ha sintetizzato le sue esplorazioni elettroniche, elaborando e guadagnando uno spazio assolutamente originale nel contesto della musica contemporanea.

L’ascolto si apre curioso, spesso sorprendente, e la destrutturazione e ricostruzione del suono è la camera dell’eco dove troviamo richiami alla cultura popolare, allo spirito dei luoghi, alle musiche del mondo, ai giochi della mente che possono scatenare.

Carl Stone affianca il suo impegno come compositore, musicista e performer a quello dell’insegnamento, al Dipartimento di Ingegneria dei Media della Chukyo University, in Giappone.

Abbiamo incontrato Carl Stone in occasione della sua masterclass ed esibizione live al Circolo del Design di Torino, un progetto a cura di ALMARE – collettivo di ricerca sui linguaggi che utilizzano il suono come mezzo espressivo – e SØVN Records, parte della rassegna “The Listeners”.

Il Sito di Carl Stone

https://www.rlsto.net/Nooz/

Carl Stone – Photo Martin Holtkamp [martinholtkamp.com]

Marco Aruga: Come descriveresti la tua evoluzione come compositore, cercando di riassumere i tuoi interessi principali?

Carl Stone: Dall’inizio della mia vita musicale, come compositore, sono stato interessato all’idea di usare musica “trovata” o “appropriata” come mio punto di partenza. Viene da una fascinazione che ho sviluppato verso diversi tipi di musica, mentre ero studente al California Institute of the Arts, dove appunto ho scoperto diversi tipi di musica e la biblioteca musicale. Cominciai a sperimentare con diverse combinazioni e miscelazioni, usando tecniche di collage e di montaggio sonoro.

Sono interessato ad esplorare musica preesistente, perché le persone possano trovare un nuovo modo di ascoltare qualcosa. Qualcosa che pensavano gli fosse familiare, ma sviluppando il non familiare all’interno di ciò che è familiare, le persone possono fare nuove scoperte ed avere nuove connessioni emotive con musiche con cui non pensavano di poterne avere.

Marco Aruga: Molte delle tue composizioni – come dicevi – usano elementi eterogenei, che vengono da fonti differenti. Come li raccogli? Come attraggono la tua attenzione?

Carl Stone: È difficile qualche volta dire esattamente perché un brano possa trovare strada nella mia coscienza, qualche volta è molto casuale. Non posso dire sempre esattamente cos’è che mi affascina in un particolare brano, che me lo fa campionare ed esplorare. Infatti, è perché non capisco il perché sono attratto da un pezzo, che ho il bisogno di esplorarlo. La composizione che posso creare da quel brano è un “metodo di esplorazione”, è dove scopro la risposta, alla fine. La musica che era importante per me, nella mia gioventù, trova posto nella mia musica, perché ha delle connessioni sentimentali o emozionali. Perché non ascolto molta musica pop, non sono molto informato su cosa accade nel mondo della musica pop. Ma non perché non mi piaccia, ma solo perché – in qualche modo – non la ascolto, non ne “consumo”. Ma quando sono fuori, camminando in una nuova città, o in un caffè dove c’è una musica di sottofondo, e ascolto una canzone che non ho mai ascoltato prima – e può essere anche una canzone molto popolare, ma io l’ho sentita per la prima volta – ci può essere un fraseggio, un aspetto, una misura, un “qualcosa” che ritengo interessante. Allora vado a cercare chi sia l’artista, per trovare il brano ed iniziare ad esplorarlo. È qualcosa di immateriale, l’interesse che posso provare, ma è divertente esplorare e scoprire dove si trova.

Marco Aruga: Questo metodo compositivo è collegato direttamente ad altri, di altre tendenze artistiche: il linguaggio “cut up” usato in letteratura, la musica e la cultura hip-hop e rap. Vedi somiglianze tra queste manifestazioni artistiche e la tua ricerca?

Carl Stone: Penso ci siano delle somiglianze tra artisti “cut up”, sia provengano dalla tradizione postmoderna, sia vengano dal rap o dall’hip-hop. Penso che in qualche modo stiamo indagando gli stessi territori. Abbiamo iniziato nello stesso momento. I miei primi esperimenti con gli LP, “tagliandoli” con un digital delay ed un campionatore, all’inizio degli anni ‘80, erano fatti in parallelo con quanto Grandmaster Flash od altri DJ stavano facendo, principalmente sulla costa est (degli USA). Non ero al corrente di Grandmaster Flash, e sono certo che Grandmaster Flash non fosse al corrente di Carl Stone, ma non importa, perché era una sorta di “spirito del tempo”, penso, che emergeva in quel periodo, e che sta continuando, a diversi livelli, anche oggi.

Marco Aruga: Una delle passioni, e delle fascinazioni, che hai sviluppato durante la tua carriera è quella per l’Asia, vivendo su entrambe le sponde dell’Oceano Pacifico. Che tipo di elementi (culturali, musicali, sociali) ti hanno attratto verso est?

Carl Stone: La musica asiatica la trovo molto attraente, certamente, per la mia vicinanza – avendo vissuto in Giappone –. Non solo la musica folclorica giapponese, ma anche di altre parti dell’Asia, come la Corea o la Cina, o altri luoghi più a Sud, come la Tailandia, o il Vietnam. L’Asia ha molte e ricche culture musicali, ma non sono interessato solo all’Asia. Sono interessato alla musica dell’Africa, di parti dell’Europa, e così via. Certamente vivere in Giappone aiuta certamente molto, e l’approccio giapponese al tempo ed alla struttura è molto speciale, ed ha av.uto qualche influenza su di me, ma sono interessato anche a molti altri tipi di musica.

Marco Aruga: Come l’evoluzione degli strumenti elettronici ha influenzato il tuo modo di lavorare con la musica?

Carl Stone: La tecnologia musicale si è evoluta molto negli ultimi 20/30 anni. La cosa che ho apprezzato di più in questa evoluzione è, al primo posto, il fatto che gli oggetti sono più compatti, più piccoli. All’inizio era un impegno molto laborioso mettere insieme tutte le apparecchiature quando si viaggiava e si suonava. Ora può essere tutto contenuto in un computer portatile. Ora inoltre abbiamo la precisione dei computer ad alta velocità, che ci permette di ridurre i tempi a livelli microscopici, a frammenti di secondo, 1/44.000 di secondo, o anche risoluzioni più elevate. Questo tipo di precisione è una cosa meravigliosa, ed è accaduta nella tecnologia degli ultimi anni.

Marco Aruga: In tutto il mondo si sta affrontando la questione dell’Intelligenza Artificiale. Come artista, e compositore che usa la tecnologia, cosa ne pensi? Lo consideri stimolante, uno strumento compositivo, un possibile “complice”, o…

Carl Stone: L’Intelligenza Artificiale sta cercando ora la sua strada all’interno del mercato di massa. Ci sono molte domande interessanti che sono state sollevate, sia circa la praticabilità dell’uso dell’Intelligenza Artificiale, sia circa quali possano essere considerate le norme che debbano essere stabilite nel suo uso. Ho usato un limitato numero di tecniche di Intelligenza Artificiale per alcuni anni, per esempio per separare gli elementi musicali all’interno di un brano, ma ora che ci sono le possibilità, per le macchine di Intelligenza Artificiale, di creare musica, e stili musicali, senza citare quello che potrà accadere dal punto di vista “visuale” ed altrove, è un progetto molto stimolante ed allo stesso tempo molto inquietante da considerare. Come essere umano, mi sento quasi incapace di ricomprendere a pieno quali potranno essere le possibilità e quali i rischi…