NOTTINGHAM CONTEMPORARY - NOTTINGHAM
15 MAY 2010

 

Unendo le forze con quelle del Nottingham Contemporary, come parte della loro prossima mostra Uneven Geographies  “Tracing Mobility”, il primo dei tre simposi di Radiator, esamina la nascita di un nuovo spazio, uno spazio figlio della tecnologia e usato per controllare e dividere la società.

Dopo la caduta del muro di Berlino e gli attacchi dell’11 Settembre, l’Europa è entrata in una nuova fase storica caratterizzata dal movimento di massa degli individui attraverso i confini nazionali. L’emigrazione è diventata una delle più grandi patate bollenti della politica degli ultimi 10 anni, unendo sinistra e destra nella demonizzazione di milioni di persone il cui unico reato è cercare di trovare un modo per sopravvivere.

Perversamente, il complesso militare-industriale occidentale al cuore della nostra società, negli ultimi trent’anni ci ha preparato alla mobilità – da quando, negli anni settanta, ci siamo messi in tasca la prima calcolatrice. La società vuole essere mobile, colonizzatrice attiva di nuovi spazi per nuovi motivi.

Abbiamo sentito parlare di ufficio mobile, di città digitale e di realtà aumentata. Siamo ossessionati dal volere ridurre le dimensioni dei nostri telefoni, dei nostri computer o dei nostri HiFi. In una regione del mondo che sta diventando sempre più pigra, è un paradosso poiché dovremmo interessarci di più alla portabilità delle periferiche del nostro stile di vita.

Oggigiorno, non abbiamo bisogno di sederci in uno stretto e rumoroso ufficio per scrivere i nostri rapporti, saggi o bilanci. Connessi a una o un’altra rete digitale, ora possiamo copiare file in un parco, su un treno o in un bar. La questione è: abbiamo bisogno di rimanere in ufficio? Un bar dotato di una buona connessione può fare da hot desk (scrivania condivisa) per un piccolo avvio e offrire il perfetto “watering hole”  dove anche altri imprenditori possono riunirsi.

 

 

Parallelamente a questa mobilitazione individuale, lo stesso ambito pubblico è diventato una zona ibrida – uno spazio fisico che si sovrappone ad un altro attraverso un gruppo di connessione dove ci incontriamo e svolgiamo il nostro lavoro, come un architettonico diagramma di Venn.

Non è solo il business a trarre vantaggio da tutto questo. Le comunità virtuali stanno spuntando ovunque, ideate per spiegare particolari e specifiche culture e idee. Anche i nuovi emigranti traggono vantaggio da questa sovrapposizione poiché possono continuare a vivere lontanamente vicino ai loro compatrioti pur lavorando in un paese straniero, del quale possono non conoscerne la lingua, e pur avendo poche occasioni per andare a trovare i propri famigliari. Questo scenario può offrire una delicata integrazione in una nuova cultura per molti ma può portare anche ad una mancanza di integrazione. Sorge una questione qui in fondo al cuore del dibattito multiculturale contro il dibattito sull’integrazione. Comunque, in un mondo post 11 Settembre orientato all’integrazione, dovremmo renderci conto che il multiculturalismo elettronico sta proseguendo nonostante il dibattito – e sta avendo un successo incredibile.

Infatti ha così successo che potrebbe cambiare lo spazio stesso delle nostre città. Mentre noi siamo sempre più spinti a popolare questi spazi virtuali faremmo bene a ricordare che siamo noi che inserendo i dati di input provvediamo alle loro case. Tutto ciò che scriviamo può essere analizzato. Spider e bot possono setacciare megatoni di dati lanciando tendenze e anomalie. Le corporation, affamate delle analisi di andamento, pagano profumatamente per questo tipo di informazioni. I nostri mondi virtuali non sono innocenti – gli spazi ibridi che abitiamo hanno conseguenze reali sul mondo. Queste conseguenze modificano la natura stessa del mondo reale nel quale viviamo, cambiano la struttura stessa delle città nelle quali lavoriamo, dettano le strade stesse da prendere che per noi sono aperte.

È questo il vero diritto fondamentale della mobilità, viaggiare da una città ad un’altra, varcare questo ingresso o quello, prendere una strada o un’altra, che può ed è stata usata per controllare e dividere le persone privando ogni individuo del gruppo dei propri percorsi storici. E noi oggi lo vediamo molto chiaramente, chiamatelo come preferite: blocco stradale, muro di sicurezza, scanner biometrico.

In un modo simile, la mobilità nel posto di lavoro non uguaglia nemmeno il sali e scendi della scala aziendale. Piuttosto, il lavoratore remoto e il guerriero della strada, nel loro ufficio satellite, possono essere visti come pedine di un’efficace strategia, volta a garantire che la forza lavoro non diventi mai potere collettivo.

 

 

La mobilità è quindi un’arma a doppio taglio; dove impariamo a maneggiarla?

Nel campo dell’arte possiamo osservare molte nuove pratiche e approcci artistici poiché stanno seguendo questa riorganizzazione dello spazio. Nuovi stili artistici stanno emergendo. Questi stili ci permettono di collegare geograficamente precise zone a dati ( immagini, video, suoni, dati generati dall’utente ecc.) e di reinventare questi non geografici spazi virtuali. Tour nelle città, percorsi psicogeografici, tour audiovisivi, azioni performative e interventistiche possono dare una serie di connotazioni a una topografia o a una griglia nello strato di dati esistenti e renderla visibile.

Avendo luogo a Nottingham, Varsavia e Berlino i simposi su “Tracing Mobility” offrono la possibilità di arricchire la conoscenza riguardo agli aspetti culturali della futura mobilità e ai nuovi spazi.

I contributi provenienti dai campi di arte, architettura, teoria urbanistica, geografia, scienze sociali e informatica studieranno i diversi aspetti del “Mobile Me”, rivelando come gli artisti stanno catalogando le nuove culture, racconti e storie apparse in paesaggi urbani e rurali attraverso le tecnologie usate per localizzarci, seguirci e connetterci.

I participanti sono: Frank Abbott (UK); Active Ingredient [Rachel Jacobs] (UK); Heath Bunting (UK); Simon Faithfull (UK/DE); James Kennard (UK); Plan b [Sophia New & Daniel Belasco Rogers] (UK/DE); Esther Polak (NL); Kasia Krakowiak (PL); Krzysztof Nawratek (PL/UK); Kate Rich (UK); Michelle Teran (CA/DE); Open_Sailing [Ollie Palmer] (UK); Gordan Savicic (AT/NL); Trebor Scholz (US); Basak Senova (TR); Société Réaliste (HU/FR); Joanna Warsza (PL); Mushon Zer-Aviv (IL/US)

 

 

 

http://www.trampoline.org.uk/tracingmobility