La seconda mostra personale di Nevin Aladağ alla galleria Rampa di Istanbul prende il nome dalla parola latina “Diapason”, che è l’unione delle parole greche διά (diá-) e πασων (pasōn).
Nel corso dei secoli il termine è stato usato in musica con il significato di “attraverso tutte (le note)”, indicando in particolare il concetto di “ottava”. Oltre a intendere genericamente la scala di una specifica nota o di uno strumento musicale, il diapason è anche un piccolo strumento metallico a forma di U che vibrando produce la nota LA standard. È inoltre usato per dare l’intonazione alle voci di un coro, per i test diagnostici in audiologia, e nelle tecniche di guarigione alternative basate sull’energia del suono.
Scegliendo la parola “Diapason” come titolo della sua mostra, Nevin Aladağ mette in risalto – attraverso l’impiego di forme e mezzi espressivi diversi nelle sue opere – il potenziale trasformativo della musica e del suono. Per “Diapason”, come spesso si può osservare nelle sue opere, l’artista trasforma le posizioni e le forme degli oggetti convenzionalmente definite e accettate, per produrre forme e significati insoliti accordandoli in una nuova frequenza.
Il binomio musica e suono costituisce un leitmotiv nel repertorio variegato di Nevin Aladağ. In video come Session (2009) e City Language (2013), l’artista crea ritratti della città attraverso particolari composizioni, integrando diversi elementi musicali e ritmici. In “Session” e “City Language”, alcuni strumenti a percussione, a corda e a fiato vengono suonati in diversi punti di Istanbul e Sharjah attraverso la manipolazione di componenti naturali come il vento, il mare, la sabbia, la pioggia, gli uccelli e qualche volta di elementi architettonici all’interno dell’ambiente urbano.
Nella sua performance Raise the Roof (2007/2008/2010), le ballerine indossano le cuffie e danzano su una piattaforma di metallo. Ciascuna di loro indossa scarpe con tacchi alti e una T-shirt che riporta il titolo e la durata della canzone che l’accompagna nelle cuffie. Il suono dei passi delle ballerine è amplificato da microfoni installati sotto le piattaforme, che creano una composizione ritmica improvvisata.
Nevin Aladağ converte l’arredo e gli oggetti domestici quotidiani in strumenti musicali scultorei per trasformare la galleria Rampa a Akaretler (in origine la residenza del personale del Dolmabahçe Palace) in una sala della musica. Questa nuova opera dell’artista trae l’ispirazione dalle sale della musica, che nacquero in Europa nel XVI e nel XVII secolo per ospitare eventi musicali ricreativi nelle abitazioni private e nelle residenze signorili ed ebbero un ruolo importante nei maggiori cambiamenti sociali e culturali dell’epoca. In Music Room, diversi oggetti domestici sono trasformati in strumenti a percussione e a corda. Un appendiabiti diventa un’arpa con qualche corda, un tavolino è ricoperto con la pelle del tamburo, una sedia è munita di corde di chitarra, e un porta-giornali è camuffato da violino. Se da un lato sottintende la possibilità di una performance improvvisata da persone che si incontrano per caso nello stesso posto e alla stessa ora, dall’altro la “Music Room” incarna anche la possibilità empirica di un assemblaggio le cui parti hanno avuto l’opportunità di armonizzarsi tra loro nel tempo assegnato.
L’installazione intitolata March è basata sul “Rondò alla Turca” (La Marcia Turca), l’ultimo movimento della Sonata per pianoforte n.11 di Mozart in La maggiore, e trae l’ispirazione dal suono e dalla struttura ritmica della Banda ottomana dei Giannizzeri. Seguendo la vasta ricerca condotta nei musei militari di Istanbul, l’artista ha montato 94 palle di cannone in bronzo – prendendo a modello quelle usate dall’esercito ottomano nel XIX secolo e prodotte in quattro dimensioni diverse – su pentagrammi giganti disegnati sulle due pareti della sala. Il modo in cui le palle di cannone sono disposte sulle due pareti lunghe e parallele rievoca un’associazione visiva con la notazione del famoso pezzo di Mozart. Anche se a una prima occhiata appaiono come teste separate dalle stanghette e dalle code delle note, se si guarda più attentamente si vede che sono effettivamente delle palle di cannone, scagliate contro la parete a gradi diversi di forza e velocità. Queste palle conficcate nelle pareti a profondità differenti ci danno l’impressione di essere sotto un fuoco incrociato. Questo serve per portare i riferimenti militari in primo piano – che di solito non vengono colti quando si ascolta per la prima volta questo famoso brano di Mozart e spesso sono usati come temi musicali nei film, e nella pubblicità, soprattutto per promuovere il turismo, così come nelle cerimonie di Stato ufficiali in Turchia – a sottolineare le origini belliche della canzone che vengono rese manifeste in una sorta di scenario postbellico. Il titolo dell’installazione si riferisce sia alla “marcia militare” come genere musicale sia al comando militare: “Marciate!”
La terza opera presentata è intitolata Beeline e prende spunto dalla definizione di distanza più breve tra due punti. Per questa opera, Aladağ prende in prestito la trama delle corde usate per legare i traghetti della città ai moli e rappresenta la distanza più breve tra i due argini del Bosforo con queste corde indaco. I 698 metri di corda – suddivisi in parti e avvolti intorno ad aspi in legno – segnano la distanza tra i due punti delle fortezze di Rumeli e Anadolu che si trovano sulle rive opposte e più vicine del Bosforo. Suddividendo il pezzo di corda in parti uguali e avvolgendole in seguito intorno agli aspi in legno l’artista crea dieci sgabelli, con i quali rivolge al pubblico l’invito a sedersi e riflettere sui concetti di distanza, prossimità, viaggio e partenza.
L’Artista
Nevin Aladağ (Van, 1972) ha studiato scultura all’Accademia di belle Arti a Monaco. Nel 2002 si è trasferita a Berlino per completare la sua formazione alla Künstlerhaus Bethanien. Le installazioni, i video e le performance di Aladağ sono stati esposti in numerosi musei e biennali internazionali, tra cui la Kunsthalle di Basilea (2014-15); Art Space Pythagorion a Samo (2014); Istanbul Modern (2014); Sharjah Biennale (2013); Pinakothek der Moderne, Monaco (2012); Museum of Contemporary Art Tokyo (MOT) (2011); Haus der Kunst Monaco (2011); The Hayward Gallery, Londra (2010); XIV Biennale Internazionale di Scultura, Carrara (2010); Museo Riso, Catania e Palermo (2010); TBA 21, Vienna (2010); Biennale Cuvée, Linz (2009) e (2010); 11° Biennale di Istanbul (2009); l’Al-Mamal Foundation, Gerusalemme (2009); OPEN ev+a, Limerick (2009), e l’8° Taipei Biennial, Taywan (2008). Nevin Aladağ vive e lavora a Berlino.


