Ho portato il sorriso nei volti delle persone. Ero all’aperto con il mio portatile, urlando, costruendo sculture pubbliche, giocando con la realtà aumentata, mentre attorno a me c’erano solo cavalli e carretti. E‘ stato un grande contrasto. E mi confrontavo anche con la mia storia personale, cosa non accade spesso lavorando con la tecnologia.
Sono le otto di sera dello scorso gelido Febbraio. Presso l‘ ambasciata canadese di Berlino, la conferenza del filosofo dei media Andre Feenberg volge al termine, e il pubblico si sta dirigendo verso la Hus der Kulturen der Welt. Kristoffer Gansing, il nuovo curatore del Festival Transmediale, presenta un ingegnoso giovane dal taglio hipster e con dei grandi occhiali squadrati, che é diventato una delle principali attrazioni dell‘edizione del festival di quest anno.
Nonostante abbia 33 anni, l‘ aspetto di Jeremy Bailey evoca un timido bambino fortunato, con gli occhi spalancati alle meraviglie del mondo digitale. Abbastanza intelligente per essere critico, monello quanto basta per amare il suo lavoro e per far amare al pubblico i suoi video tutorial, le sue allegorie parodistiche e le sue performance interattive.
Oltre al riferimento creativo principale, l‘impatto cioè di artisti come Kandiski, Kackson Pollock, Jeff Koons, i video performer William Wegnam, Vito Acconci, Alex Bag, Miranda July o il critico d’arte Clement Greenberg, Bailey sottolinea l’importanza di Bob Ross, un patetico personaggio del panorama televisivo col quale condivide un approccio estetico basato sull’idea che “gli errori sono positivi”.
Jeremy Bailey (http://jeremybailey.net/) ha aperto l’edizione di quest’anno del Festival Transmediale con la sua performance 3D dal titolo The Future of Creativity, ha presentato il lavoro Public Sculpture nel programma di video e ha inaugurato la sua prima personale in Europa. A questo punto, Kristoffer Gensing non aveva esitato a mettere a confronto l’autore con il suo lavoro e chiedere al servizio di assistenza computerizzato se Dio esiste. Quando la nostra coscienza è tra le nuvole, vivremo insieme in un’eterna giovinezza.
Lenka Morávková: Osservando il tuo lavoro mostrato a Transmediale 2012, sembra come se da bambino giocassi molto ai videogiochi, giusto?
Jeremy Bailey: Bè sì, io considero la mia arte come un gioco. Amavo progettare la trama dei videogiochi, mi dava molto piacere. Specie quando sei bambino, ti senti impotente nei confronti del mondo per cui i videogiochi ti danno una particolare sensazione, come se avessi il controllo di tutto – puoi costruire o salvare il mondo e allo stesso tempo, anche se non eri nemmeno in grado di svolgere i compiti per tempo. D’altra parte non era permesso giocare ai videogiochi a lungo. La mia prima Playstation risale a quando avevo 12 anni e poi cambiò davvero tutto. Quando uscirono il Nintendo, il Supernintendo e soprattutto i giochi in 3D ero davvero attaccato alla consolle. Compravo i giochi a China Town a un dollaro, io e mio fratello avevamo centinaia e centinaia di giochi e in quel periodo andavo proprio male a scuola. E quando ci annoiavamo, cambiavamo gioco o lo modificavamo. Giocavo sempre con i videogiochi, amavo giocare. Ancora adesso mi piace, ma sono frustrato perchè oggi vedi gli stessi giochi di macchine di vent’anni fa ma con un po‘ più di abilità. I videogiochi sono così fortemente legati alle grandi aziende che non corrono alcun rischio, sono come i film di successo. Ma il rischio posso correrlo se sono io a sviluppare i giochi (ridendo).
Lenka Morávková: In realtà il tuo lavoro sembra una scusa che un adulto prende per poter continuare a giocare…
Jeremy Bailey: La verità è che amo giocare con la tecnologia come amo danzare e dipingere. In un certo senso sento che la danza e la pittura non mi permettono di essere davvero un artista contemporaneo. Sono passato attraverso la scuola d’arte e mi è stato insegnato a PENSARE, che per me è importante, tuttavia ho ancora voglia di divertirmi ed esprimermi. Così ho creato quei parametri che mi permettono di lasciarmi andare. Per esempio durante la performance di apertura a Transmediale, ballavo come una mezza persona, come un mezzo robot, allungando la realtà di tre ore. Il software è scritto principalmente per essere utile: per esempio i videogiochi di auto simulano le auto molto bene, ma come Nam June Paik, credo nell’abuso della tecnologia per essere creativi e per divertire davvero. Per qualche motivo, il divertimento è l’ultima cosa che consideriamo nel serio contesto dell’arte new media, ma è uno tra i desideri umani più importanti. A mio avviso un divertimento è ancora prezioso, specialmente nei periodi bui. Mi piace pensare in questo modo: non è forse la ridicola razza umana una forma d’arte? Quelle persone non sono così ridicole come questa? Balliamo!
Lenka Morávková: Nello spettacolo di apertura The Future of Creativity, stavi ballando la canzone di Britney Spears Till The Worlds Ends; per il video Terraform Dance Party avevi messo la hit degli anni 90 No Limit from 2Unlimited. Sembra che in qualche modo la musica è importante nei tuoi video e il suo riferimento culturale è un po’ ambiguo.
Jeremy Bailey: Mi piacciono sempre i riferimenti popolari. Io amo Britney Spears, lei è pazza e soprattutto mi piace l’idea di ballare fino alla fine del mondo. Quando sei su un palco ti viene detto di non mettere mai una musica sul tuo lavoro così da usare le abilità di qualcun altro per compensare il tuo lavoro. Ma in realtà mi piace, perché qualora non il pubblico non dovesse apprezzasse l’arte o si annoiasse, potrebbe guardare gli altri video o ascoltare la canzone. E’ simile alle demo dei video in cui le persone mettono della musica dance sulla presentazione per renderla più divertente. In generale non sono d’accordo sul fatto che l’arte debba sfidare il pubblico. Il pubblico già è venuto alla performance, e in più si vuole sfidarlo? A mio avviso dovrebbe esserci una relazione paritaria, e non dovrebbero essere trattati come schiavi. Devi darti al tuo pubblico se desideri qualcosa in cambio.
Lenka Morávková: Nel complesso, sembra che tu ti diverta molto nei tuoi video. Mi chiedevo se collaborassi con qualche specialista o se il tutto fosse frutto del tuo lavoro al computer.
Jeremy Bailey: In generale non lavoro con specialisti e quindi lavoro principalmente da solo, ma interagisco con altre persone. Agisco come farebbero tutti gli altri programmatori – uso i software di altri. Lavoro all’interno della piattaforma Max MSP e faccio tutta la programmazione da solo. Tuttavia uso spesso software o librerie che altre persone hanno scritto. Il mio processo prevede la realizzazione del software – quello che può fare, quello che posso e che non posso fare. Per me la scrittura di un software è una performance. Se dicessi a un programmatore cosa fare, si divertirebbe. E’ come se chiedessi a qualcuno di disegnare per me. Il mio processo è molto performativo.
Lenka Morávková: A proposito di ciò, quando hai deciso di scegliere il tuo corpo per la performance?
Jeremy Bailey: E’ accaduto durante un periodo molto importante per me, più di dieci anni fa. Il primo insegnante che mi ha rivolto attenzione è stato Colin Campbell, un videoartista canadese le cui opere erano piene di tutti quei patetici personaggi femminili. Credeva in quello che facevo che, a quel tempo, era terribile. Quando morì io feci la mia prma performance chiamata Bye Bye Bye, un omaggio a lui. E la gente apprezzò molto, così iniziai a sentirmi più a mio agio. Poi fui ossessionato dall’idea di come, durante la performance, il computer influenzasse la mia inabilità nell’essere sincero riguardo questo momento importante. Sentivo che non ci fosse modo di usare la tecnologia per esprimere le mie emozioni, senza interferire con essa. Poi mi sono interessato al concetto degli strati tra me e il reale, tra le mie emozioni e quello che la gente vede sullo schermo e ho sviluppato l’idea della performance con la telecamera, dove la telecamera è ora il computer e internet è la telecamera.
Lenka Morávková: La tua presenza fisica è molto signidicativa nella performance. Tuttavia l’aspetto personale nell’arte a volte sembra un po’ imbarazzante o addirittura narcisistico. E’ questo uno dei motivi per cui hai voluto utilizzare l’alter ego “Jeremy Bailey, il famoso new media artist”?
Jeremy Bailey: Per me è importante che sembri apposta narcisistico. “Jeremy Bailey, il famoso new media artist” per me è una grossolana esagerazione di me stesso, una persona che esiste dentro e fuori di me. E’ così egocentrico e ignorante del mondo. Questo personaggio è anche un’allusione al ridicolo comportamento canadese, dove la gente dice “sorry” anche quando le fai un regalo. Il mio personaggio finge di essere forte, ma in realtà è molto debole, così usa la tecnologia per sentirsi più forte. In un certo senso rappresenta quegli sviluppatori/artisti/programmatori/ che sono confusi dal mondo. Queste persone caricano la loro coscienza nelle macchine e lasciano le decisioni morali al sistema in cui tutti i dati sono uguali. E io cerco di riflettere proprio questo.
Lenka Morávková: Il concetto di identità personale nel contesto dell’new media art contemporanea è un argomento interessante. Nel tuo caso la confusione tra il “reale” Jeremy Bailey e Jeremy Bailey come personaggio virtuale è anche rafforzata dalla non manipolazione della presenza fisica. Non sembri come uno di quei personaggi dei cartoni animati…
Jeremy Bailey: In generale penso che ognuno di noi interpreti un personaggio. E’ come se ricevessi una telefonata, ascolti la tua voce come un’eco e ti chiedi: ”Sono davvero io?” Poi cominci a modificare, inizi a “comportarti in modo normale”. In quel momento diventi materiale e inizi la performance di te stesso. Questa è la mia sensazione nel lavorare con la tecnologia e nel guardare me stesso nella telecamera. Tuttavia ognuno agisce così tutti i giorni su Twitter e su Facebook, stiamo stigmatizzando noi stessi. Quando posti un messaggio ti chiedi se sei davvero tu e cosa ne penseranno le persone. Quindi, grazie all’uso della tecnologia, hai la possibilità di regolare la tua personalità.
Lenka Morávková: Sicuramente non sei un prototipo , stile artista di MTV. Al contrario, visto che la tua arte è piena di imperfezioni affascinanti, non impedisci al pubblico di vedere qualche piccolo particolare imbarazzante che scaturisce spontaneamente dalle situazioni, come ad esempio il trattore che passa durante la ripresa del video Public Sculture.
Jeremy Bailey: Sì, mi piace essere al limite. Molte volte le persone hanno riso per come fosse strano quello che faccio. Mi piace sviluppare la mia arte in un modo tale da sembrare quasi possibile che accada qualcosa di veramente sorprendente. Ma sempre su questo livello precario, dove è così probabile che tutto vada a pezzi e che io risulti un pazzo. Come ho detto, per me è molto importante apparire pazzo. Non voglio che il pubblico si impressioni a causa mia, sono in grado di arrivare a loro in un altro modo. Sin da ragazzino insieme a mio fratello costruivamo quei piccoli cmputer giocattolo: lui era un tipo molto perfezionista per cui io avevo questo mantra per lui: ”Sean, l’imperfezione è perfezione”. Sbagliare è la cosa più umana e il computer è l’opposto. A mio avviso l’imperfezione è ciò che rende la tecnologia umana e più semplice da collegare a qualcun altro.
Lenka Morávková: Durante l’opening della tua mostra a Transmediale 2012, hai presentato il nuovo lavoro Jeremy Bailey 1.0, che è basato su un sistema di “risposta umana” virtuale sui siti web dei clienti…
Jeremy Bailey: Sì, è una piattaforma che si può acquistare facilmente, e in realtà non so chi la usi davvero. Mi sembra così patetica che ci lavorerei. Di solito pensiamo ai software come un attributo modernista – qualcosa che non è soggettivo e non ha una morale. Tuttavia la maggior parte di quei sistemi hanno alcune informazioni su Dio e presentano alcuni punti di vista religiosi, e personalmente sono molto interessato al momento in cui queste due linee si incontrano. A questo progetto hanno contribuito entinaia di altre persone, con la loro comprensione del mondo, per compilare un enorme database di parole chiave e di risposte. Quindi è come una coscienza collettiva …
Lenka Morávková: Nell’altro tuo pezzo, Videopaint 2.0, usavi delle immagini politiche di un’esecuzione di un americano rapito dai fondamentalisti islamici smontando una statua di Saddam Hussein che usavi come sfondo per le tue performance, ballando e dipingendo su di essa. Questa critica sociale non è così evidente negli altri tuoi lavori…
Jeremy Bailey: Questo lavoro ha a che fare con un livello di mediazione, che trovo problematico. La tecnologia che sta tra l’azione reale e le persone viene usata attualmente come una distrazione da ciò che sta realmente accadendo. Durante la guerra in Iraq, sentivo la frustrazione dei media nel percepire così tanto materiale, nel vedere le storie attraverso video pixellosi da cellulari, dove non era possibile nemmeno riconoscere le situazioni. Videopaint 2.0 si basava sul fatto che il computer non riconosce la differenza tra un’immagine davvero orribile e una carina, e sento che questo è davvero problematico.
Lenka Morávková: Immagino che questo video sia molto controverso. Hai ricevuto qualche critica negativa sul tuo lavoro?
Jeremy Bailey: Ne ho ricevute davvero per molto tempo. Nel 2003 ho realizzato un video chiamato The World’s Strongest Man, postato su internet, che ha raccolto milioni di visitatori da tutto il mondo al punto che il mio sito è andato in crash e io sono diventato “the world strongest nerd”. In quel video, cercavo di tenere la telecamera e la mia faccia nello schermo fino a quando il mio braccio era in grado di mantenere la telecamera alzata. E‘ una cosa difficile e io sono molto debole, per cui mi prendevo gioco di me stesso. Ma la gente non la vedeva così. E quindi ricevetti non commenti ma vere e proprie mail, che erano così odiose che mi facevano ridere. La maggior parte diceva che ero omofobico, sebbene io mi consideri una figura di genere piuttosto neutra. Bè, è stato molto d’ispirazione ricevere queste mail odiose.
Lenka Morávková: Nonostante questa critica subliminale, in qualche modo la tua arte rivela una positivistica e utopica visione del mondo. Un’allegoria virtualmente scherzosa di tragedie contemporanee dove non è possibile nessun danno reale.
Jeremy Bailey: Questo è il modo in cui vediamo il mondo. In realtà, ho un rapporto molto bizzarro con esso, sento di stare in un posto ingiusto, la mia vita è troppo buona. Sono consapevole che a molte persone attorno a me, anche se lavorano in modo molto più pesante, le cose non vanno proprio bene. Così mentre mi lamento che il mio I Phone è andato in crash, contemporaneamente ci sono persone che non hanno cibo. Ad esempio: sono stato invitato a fare un periodo di formazione in Ucraina, in una piccola città, in una fabbrica abbandonata in cui era stata impiegata tutta la città. Ora tutti sono piuttosto vecchi e la maggior parte sono addirittura morti. Le mie origini sono ucraine, i miei nonni lasciarono l’Ucraina a causa della carestia e del Comunismo. Sono tornato dopo 50 anni e mi trovo in una situazione ridicola: sono seduto col mio portatile in un ex zuccherificio, dove le persone erano costrette a lavorare, a fare arte. Il motivo per cui mi vogliono è per salvare l’economia locale, sfruttando l’arte come attrazione turistica.
Lenka Morávková: E ci sei riuscito?
Jeremy Bailey: Beh, ho portato il sorriso nei volti delle persone. Ero all’aperto con il mio portatile, urlando, costruendo sculture pubbliche, giocando con la realtà aumentata mentre attorno a me c’erano solo cavalli e carretti. E‘ stato un grande contrasto. E mi confrontavo anche con la mia storia personale, cosa non accade spesso lavorando con la tecnologia.
Lenka Morávková: Come new media artist il cui lavoro si basa principalmente sulla tecnologia, sembri essere critico nei confronti di questi mezzi che in realtà ti permettono di produrre la tua arte e realizzare le tue idee. Cosa pensi riguardo la critica postmoderna dei media?
Jeremy Bailey: Secondo Marx la macchina ti usa. Utilizzare uno strumento per fare qualcosa è diverso dall’usare una macchina. Se una donna lavora in una fabbrica dovrà tirare una leva più volte. Però, non dici all’interfaccia cosa fare. E i nostri computer sono fatti in questo modo. Io lavoro in una società di software e il modo migliore per fare un design efficace è quello per cui l’utente non deve pensare. Recentemente è uscito un libro interessante su questo tema chiamato “Don’t Make Me Think! A Common Sense Approach to Web Usability”, di Steve Krug, che sviluppa qualcosa di intuitivo con il sinonimo “don’t make me think” (non farmi pensare). Viviamo in un mondo in cui i computer ci dicono costantemente di non pensare ma la cosa interessante è che pensare è ciò che rende l’essere umano tale. E sicuramente questo argomento è più complicato se l’artista lavora con un computer o con l’arte interattiva. Parliamo di interattività, ma è davvero interattivo? Se è efficace, ti sta probabilmente usando come pubblico. Il postmodernismo parla di soggettività, la nascita del lettore e la morte dell’autore. Ma questa situazione è rovesciata, prende il lettore come oggetto o come materiale e lo trasmette dove vuole l’artista. E’ ignorante all’autorità umana.
Lenka Morávková: Bene, la tecnologia è quindi legata a un concetto di autorità …
Jeremy Bailey: Avrei preferito spostare l’immagine dell’uomo bianco privilegiato che usa la tecnologia in una posizione di potere. Recentemente mi sono reso conto che tutto il mio lavoro è una grande apologia dell’uomo bianco nella storia dell’arte, nonchè dell’essere in una posizione di controllo e, in ultima analisi, di oppressione. La tecnologia è un modo che certe persone usano per conservare il potere, un legame diretto con la storia del potere – corsa per le nuove tecnologie legate alla guerra, bombe nucleari, … Si sta verificando la stessa corsa alle nuove tecnologie nel mondo dell’arte, dettando letteralmente il progresso estetico. Ma storicamente erano le persone che dettavano il progresso, e non aspettavano che alcune società arrivassero con un nuovo prodotto elettronico. Per questo mi piace prendere in giro questa situazione assurda in cui attualmente mi trovo.
Lenka Morávková: Come vedi il futuro della tecnologia e del genere umano?
Jeremy Bailey: Slawoj Žižek ha affermato che c’è un punto nella storia dove le persone inizano a parlare del loro cervello come fosse un computer, anziché il contrario. Stiamo confondendo le macchine con gli esseri umani. L’esempio divertente è come le persone si rivolgono ai computer quando sbagliano, e inziano a trattarli come degli umani tipo: ”Perché fai ancora così” oppure “Al mio computer non piaccio”. In qualche modo questo è quello a cui siamo abituati – cerchiamo le facce tra le nuvole e le emozioni nelle macchine. Sono molto fiducioso riguardo al fatto che le persone inizieranno a scrivere software più umani. L’abbiamo visto con Siri, il personal assistant dell’I Phone. Può rispondere semplicemente alle tue domande sul tempo, ma se chiedi cosa indossa, si arrabbia. Sembra inevitabile che il software avrà una personalità in futuro, perché in realtà lo desideriamo, anche per essere cattivi o sarcastici. Questo è spaventoso, ma penso che sia anche inevitabile programmare anche degli sbagli, per sentirsi a proprio agio con la macchina: tutto ciò diventerà una parte naturale delle macchine del futuro. Anche loro, ogni tanto, dovranno andare in crash come se avessero bevuto troppo la sera prima avessero ancora i postumi di una sbornia.





