Gianni Toti. Videoartista, poeta, scrittore, intellettuale militante, grande viaggiatore; citando Marco Maria Gazzano, “Gianni Toti è riuscito a trasformare anche la sua biografia in un racconto: epico, certamente, e irresistibile ”. Nato a Roma, non ci è dato sapere quando, ma la sua età, come Toti stesso sostiene, dovrebbe aggirarsi sui “settanta milioni di anni”. La “grande avventura” totiana ha inizio durante la seconda guerra: partigiano nelle prime file della resistenza prima, cronista del quotidiano “l’Unità” poi, Toti gira il mondo come inviato speciale, passando per congressi e rivoluzioni. Non ha mai smesso di esporsi, di contestare, di confrontarsi, tra un’iniziativa culturale e un intervento militante. A partire dagli anni Ottanta, la sua volontà di sperimentare “linguaggi nuovi per pensieri nuovi” gli fa scoprire il mezzo video; e Toti diventa un “poetronico”, realizzando negli ultimi dieci anni numerose “VideoPoemOpere”.
di Sandra Lischi
Da molti anni Gianni Toti esplora, poeticamente e filosoficamente, il nostro tempo. Forse unico, fra gli autori video internazionali, a creare un discorso sul mondo fatto di immagini potentemente articolate, fino ai limiti estremi delle possibilità dei linguaggi elettronici (e, quindi, fino ai limiti estremi del noto, del già pensato, dell’ovvio, inteso sia come luogo comune dominante che come luogo comune confortevolmente – confortevilmente, direbbe Toti!- alternativo). Non documentari, quindi; non opere classicamente narrative; non saggi sociologici, didascalici, dimostrativi. Ma pensieri formati da e per immagini e suoni, costruzioni da guardare – capire – rielaborare (lavorare) per leggere in modo diverso, necessariamente diverso, il mondo.
Nei VideoPoemi degli anni Ottanta erano state le utopie del secolo gli oggetti d’amore e di interrogazione: Majakovskji e Lilj Brik, Velimir Chlàbnikov, Dziga Vertov, Ejsenstein…. La poesia e il cinema come arti di pensiero nuovo, come sguardo complesso sul presente, come rielaborazione delle gigantesche opere del passato, e come nuovo sogno dell’opera d’arte totale: letteratura, musica, teatro e danza, cinema “riletti” e fusi e ricreati nei nuovi linguaggi del video.
Poi, dopo i fatti del 1989, la riflessione su un pianeta avviato a una cementificazione urbana e di pensiero: un pianeta tutto uguale, schiacciato sotto il tallone di ferro del mercato, percorso da miliardi di uomini, donne e bambini ridotti a zero (Planetopolis, 1993), in un tempo mangiato e ossessivo, in cui la dolcezza del vivere è affidata a vecchie, struggenti musiche, a brandelli di memoria, a ricordi e barlumi di riscatto. Gran parte di Planetopolis è stata girata in America Latina: si vedono, in metamorfosi di forme e colori, le orribili discariche abitate da spettri in cerca di sopravvivenza; i bambini di strada con le loro sinfonie di vecchi barattoli; i mendicanti; i cartelloni che pubblicizzano le palestre, la CocaCola, oppure Dio, in un delirio indifferenziato di fedi sacre e profane, di chiese e di centri commerciali. Giubileo docet…
