Journal Femminista di Arte e Cultura Digitale

La vita è pirateria. La pirateria è l’arte di imparare costantemente gli artefatti che ci circondano nelle nostre vite. Un bambino ad esempio mette in pratica la pirateria tutto il giorno toccando, esplorando, assaggiando, riconoscendo gli odori, rompendo le cose. Un bambino si avvicina a ogni foglia, pezzo di legno o trottola con un senso di curiosità e concentrazione. È questa l’arte di mettere in pratica la vita attraverso la pirateria in quanto valore e principio di imparare e fare.

I mass media contemporanei inviano ripetutamente il messaggio che la pirateria è associata a utenti malvagi che entrano nei computer e rubano le informazioni. Ripetono che i computer – hardware, software, sistemi elettronici – sono il dominio dei “super utenti”. Utenti maschi. Esperti. Progettano la pirateria come svago, come modo di vivere, come insieme di pratiche che richiedono un’intelligenza particolare, posseduta da pochissimi.

In questo 27º numero, il team .dpi contesta la nozione di pirateria come termine strettamente associato ai computer e alla sicurezza. Apre a questo topic invitando studiose femministe e artiste per offrire una visione diversa dell’hacktivism, cioè la pirateria ma con uno scopo. Facendo questo, si è incoraggiato le femministe ad approcciarsi alla pirateria, esaminando e collegando discipline che non sempre vengono associate in modo logico. Questa sezione a tema mette insieme artiste digitali, artiste, attiviste femministe e studiose interdisciplinari. I testi che presentiamo coprono soggetti trasformativi, che vanno dalla biopirateria alla pirateria del corpo, dalla codificazione alla danza, dagli hackerspace a spazi più sicuri, dalla cura di se stessi alla pirateria con cura.

 

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Sulla pirateria del corpo punta la sua attenzione Marta Heberle (/technologically-empowered-body-weapon), che offre una comprensione dei “biomedia”: carne trasformata in dati e successivamente dati trasformati in carne. Heberle presenta ai lettori la possibilità per il corpo di riacquisire il controllo sulle sue informazioni, chiamando il processo “biopirateria” e aprendo il “dominio ermetico della biotecnologia”.

Margaret J. Mather (/exposing-inner-workings-interviews-nancy-mauro-flude) presenta un’intervista con Nancy Mauro-Flaude, un’artista australiana, ricercatrice e hacker, sulla sua performance di danza chiamata Error_in _time. Mauro-Flaude utilizza linee di codice per de/crittografare il movimento del corpo. Spiega come il software, a parte artefatti tecnici, possa e debba trovare il suo spazio nell’arte e nelle abilità.

Per la studiosa femminista Sophie Toupin (/feminist-hackerspaces-safer-spaces) è sempre maggiore il bisogno degli hackerspace di adoperarsi per diventare spazi più sicuri, costruiti sui valori condivisi dei partecipanti. Utilizzando l’esempio di controcultura dell’hacker femminista, Toupin applica un approccio femminista per imparare e piratare, invitando quindi i membri e i dilettanti più diversi a prendere parte all’arte delle tecnologie della pirateria.

“Piratare con cura”, un saggio scritto dalla sociologa e artista Anne Goldenberg (/hacking-care-attention-%C3%AAtre-et-politique-de-I%E2%80%99ordinaire-dans-le-milieu-hacktiviste) è una riflessione sulla cura di se stessi fisica e psicologica delle hacker e delle hacktivist, così come sui problemi dell’esclusione e del sessismo che spesso si trovano nelle comunità di hacker.

La programmazione e i processi del computer sono il cuore dell’opera d’arte dell’artista svizzera Valentina Vuksic. In un’intervista con Amber Berson (/processes-play-dpy%E2%80%99s-amber-berson-interviews-valentina-vuksic) della .dpi, Vuksic racconta la sua passione per rendere gli effetti sonori attraverso i programmi del computer e i sistemi operativi e collegarli a questioni più complesse sulla tecnologia, i suoi utilizzi ed effetti sulle persone e sull’ambiente circostante.

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In “Hacktivisme et après”, Julie Alary Lavallée (/hacktivism-and-then-interview-edith-brunette) di .dpi parla con l’artista Edith Brunette delle opere d’arte al limite della legalità. Veniamo a conoscenza degli ostacoli che ha dovuto affrontate e il modo in cui i suoi progetti coinvolgono la collaborazione e la riappropriazione della comunicazione da parte delle comunità, sfidando quindi il monopolio del discorso (chi ha il diritto di parlare e chi ha il diritto di agire).

La parte finale della sezione a tema di questo numero è un intervento chiamato “.dp!” dalla designer danese Linda Hilfling (/dp). Il progetto creativo di Hilfling consiste nel piratare il numero 27º.dpi sull’hacktivism e nel riscriverlo in un linguaggio crittografico leetspeak. Il metodo scherzoso di Hilfling ci ricorda l’inizio della pirateria, offrendo un modo alternativo di percepire la tecnologia, l’hacktivism e la rappresentazione della rivista online .dpi.

 


http://dpi.studioxx.org/en/hacktivism-art-practicing-life-and-computer-hacking-feminist-activism