Nel 2001 e 2002, l’antropologo Jeffrey S. Juris partecipò al Movimento per la Resistenza Globale di Barcellona, uno dei più influenti network contro la globalizzazione delle corporate in Europa. Juris prese parte a centinaia di incontri, movimenti, proteste e discussioni online.

Queste esperienze hanno costituito la base del libro appena pubblicato “Networking Futures: The movement against corporate globalization“, un’innovativa etnografia del networking attivista transnazionale all’interno del più ampio movimento contro la globalizzazione delle corporate planetarie. In un contesto pieno di voci di attivisti e dettagli raccolti sul campo, l’autore spiega con questo libro come gli attivisti non solo rispondono alla crescente povertà, inequità e devastazione ambientale, ma costruiscono anche laboratori sociali per la produzione di valori discorsi e pratiche alternative.

Jeffrey S. Juris è un Assistant Professor of Anthropology presso il Department of Social and Behavioral Sciences alla Arizona State University. La sua ricerca e i suoi insegnamenti includono tematiche come la globalizzazione, i movimenti sociali, i new media, le culture giovanili, la violenza, la Spagna e il Messico. Juris è co-autore di Global Democracy and the World Social Forums. In seguito alla pubblicazione e al grande interesse prodotto dal suo ultimo libro, Juris ha accesso l’attenzione di molti attivisti e studiosi dei nuovi media e del loro potenziale utilizzo sociale come strumento di lotta e resistenza e attivismo nei confronti delle grandi multinazionali dell’infotainment planetario. Nulla di sorprendente, se il più acuto teorico di questi fenomeni dentro e fuori l’ambito dei new media e delle tecnologie di Rete, Geert Lovink, si sia sentito stimolato a intervistare il giovane ricercatore americano. Quello che ne è venuto fuori è un documento fondamentale su cui riflettere per comprendre scenari possibili e impossibili di cambiamento grazie all’uso dei media digitali e della Rete, per sorridere al contempo di utopie irrealizzabili e per sognare un futuro maggiormente consapevole, per dare un senso al nostro passaggio su questa terra o per perderlo forse definitivamente.

Saltuariamente Digicult ospita quindi testi di autori non italiani, occasionalmente mi sobbarco il compito a volte improbo di tradurre questi testi per il pubblico italiano e pubblicarli sulla nostra piattaforma: ecco, questo è uno di quei rari casi in cui ho ritenuto importante pubblicare il testo di Lovink. Per dargli la massima visibilità possibile: le mie energie non mi hanno però consentito di tradurre questo testo enorme (che ho deciso di dividere in 2 puntate) in tempo per la pubblicazione: coloro che non masticano l’inglese, portino pazienza e nei prossimi giorni il testo sarà online in italiano. Chi invece volesse aiutarmi nella traduzione, sapete dove contattarmi…

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Geert Lovink: Il suo libro può essere considerato uno studio analitico del People’s Global Action. Sarebbe corretto interpretare questa “networked platform” come un’espressione di un’organizzazione avanguardista anarco-trotskista del XXI secolo? Lei sembra scontrarsi con il fatto che il PGA sia così influente ma ancora sconosciuto. Ci descrive la storia del Forum Sociale Mondiale e le sue varianti regionali, ma ciò che davvero le interessa è il PGA. Può dirci qualcosa di questo suo particolare interesse? È quello che Ned Rossiter definisce “networked organization”? Al giorno d’oggi, i movimenti hanno forse bisogno di tali entità alle loro spalle?

Jeffrey S. Juris: Io non definirei il mio libro uno studio analitico del People’s Global Action (PGA) in senso stretto, ma lei ha ragione a mettere in evidenza il mio interesse per questo particolare network. Inizialmente desideravo fare uno studio etnografico sul PGA, ma come sostengo nell’introduzione, le sue dinamiche così mutevoli e variabili rendevano impossibile un convenzionale studio analitico. Quest’ultimo infatti ha bisogno di un oggetto di analisi abbastanza fisso. Per quanto riguarda i network dei movimenti sociali questo comporterebbe nodi di adesione fissi, chiare strutture di affiliazione, rappresentazioni organizzative, ecc, cose che sono del tutto assenti nel PGA. Ad ogni modo questo iniziale problema metodologico ha offerto due opportunità: da un lato mi sembrava che il PGA non fosse un’eccezione e che riflettesse le dinamiche più ampie dell’attivismo politico transnazionale in un’epoca caratterizzata dalle nuove tecnologie digitali, dai modelli di network emergenti e dai concetti politici che con tali trasformazioni vanno di pari passo. In questo senso, il PGA era all’avanguardia, forniva l’unica possibilità di esplorare non solo le dinamiche ma anche i pregi e i difetti delle nuove forme di “networked organization” tra i movimenti sociali contemporanei.

ll PGA rappresentava allo stesso tempo anche una sorta di rebus: sapevo che era stato al centro del “global days of action” che le persone spesso associano all’ascesa del movimento per la giustizia globale che risulta ancora molto difficile da definire con precisione. Gli individui, i collettivi e le organizzazioni sembravano andare e venire e i più attivi spesso negavano in modo deciso di essere membri o di avere un qualche ruolo ufficiale. Ma il PGA network possedeva ancora questo tipo di potere d’evocazione, e almeno durante i primi anni del mio studio – diciamo tra il 1999 e il 2002 – ha continuato a fornire spazi di interazione e convergenza formali e informali. In questo senso mi sembrava che comprendere l’enigma del PGA potesse aiutarci a capire meglio la logica dei “networked movements” più in generale. Dall’altro lato la difficoltà di compiere un tradizionale studio etnografico sul PGA voleva dire che dovevo spostare il mio centro di interesse dal PGA inteso come network stabile alle pratiche specifiche tramite le quali il PGA stesso si costituisce. In altri termini, il mio problema metodologico iniziale ha fatto sì che il mio campo di analisi si aprisse su un’intera serie di pratiche e politiche del “networking” particolarmente visibili all’interno del PGA, ma riscontrabili in certa misura sia nei network più localizzati come il Movimento per la Resistenza Globale (MRG) di Barcellona, nei network transnazionali alternativi come il Forum Sociale Globale (WSF), nei nuovi media strategici e alternativi associati al movimento per la giustizia globale, sia all’interno dell’organizzazione di azioni dirette di massa. .

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In altre parole, il mio libro si focalizza davvero su queste pratiche e logiche di “networking” più generiche, anche se in realtà queste erano particolarmente visibili all’interno del PGA stesso. Quindi da un punto di vista metodologico mi sono inserito all’interno di un movimento, l’ MRG di Barcellona, e ho seguito l’aspetto esteriore dei collegamenti del network attraverso diverse formazioni di network, compreso quello del PGA ma non solo. Ad ogni modo, è anche vero che le storie etnografiche che presento sono in gran parte raccontate da attivisti associati al PGA. Questo perché l’MRG si dava il caso fosse un co-coordinatore del PGA network durante il mio studio, ma anche perché gli attivisti del PGA erano particolarmente impegnati in ciò che io definisco ideale dei network.

Nel mio libro distinguo due logiche organizzative ideali: una “logica di comando verticale” e una “logica di networking orizzontale”, entrambe presenti in misure variabili, esistenti in contrasto dinamico l’una con l’altra, senza alcun network in particolare. Se le logiche di comando verticale sono forse più visibili all’interno dei forum sociali, il PGA manifesta un particolare impegno verso nuove forme di organizzazione di democrazia diretta, aperta e collaborativa, avvicinandosi così alle logiche del “netwoking orizzontale” di cui maggiormente mi occupo. In questo senso, il PGA decisivamente NON è un’organizzazione avanguardista del XXI secolo e bisogna aggiungere che è stato particolarmente ostile nei confronti dei modelli e delle idee politiche marxiste/trotskiste tradizionali di tipo top-down. Il PGA manifesta a volte una sorta di etica anarchica anche se ciò ha più a che fare con la convergenza tra logiche di “networking” e principi organizzativi anarchici che con un qualche tipo di impegno astratto rivolto alle politiche anarchiche in quanto tali.

Piuttosto che un’organizzazione di network, che si riferisce al modo in cui le organizzazioni tradizionali hanno sempre più assunto questa forma, il PGA è più vicino a un “network organizzato” secondo il concetto di Ned Rossiter, ovvero una nuova forma istituzionale che è immanente della logica dei nuovi media (anche se a questi non limitato, in tale contesto). La struttura del network del PGA fornisce così uno spazio transnazionale per la comunicazione e il coordinamento tra gli attivisti e i collettivi. Ad esempio, le caratteristiche del PGA manifestano un impegno verso forme di organizzazione decentralizzate, laddove il network non ha membri e nessuno può parlare a suo nome. Piuttosto che un’organizzazione tradizionale (ma comunque in forma di network) con membri ben definiti e linee gerarchiche verticali, il PGA fornisce il tipo di infrastruttura comunicativa necessaria per la crescita di movimenti sociali contemporanei “networked”. La sfida che il PGA e network simili, dato il loro impegno radicale nei confronti di una logica di “networking orizzontale”, si trovano ad affrontare è la sostenibilità. Questo è dove i forum sociali, con la loro maggiore apertura a forme verticali, sono stati più efficienti. È in questo senso che ritengo il PGA molto più entusiasmante e politicamente innovativo, anche se è possibile che saranno le forme istituzionali ibride, rappresentate dai forum sociali, ad avere un impatto più duraturo.

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Geert Lovink: Sono passati 3 o 4 anni. Cosa è cambiato da quando ha intrapreso il suo studio? L’effetto post 11 settembre si è per certi versi stabilizzato, credo, ma anche il movimento contro la guerra è diventato più fiacco. È giusto dire che il “Movimento di Seattle” mondiale è diventato più debole, o meglio, si è esaurito del tutto? Per favore ci aggiorni.

Jeffrey S. Juris: Se si riferisce alle espressioni visibili dell’attività del movimento, in particolare quelle associate alle azioni dirette conflittuali, allora penso sia giusto dire che il movimento di globalizzazione anti-corporate, il movimento anti-capitalistico e il movimento per la giustizia globale si sono indeboliti. Ma non credo si possa dire che sono del tutto esauriti. Come sostengo nel mio libro, le mobilitazioni di massa sono strumenti decisivi per generare visibilità e solidarietà affettiva (per esempio, energia emozionale) necessaria per la creazione di movimenti e “networking” sostenuti. Ad ogni modo, gli attivisti alla fine si stancano e l’interesse pubblico inevitabilmente diminuisce. In questo senso, i movimenti sono ciclici e i momenti di visibilità pubblica non sono sempre costanti. Per quanto riguarda il movimento per la giustizia globale, eventi quali l’11 settembre o le repressioni di Genova hanno sicuramente avuto un effetto doccia-fredda sul movimento, ma bisogna dire che questa frenata era comunque inevitabile. Detto questo, le azioni di massa sono andate avanti anche dopo l’11 settembre, mentre i movimenti contro la guerra e per la giustizia globale hanno iniziato in gran parte a coincidere, sebbene questo sia avvenuto maggiormente al di fuori degli Stati Uniti. Ciò a cui abbiamo assistito è uno spostamento verso l’istituzionalizzazione crescente di attività dei movimenti uniti a un ritorno al networking “sommerso”, per usare un termine di Melucci.

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Se invece pensiamo ai movimenti sociali come a forme di azione meno evidenti e spettacolari, allora il movimento per la giustizia globale si è dimostrato estremamente sostenibile. In questo senso gli attivisti per la giustizia globale hanno continuato a organizzare azioni di massa anche se a intervalli regolarizzati (per esempio ogni due anni contro il Summit del G8 o ogni quattro anni durante le convention nazionali democratiche e repubblicane negli Stati Uniti). L’enorme mobilitazione contro il G8 del 2007 a Heiligendamm, in Germania, a cui ho potuto assistere, è stata un’esperienza rafforzante per molti attivisti più giovani. Allo stesso tempo, i forum sociali globali hanno continuato a fornire un’arena più istituzionalizzata per il “networking” e l’interazione. Anche se lo stesso WSF ha attirato una copertura mediatica minore, decine di migliaia di persone continuano a partecipare ai periodici eventi globali centralizzati – all’incirca ogni due anni – mentre i forum locali e regionali si sono espansi in molte parti del mondo.

Per esempio, l’estate scorsa il primo Forum Sociale statunitense è stato tenuto ad Atlanta, divenendo un momento chiave di convergenza per un movimento che risultava particolarmente indebolito dal clima di paura e repressione post 11 settembre. Nello stesso periodo, innumerevoli network, collettivi, e progetti sorti nel contesto del movimento per la giustizia globale, di cui fanno parte per esempio progetti di organizzazione locale e iniziative connesse ai nuovi media come l’Indymedia, continuano a operare anche lontano dai riflettori. Insomma, se pensiamo ai movimenti come a quei periodi abbastanza rari di sempre più visibile azione diretta conflittuale, allora il movimento per la giustizia globale ha forse seguito il proprio corso, almeno per adesso. Comunque, se consideriamo il fatto che il movimento può essere sommerso, localizzato, routinizzato e sempre più istituzionalizzato (con cui intendo la creazione di nuove istituzioni di movimenti, non quelle democratiche rappresentative già esistenti), allora direi che gode di ottima salute, e forse dopo così tanti anni è sorprendente che sia ancora così vivace.

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Geert Lovink: Non possiamo dire che ci sono molte persone che praticano “l’etnografia militante”. C’è un interesse limitato nei confronti dell’attivismo dei media e la vita all’interno dei movimenti radicali non è stata studiata fino in fondo. Nel decennio passato questo era in parte dovuto all’anti-intellettualismo dilagante. Oggi, com’è la vita intellettuale all’interno dei movimenti sociali? Quali sono le principali polemiche e i concetti critici?

Jeffrey S. Juris: Per comprendere l’assenza di approcci etnografici “militanti” nei confronti della vita all’interno dei movimenti sociali radicali bisogna tenere in considerazione non solo l’anti-intellettualismo dilagante tra gli attivisti, che varia da regione a regione, ma anche le tradizioni accademiche dominanti che studiano i movimenti sociali. Ciò che molti definiscono “teoria dei movimenti sociali” ha rappresentato, per lo più, il campo d’azione di sociologi e scienziati politici, molti dei quali sono impegnati nella creazione di una teoria positivista tramite l’uso di metodi qualitativi o quantitativi, tendendo così a vedere i movimenti sociali come “oggetti” da studiare dall’esterno. Questi studiosi possono difendere gli obiettivi politici dei movimenti che studiano, ma le loro teorie e i loro metodi sono rivolti ad altri studiosi e non ai movimenti stessi. C’è sempre stata anche una significativa tendenza opposta, all’interno della quale possiamo inserire gli antropologi che hanno usato metodi etnografici per studiare i movimenti popolari in tutto il mondo e qualche studioso che si dedica alla politica che è entrato nel cuore dei movimenti radicali, come lo studio sui movimenti di azione diretta durante gli anni ’70 e ’80 di Barbara Epstein “Political Protest and Cultural Revolution” o il libro di George Katsiaficas sui movimenti autonomi in Germania, “The Subversion of Politics”.

Allo stesso tempo, nell’ambito accademico le critiche nate all’interno degli approcci positivisti nei confronti dei movimenti sociali sono diventati più frequenti, mentre la recente spinta verso un’antropologia e una sociologia più pubbliche o attiviste ha portato ad ambienti favorevoli verso approcci “militanti” per lo studio dei movimenti sociali. C’è stata anche un’evidente tendenza verso l’autoanalisi e la critica tra gli stessi attivisti. Nel mio libro sostengo che i movimenti sociali contemporanei sono sempre più “auto-riflessivi”, come evidenziato dagli innumerevoli network che rappresentano spazi di conoscenza, di dibattito e di scambio tra gli attivisti per la giustizia globale, tra cui possiamo citare i list server, i forum in rete, le teorie dei gruppi radicali, i network di ricerca per gli attivisti, ecc. C’ è ancora un forte senso anti-intellettualistico, anche se, come menzionato prima, questo varia da regione a regione. Per esempio, secondo la mia esperienza, gli attivisti del mondo anglofono, tra cui il Regno Unito e gli Stati Uniti, tendono a diffidare di più degli intellettuali, mentre quelli in Europa meridionale o in America latina sono più aperti a teorizzazioni astratte.

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Nel corso degli ultimi dieci anni c’è stato un generale slancio verso la ricerca attivista e i progetti di teorie radicali collegati al movimento per la giustizia globale, molti dei quali sono stati associati ai forum sociali. In questo senso la differenza tra le teorizzazioni accademiche e quelle basate sui movimenti è diventata più sottile, come viene evidenziato non solo nel mio lavoro ma in molti altri ambiti, tra cui il volume pubblicato da Stephven Shukaitis e David Graeber “Constituent Imagination”, la rivista on-line Ephemera o il nuovissimo giornale Turbulance. A seconda del network, della regione e del progetto cambiano le polemiche e i concetti fondamentali. Dato che ci occupiamo di un “movimento dei movimenti” o di un “network dei network” le particolari questioni e idee di interesse per gli attivisti nascono dai contesti specifici all’interno dei quali sono inglobati. Il mio stesso lavoro non rappresenta un’eccezione, infatti sono stato molto influenzato dall’interesse verso i network, le tecnologie digitali e le nuove forme di organizzazione tra gli attivisti a Barcellona. È stato grazie al tempo dedicato alla pratica, alla discussione e al dibattito che ho iniziato a vedere il network non come a un artefatto tecnico e a una forma organizzativa, ma come un ideale politico molto diffuso.

Era affascinante vedere come il concetto di network, popolarizzato da teorici quali Manuel Castells o Michael Hardt e Antonio Negri, sia entrato all’interno dello stesso discorso attivista. Infatti, il “network” è risultato uno dei concetti chiave consolidanti tra gli attivisti per la giustizia globale in tutto il mondo, e molti dibattiti del movimento hanno trattato dei pro e dei contro dei network, della differenza tra i cosiddetti “orizzontali” e “verticali”, della lotta contro le gerarchie informali, del ruolo delle nuove tecnologie, ecc. In altre parole, le preoccupazioni teoretiche affrontate nel mio libro riflettono i concetti e le polemiche che ho riscontrato all’interno del movimento stesso. Anche i linguaggi e le tradizioni teoriche specifiche tramite cui queste questioni sono state affrontate variano molto. Per esempio, molti attivisti italiani associati ai centri sociali occupati e quelli da loro influenzati altrove, erano particolarmente spinti dagli autonomisti e dai concetti italiani quali “moltitudine”, “lavoro immateriale” e “precarietà” trovati negli scritti di Hardt e Negri, e Paolo Virno, per citarne alcuni. Alcuni network inglesi di teoria radicale sono stati particolarmente influenzati da Gille Deleuze e dalla nozione di rizoma di Deleuze e Guattari.

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Anche se alcuni movimenti a Barcellona erano in linea con la tradizione italiana, molti degli attivisti catalani con cui ho lavorato erano maggiormente in sintonia con Castells e c’era una generale preoccupazione per le forme emergenti di democrazia partecipativa. Per quanto concerne i dibattiti intellettuali all’interno del contesto americano, questi si sono incentrati sulla democrazia diretta da un lato, e sui problemi di razza, classe ed esclusione dall’altro. L’altra arena critica per discussioni e dibattiti intellettuali all’interno del movimento per la giustizia globale si è incentrata sul forum sociale. Qui il concetto chiave è stato “open space”, che io vedo come un risultato di una logica di “netwotking orizzontale” all’interno delle architetture organizzative del forum. I sostenitori dell’ “open space” vedono il forum non come un unico attore politico ma piuttosto come un nuovo tipo di organizzazione, un’arena di dialogo e scambio. Gli oppositori, invece, sostengono che il concetto di “open space” trascuri le multiple esclusioni generate da qualsiasi spazio politico e che indebolisca la capacità del movimento di intraprendere azioni coordinate necessarie per ottenere vittorie tangibili. La questione dell’ “open space” incorpora così molti concetti e molte tensioni che risultano importanti all’interno del movimento, inclusi i network, l’ascesa di nuove politiche, la democrazia partecipativa e il contrasto tra “networking” e logiche di comando verticale.

Infine, gli attivisti hanno discusso ampiamente sui modelli di cambiamento sociale, in particolar modo sui forum. Sebbene le parti tradizionali del movimento sono ancora legate a strategie statali di riforma o rivoluzione, c’è un profondo interesse, in particolar modo tra gli attivisti più giovani e radicali, nei confronti di forme più autonome di trasformazione basate su “cambiare il mondo senza prendere il potere”, per usare una frase di John Holloway. Queste idee politiche emergenti coinvolgono una complessa combinazione di anarchismo tradizionale, marxismo autonomo, post-strutturalismo deleuziano e logica post-rappresentativa dei network organizzati. La vita intellettuale all’interno di molte (ma non tutte) parti del movimento continuano a prosperare e in molti sensi rappresentano un insieme di idee e di dibattiti di gran lunga più ricco e complesso di quello riscontrabile in molti ambienti accademici.


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