Parco Arte Vivente (PAV) - Torino
7 / 11 / 2015 – 21 / 02 / 2016

Curatore: Marco Scotini

Con l’esibizione Earthrise, il PAV tenta di allargare le proprie ricerche alla base delle relazioni che intercorrono tra pratiche artistiche, cambiamenti sociali e produzioni ambientali, presentando una serie di ricerche innovative condotte in Italia intorno al 1968.

Quell’anno non è stato solo caratterizzato dai movimenti studenteschi e dalle rivoluzioni dei lavoratori ma anche della famosa foto scattata da William Anders il 24 dicembre di quel fatidico anno. La foto è conosciuta più precisamente con il nome di Earthrise. È grazie a questa immagine che la terra, isolata nello spazio cosmico, apparve per la prima volta dalla prospettiva della luna.

“L’idea che sarebbe stato meglio tornare sulla terra vista come una risposta polemica all’esplorazione spaziale è l’idea fondamentale alla base di questa avventura chiama Agricola Cornelia” ha scritto Gianfranco Baruchello nel 1983 circa la fattoria sperimentale Agricola Cornelia S.p.A., che ha iniziato a prendere forma nel 1973.

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Nel 1971 un gruppo di architetti radicali chiamati 9999 ha presentato il proprio manifesto con lo slogan: “Cari studenti o amanti dell’ambiente, prendetevene cura! Il vostro ecosistema è in un momento di crisi; le vostre capacità creative stanno sparendo”. Ciò che unisce queste esperienze estetico-politiche con la famosa opera di Piero Gilardi Tappeti Natura della seconda parte degli anni 60’, nello stesso modo in cui Ugo La Pietra organizza i suoi spontanei e periferici giardini urbani, è il presupposto per cui la terra è vista come il “luogo del ritorno”.

Invece di alimentare l’euforia per l’espansione illimitata, la foto del panorama spaziale ha prodotto un cambiamento nella prospettiva di molti. Era diventata la terra il soggetto di una nuova coscienza antropologica e responsabilità sociale: i limiti e la finitezza del pianeta. L’ultima possibile avventura era quindi diventata quella che sarà in seguito chiamata “ecologia”.

Ma questo non significa un ritorno a originarie condizioni mitiche e ormai impossibili, e neanche mettere da parte tecnologie molto avanzate il cui uso politico appare oggi come la chiave di ogni scenario futuro. Per la piccola costellazione di artisti e architetti al centro della mostra Earthrise, questa prospettiva è diventata immediatamente attuabile e oltre ogni dimensione conservazionista.

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Lontano dallo stile degli “earthworks” americani ma anche dalle lavori che sono l’archetipo e il simbolo dei progetti prodotti dall’Arte Povera, le opere presenti al Earthrise mescolano la dimensione ecologica come pratica attiva nelle relazioni umane. Alcuni di questi lavori sono apparsi nella ormai storica mostra Italy: The New Domestic Landscape, alMoMa nel 1972. Oggi appaiono come gli unici precursori, all’interno del contesto italiano, della rinnovata relazione odierna tra pratiche artistiche e ambito ecologico.

Progetto Apollo(1971) creato da 9999, e dove gli architetti fiorentini vedevano la luna come l’arca dove preservare i modelli di vita sulla terra, fu seguito dal modello inabitabile Vegetable Garden House, un dispositivo d’arredo tecnologico che introduceva nelle abitazioni un frammento di natura consumabile in accordo ai principi delle risorse riciclabili. L’idea del riciclo apparve ancora nei campioni urbani in cui La Pietra identificava giardini spontanei ai margini della città, dove “gradi di libertà” e creatività sociale potessero ancora avere luogo.

Il progetto a lungo termine di Baruchello, Agricola Cornelia S.p.A, riesce a mettere insieme un’azione collettiva singola ed individuale con estetica, agricoltura, zoo tecnologia e vita. L’idea di eco-ambiente sviluppata da Barucchello è implicita anche nei frammenti di Gilardi che tenta di ricostruire in poliuretano (in un materiale sintetico), e che cerca di salvare ciò che l’inquinamento sta distruggendo.

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Questa dimensione dialettica, morbida e allettante, scultare è ciò che lo ha guidato, nello stesso periodo, a distanziarsi dalla scena artistica per immergersi completamente nella sfera sociale. E l’ha fatto molto prima rispetto a quello che oggi noi chiamiamo “ecosofia”.


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