Il 28 luglio 2012, proprio durante i Giochi Olimpici, è stata presentata alla Tate Modern di Londra l’ultima opera di Olafur Eliasson, dal titolo Little Sun. Little Sun è un invito a guardare al buio le opere d’arte esposte al museo, attraverso la sola luce di speciali lampade ad energia solare fornite dall’artista.
Il pubblico ha potuto vivere quest’esperienza a partire dalla fine di luglio, durante i cosiddetti “Tate Blackouts”. Il sabato sera, dopo il normale orario di apertura, il museo apriva infatti per due ore con le luci spente e il pubblico poteva andare in giro per le gallerie della collezione surrealista del Tate utilizzando solo le apposite lampade. Un’opera d’arte, ma anche qualcosa in più: un’idea che fa parte di un progetto più ampio per sensibilizzare il pubblico sull’uso dell’energia solare, sull’importanza della luce per la vita e sulle sfide che l’energia globale sta affrontando attualmente.
Come ci spiega lo stesso Eliasson: “Little Sun riguarda la nostra situazione attuale, in cui le risorse naturali non sono più così abbondanti, l’energia scarseggia e non è distribuita equamente. È necessario rivedere il funzionamento dei nostri sistemi eco-compatibili. Credo che Little Sun partecipi a questo urgente dibattito dal punto di vista dell’arte”.
Little Sun è stata sviluppata in collaborazione con l’ingegnere Frederil Ottesel. Da un punto di vista tecnico, il corpo della lampada è costituito da un pezzo di plastica del diametro di 12 cm, spesso 3,2 cm e con un peso di 120g. Il pannello solare che vi è installato è un mono-cristallino da 0,5 Watt, grande 60x60cm. Con una carica di 5 ore alla luce del sole, le lampade possono fornire 5 ore di luce.
La partecipazione sociale (anche in termini di interazione, uso degli spazi pubblici e sensibilizzazione sociale) e il dialogo con l’ambiente naturale sono da sempre stati due tra i principali elementi che hanno caratterizzato le opere di Eliasson. L’attività artistica, come emerge chiaramente anche in Little Sun, può diventare un invito all’impegno sociale e ambientale, come sottolinea l’artista: “Nella vita di tutti i giorni, è importante impegnarsi in maniera critica nelle iniziative di carattere globale o locale. Ogni nostra azione ha delle conseguenze per il pianeta.”
In questo progetto, vengono chiamati in causa lo spazio artistico (la collezione del Tate Modern) e lo spazio pubblico (lo spazio del museo). E l’interazione con il pubblico si trasforma in partecipazione sociale attraverso l’arte, concentrandosi su un tema di fondamentale importanza: la luce per la vita.
Eliasson non è nuovo dalle parti del Tate. Basti ricordare The Weather Project, un’installazione del 2003 nella Sala delle Turbine, che ha fatto parte delle Unilever Series. Ma neanche la luce e la visibilità sono temi nuovi per l’artista.
Prendendo in considerazione l’intera produzione artistica di Eliasson, l’uso della luce in opere come Little Sun e, per esempio, Your Black Horizon, è completamente differente rispetto a quello che se ne fa in 360° Room for all Colours. L’idea della visibilità viene sempre analizzata in due prospettive. Nell’opera Your blind passenger, lo spettatore deve utilizzare un senso che non sia la vista, mentre nelle opere citate precedentemente, la vista è la principale fonte di percezione. Cio che è stimolante in un’opera come Little Sun è il fatto che la vista, attraverso l’arte, collega contenuti e consapevolezza, puntando a una più ampia partecipazione sociale e mettendo in discussione anche l’accesso agli eventi globali e la condivisione di necessità di base.
Sempre in questa direzione, l’artista ha creato ed è direttore dello “Studio Olafur Eliasson”, un laboratorio per le ricerche spaziali, ed è anche fondatore dell’Institute for Spatial Experiments, impegnato nell’educazione artistica.
In particolare, lo Studio testimonia il desiderio di una più ampia collaborazione con specialisti di differenti discipline, dato che Eliasson molto spesso ha partecipato a progetti insieme ad architetti, ingegneri, artigiani, geometri. Tra i principali risultati di queste collaborazioni ricordiamo: The mediated Motion, Serpentine Gallery, The blind Pavilion e Chaque matin je me sens différent, chaque soir je me sens le même.
Conosciamo tutti quest’artista danese-islandese soprattutto per le sue installazioni, le sue sculture e le grandi opere realizzate con materiali naturali come acqua, luce, nebbia, aria e i loro ambienti spaziali. Le sue opere, spesso esposte in spazi pubblici, analizzano spesso la percezione delle dimensioni spaziali e temporali della natura all’interno di un contesto ecologico, in modo da stimolare sempre la partecipazione.
La partecipazione del pubblico non solo porta all’interazione artistica, ma anche a una maggiore consapevolezza dal punto di vista sociale e ambientale. L’esperienza della percezione viene analizzata nei suoi aspetti fisici e sensoriali, in un’interessante combinazione di elementi naturali e strutture architettoniche.
Tra i suoi progetti più importanti, abbiamo già citato The Weather Project, realizzato nel 2003 come parte di Unilever Series. Questa installazione consiste fondamentalmente in una serie di umidificatori, piazzati nello spazio aperto della Sala delle Turbine del Tate, che producono una nebbiolina sottile di zucchero e acqua. Su di esse, un disco semicircolare composto da diverse lampade monocromatiche crea una luce gialla a monofrequenza. Nel soffitto sono installati dei grandi specchi dove i visitatori possono vedere se stessi immersi in un miscuglio suggestivo di luci colorate e ombre.
Ma Eliasson non è nuovo a esperimenti del genere, dove la densità spaziale viene analizzata e intensificata all’interno dello spazio pubblico di una sala d’esposizione. Un esempio calzante è Your Black Horizon, commissionato per la biennale di Venezia del 2005 da Thyssen-Bornemisza Art Contemporary e realizzato in collaborazione con l’architetto David Adjaye. In quest’opera, vi è uno spazio buio e scuro con solo una debole sorgente di luce, una sorta di linea luminosa che divide in due lo spazio e crea una un’insolita modalità di percezione visiva dello spazio. Ma possiamo citare anche l’installazione Din Blinde Passenger o Room For One Colour, in cui le componenti principali dell’esperienza partecipativa sono nuovamente la luce intensa e la nebbia fitta. Questi sono solo gli esempi più importanti che mostrano come la ricerca artistica possa rappresentare un’indagine più profonda sulla percezione psichica (e culturale?) e sull’interazione con elementi esterni o naturali.
Il mondo contemporaneo non è escluso da questa riflessione, come mostra la relazione di Eliasson rispetto al tema del ‘commerciale’. All’artista sono stati commissionati anche dei piccoli progetti per marche internazionali come Luis Vuitton (con l’opera Eye See you, esposta nello store della Fifth Avenue di New York) o BMW, con la creazione della sedicesima BMW Art Car nel 2007, all’interno dell’Art Car Project.
Analogamente, alcune opere di Eliasson sono state realizzate per spazi culturali, come la facciata della sala da concerto Harpa a Reykjavik, o per spazi pubblici, come la cascata sotto il ponte di Brooklyn a New York. Tutte queste opere rappresentano il desiderio di far partecipare e coinvolgere il pubblico in ambienti urbani e culturali concepiti come semplici “spazi” dove alle persone viene continuamente chiesto di rispondere in termini di responsabilità, sia creativa sia sociale, dato che entrambe queste dimensioni fanno parte della realtà umana. Abbiamo quindi contattato Olafur Eliasson per discutere di queste idee e progetti – e in particolare la sua ultima opera Little Sun – in una breve intervista.
Silvia Bertolotti: Su quali progetti state lavorando attualmente con il team all’Institute for Spatial Experiments?
Olafur Eliasson: In realtà, l’Institute für Raumexperimente (Institute for Spatial Experiments) non è un team che lavora con me o per me. Si tratta di una forma sperimentale di educazione artistica, che non è basata sulla trasmissione gerarchica di conoscenze, come avviene normalmente a scuola. L’istituto, invece, fornisce gli strumenti per la creazione di proposte artistiche che hanno un certo rilievo a livello mondiale, con professionisti attivamente coinvolti nel mondo.
Silvia Bertolotti: Ci puoi spiegare brevemente come è strutturato il tuo Studio, il team, l’organizzazione e il lavoro?
Olafur Eliasson: A partire dal 1995, anno in cui ho trasferito il mio studio a Berlino, si è costantemente ingrandito fino a raggiungere i 60 elementi: artigiani, tecnici specializzati, architetti, artisti, geometri, archivisti, storici dell’arte, due cuochi e gli amministratori. Lavorano al mio fianco negli esperimenti sui materiali e sui fenomeni. Mi aiutano a sviluppare, produrre e installare le opere d’arte e le mostre. Ho anche un team che gestisce archiviazioni, comunicati stampa, e si occupa di contestualizzare le mie opere. Abbiamo prodotto una serie di pubblicazioni in-house, dal titolo Take your Time, e una serie di eventi dal nome Life is Space, che ospito periodicamente nel mio studio, e durante i quali si svolgono esperimenti, presentazioni, discussioni e incontri con moltissimi ospiti provenienti da molti settori.
Silvia Bertolotti: Parliamo un po’ di Little Sun, che è la tua ultima opera, presentata quest’anno durante i Giochi Olimpici. Come ti è venuta l’idea di creare questo progetto?
Olafur Eliasson: Circa due anni fa, ho iniziato a scambiare alcune idee per Little Sun con un mio amico, Frederik Ottesen, un ingegnere danese e un convinto fautore delle tecnologie sostenibili. A quel tempo, progettava un aereo ad energia solare, e io sono stato marginalmente coinvolto in questo progetto. Stavamo buttando giù un po’ di idee, parlavamo di luce ed energia. Ero affascinato dal fatto che la luce avesse un evidente impatto funzionale ed estetico nella nostra vita. Condiziona quello che facciamo e il modo in cui lo facciamo. Molte delle mie opere ruotano attorno alla luce, attorno al modo in cui la luce del sole e quella artificiale influenzano ciò che vediamo e percepiamo, come nell’opera Room for one colour (1997), dove ho illuminato una stanza bianca interamente di giallo, con delle lampade a monofrequenza che riducono lo spettro visivo dei colori di uno spettatore al giallo e al nero, o Lichtdecke Kandinsky (2006), in cui l’illuminazione in una galleria di quadri di Kandinsky, presso la Lenbachhaus di Monaco, è stata modificata per simulare le condizioni della luce in vari luoghi geografici e con differenti condizioni, esplorando, così, come i cambiamenti della luce solare condizionano la percezione delle opere da parte dei visitatori. Possiamo dire che esamino la luce in quanto fenomeno all’interno del contesto artistico, mostrando i miei esperimenti in gallerie e musei. Ma da un po’ di tempo a questa parte, sento il bisogno di lavorare con la luce in maniera più ambiziosa; in un modo che sia integrato nel mondo. Nel nostro pianeta ci sono 1,6 miliardi di persone che non hanno accesso alla corrente elettrica, la cui unica fonte di illuminazione proviene da lanterne a cherosene costose e nocive. Per questo motivo, Frederik e io abbiamo sviluppato Little Sun con una lampada a energia solare. Ciò che è interessante dell’energia solare è che sfrutta qualcosa che esiste per tutti noi – il sole – e lo rende disponibile per ognuno di noi.
Silvia Bertolotti: Credo che Little Sun sia molto incentrata sulla sensibilizzazione al problema dell’energia e sull’accesso pubblico alla principale sorgente di vita: la luce. Anche sull’arte. Sei d’accordo? E vuoi sottolineare qualche altro punto che abbiamo tralasciato?
Olafur Eliasson: È importante dire che Little Sun è in realtà un’iniziativa più ampia volta a favorire l’accesso all’energia. Quest’iniziativa è basata su un modello di business diverso dai modelli tradizionali. Quello che vogliamo è concentrare i profitti su ciò che è più necessario massimizzando i guadagni delle persone provenienti da comunità non raggiunte dalla rete elettrica e che si occuperanno di vendere le lampade. Attraverso la creazione di un business sostenibile nelle zone isolate dalla rete elettrica, Little Sun può apportare un vero cambiamento. Quello che vogliamo fare è appellarci alle persone che vivono in aree già servite dalla rete elettrica e invitarle a comprare una lampada a energia solare. Con un contributo monetario, si possono aiutare le persone che non dispongono di elettricità, o che non hanno sufficiente copertura, a ricevere una lampada a un prezzo più basso.





