Gli artisti che si confrontano ed usufruiscono delle “nuove tecnologie” hanno strumenti potenti, affascinanti ed anche ambigui a loro disposizione: non è escluso che possano “farsi rapire” da essi, che possano subire una fascinazione che, lungi dal poter loro offrire “nuovi orizzonti”, li confinerebbe invece all’interno di un tecnicismo quasi fine a se stesso, di una cornice estetizzante ed autoriferita.
Non è certo questo il caso di Quayola, l’artista nostro ospite. Se l’urgenza espressiva lo ha condotto presto, con il bagaglio di una formazione classica, a ricercare in un altrove fisico (Londra) e tecnico (i “nuovi media”) la sua strada, ha composto nel tempo una carriera basata su indagini approfondite e circostanziate su temi mutuati anche dall’arte del passato, che alla luce dei suoi lavori acquisiscono una lettura originale e strettamente contemporanea.
Con l’antenna dei nuovi strumenti a disposizione, chiama a raccolta spunti artistici ricorrenti e definibili quindi come “classici”, rielaborandoli e sviluppandoli poi in una chiave del tutto personale. Sono quindi “utensili” per una rilettura intensa e partecipata di “codici” visivi ortodossi e stabilizzati, trasposti nel mondo ideale e poetico dell’artista, che li rilascia quindi al pubblico.

Quayola, Storms Digital-Impact, Barcelona 2023
Oggetto di indagini sono stati di volta in volta la ieraticità delle sculture “non finite”, che nella loro rilettura portano i segni dell’analisi scientifico/artistica che li ha attraversati, la pittura di paesaggio, in un gioco di rimandi tra naturale e artificiale, per un “imaginifico” mondo naturale, l’esplorazione delle coordinate dell’iconografia classica, il complesso e stimolante mondo dell’espressione sinergica di suono e immagine.
In tutto questo si propone una narrazione nuova, e il distacco che talora altrove sembra esserci tra l’autore – iniziatore del processo creativo e del suo manifestarsi – e l’opera – proiettata verso il suo fruitore e sospesa in questo iato – qui non si presenta: è sempre vivo il suo segno, in ogni dimensione della sua opera, sia quando ci “restituisce” qualcosa di molto fisico, tangibile, sia quando si fa più etereo.

Quayola, Sculpture-Factory HOW-Art-Museum, Asymmetric-Archaeology_Gazing Machines, Shanghai, China, 2019
“Osservo il mondo tramite i miei occhi, e gli occhi queste nuove macchine. Ci sono analogie con il lavoro dei pittori impressionisti, che lavoravano en plein air: osservo la natura, e scopro nuovi linguaggi attraverso queste osservazioni”.
Abbiamo incontrato Quayola in occasione dell’incontro intitolato “Arte e intelligenza artificiale” che ha avuto luogo a Torino, al Museo Regionale di Scienze Naturali, dove l’artista ha presentato il suo lavoro.

Quayola, Hercules and Nessus
D.: Per l’artista contemporaneo – e per te in particolare – l’intelligenza artificiale si può considerare un “nuovo pennello” o un “partner artistico”?
R.: Entrambe le cose. L’intelligenza artificiale, o la tecnologia in generale, tutti gli apparati utilizzati nel mio lavoro e i sistemi che vengono sviluppati, mi piace immaginarli non solo come dei semplici strumenti, ma come dei generatori di possibili idee, anche dei collaboratori, con cui avere effettivamente degli scambi. Perché spesso e volentieri mi approprio delle tecnologie che utilizzo, in qualche modo, prendendole da un certo mondo, una certa “industry”. Vengono reimmaginate e ricalibrate per qualcos’altro, per cui lo scambio con queste tecnologie è spesso piuttosto sperimentale, naturalmente. La tecnologia stessa informa i processi che ci sono dietro ogni creazione. Quindi è uno scambio che va avanti effettivamente nel tempo, che dura anche tanti anni, per poi trovare un suo equilibrio.
D.: Per l’artista contemporaneo – e per te in particolare – l’intelligenza artificiale si può considerare un “nuovo pennello” o un “partner artistico”?
R.: Entrambe le cose.
L’intelligenza artificiale, o la tecnologia in generale, tutti gli apparati utilizzati nel mio lavoro e i sistemi che vengono sviluppati, mi piace immaginarli non solo come dei semplici strumenti, ma come dei generatori di possibili idee, anche dei collaboratori, con cui avere effettivamente degli scambi. Perché spesso e volentieri mi approprio delle tecnologie che utilizzo, in qualche modo, prendendole da un certo mondo, una certa “industry”. Vengono reimmaginate e ricalibrate per qualcos’altro, per cui lo scambio con queste tecnologie è spesso piuttosto sperimentale, naturalmente. La tecnologia stessa informa i processi che ci sono dietro ogni creazione. Quindi è uno scambio che va avanti effettivamente nel tempo, che dura anche tanti anni, per poi trovare un suo equilibrio.

Quayola, Jardin
D.: Una delle direzioni della tua ricerca ha previsto l’interazione con il suono, con la musica. Quali sono le cose di cui tenere conto quando ci si misura con questo tipo di progetti?
R.: La relazione tra suono e immagine è qualcosa che è stato sempre presente nel mio lavoro. In realtà nasce – come ispirazione – da tutto il movimento della musica elettronica di fine anni 90. Come fonte di ispirazione parte dal momento in cui, nella Media Art, c’è stato l’incontro con la musica elettronica, questa rivoluzione della Rave culture, della Club culture. Quindi in qualche modo il mio lavoro si relaziona con il suono, ma in generale è sempre stato molto legato e ispirato a queste tradizioni.
Quello che mi affascina nella ricerca di progetti audiovisivi è cercare di slegare la tradizionale dipendenza che c’è tra questi due mondi, a seconda del campo di ricerca, o a seconda di come vengono utilizzate. Per esempio nel cinema viene prima uno e poi l’altra, l’immagine è ciò che guida. Ma l’idea di poter effettivamente sviluppare delle composizioni audiovisive simultaneamente è qualcosa che mi ha sempre affascinato. Ci sono state ricerche durate tanti anni per sviluppare dei sistemi, e gli strumenti che utilizzo per realizzare queste opere.
Queste performance, queste creazioni, sono il risultato di sperimentazione con software che mi danno la possibilità di generare entrambi, e di lavorare con entrambi i linguaggi allo stesso modo.
Questo per me è un aspetto importante.
Poi c’è un altro aspetto: il mio lavoro legato alla tradizione, l’idea di poter riesplorare qualcosa a noi familiare, ma in qualche altro modo, esplorare nuove gestualità su qualcosa che appartiene alla tradizione. Ci sono state parecchie ricerche su nuovi pianoforti motorizzati: un esempio di come un approccio alla musica non sia solamente legato alla creazione di musica, ma anche a riflettere su quello che è lo strumento, su quella che è la gestualità umana, e su come questa gestualità possa essere trasformata completamente. Come utilizzare questo strumento – che effettivamente è fatto per il corpo umano – se viene per esempio a mancare un arto. C’è anche questo tipo di sperimentazione che mi intriga molto nella musica.

Quayola, Seta Transient
D.: Gli sviluppi della tecnologia ci propongono nuovi strumenti, ma in particolare nell’arte sembra sia possibile sperimentare, in qualche modo anche prefigurare nuovi scenari, dove anche la fruizione delle opere si immagina “espansa”: realtà immersive, aumentate, varie interazioni tra opera e fruitori. Come vedi lo “stato dell’arte” in questa luce?
R.: Come dicevo, il mio lavoro è fortemente legato alle tradizioni. Quindi, in un modo o in un altro, ci sono degli aspetti di esso che tendono a tornare ad essere molto tradizionali; è qualcosa in cui mi ritrovo.
Spesso l’output dei miei lavori è molto “tradizionale”, nel senso che si relaziona con lo spazio fisico, come se fossero dei dipinti o delle sculture, anche se possono essere dei video.
I musei stessi, poi, sono degli spazi immersivi. Nel museo in cui siamo ora ci troviamo immersi tra tanti oggetti fisici di natura tradizionale. L’idea di “immersività” non è strettamente legata alle nuove tecnologie: la Cappella degli Scrovegni è un’esperienza immersiva.
Non sono poi così intrigato dall’inseguire tutte queste nuove modalità o tecnologie. La mia relazione con la tecnologia si sviluppa molto lentamente, la tecnologia si sviluppa molto velocemente. Il problema è che poi la ricerca artistica è qualcosa di molto lento, almeno per me, è un processo umano non tecnologico.
Quindi a volte per arrivare a qualcosa richiede molti anni, rimanendo con una certa coerenza, e non “saltare” sempre su nuove tecnologie. Cercare di esplorare con leggerezza quello che è arrivato, magari cercare di avere un approccio più profondo su particolari tecnologie, per un periodo di tempo prolungato, è una cosa che mi permette di affrontare determinate tematiche in profondità.
D.: Hai avvicinato e rielaborato con i tuoi strumenti contemporanei lavori di pittura e scultura di altri secoli, confrontandoti con i canoni artistici ed estetici di altri periodi. Cosa ti stimola, ti attrae ed ispira – in generale – dell’arte del passato, in particolare?
R.: Anche se sono “scappato” a 19 anni da Roma, per andare a Londra alla ricerca di nuovi linguaggi e nuove sperimentazioni, è successo – in maniera quasi paradossale – che ho cominciato ad avvicinarmi di più a quello che mi sono lasciato indietro.
Penso che sia anche qualcosa di legato alla mia storia, mi è venuto abbastanza naturale, essendo cresciuto a Roma. Negli anni quindi ci sono stati molti progetti e ricerche basati sull’analisi di oggetti di rilevanza storica, siano essi dipinti o sculture.
Poi pian piano, nel tempo, il lavoro si sta evolvendo in una metodologia leggermente diversa, nel senso che la ricerca – ad esempio – sulla tradizione della pittura di paesaggio non è in questo caso una ricerca su dei dipinti, ma magari su dei luoghi che sono stati dipinti, su cui io torno. Nello stesso modo ho cominciato a sviluppare, con la scultura, delle ricerche di alcune pose classiche: per esempio ricerche di alcune pose che vengono dalla lotta greco romana, utilizzando dei sistemi di scansione particolari. Lavoro proprio con dei lottatori, e catturo dei momenti particolari, sui quali poi lavoro.
Pian piano il lavoro si è distaccato dall’idea di partire da un oggetto esistente, di un’altra epoca, andando verso l’idea di andare a “catturare dati”, sia attraverso l’osservazione del mondo naturale, o attraverso altre tematiche.
Però rimane questa idea di relazione con alcune pratiche storiche, come può essere la pittura di paesaggio o le mie referenze al “non finito” michelangiolesco. Non vuol dire andare a scansionare degli oggetti “non finiti” di Michelangelo, ma vuol dire – per me – esplorare questa idea di una nuova gestualità algoritmica robotica in “luoghi non finiti”, che sono totalmente creazioni mie.
C’è stato un percorso negli anni che, ad oggi, si è un po’ distaccato da quello iniziale.

Quayola, Pointillisme 01, Palazzo Cipolla, QUAYOLA recoding, Rome 2021
D.: Nel mondo ritieni ci siano dei punti di eccellenza per sviluppare le arti legate alle nuove tecnologie, o luoghi più pronti ad accoglierle?
R.: Nella mia esperienza personale, come raccontavo, sono “scappato” da Roma per andare a Londra. Quello è stato un periodo molto bello, di grande fermento. Ad un altro punto della mia vita, della mia carriera, e anche del mondo – che nel frattempo si è evoluto – sono invece “scappato” da Londra, per ritornare a Roma.
Effettivamente non saprei dire perché, è legato a diversi fattori. Sicuramente un tempo questi linguaggi erano qualcosa di particolarmente nascosto, di nicchia, molto sperimentale. Oggi cominciano ad essere dei linguaggi che vengono ormai insegnati in tante università del mondo, cominciano a essere qualcosa per cui non c’è bisogno necessariamente di andare in particolari luoghi del mondo.
La nostra società è collegata in rete, tale da poter sviluppare progetti un po’ ovunque. Penso sia molto importante comunque relazionarsi sempre con la comunità internazionale, perché oggi effettivamente le comunità di artisti si relazionano a livello internazionale. Penso sia importante questo scambio. Almeno sapere l’inglese potrebbe essere una cosa che aiuta (sorride)!
