Organizzato dal Mudam di Lussemburgo – Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean e dal Kunsthalle Wien di Vienna, Radical software: Women, art & computing 1960–1991 è la prima mostra antologica di storia dell’arte digitale sotto un’ottica femminista, focalizzata sulle donne che hanno lavorato usando i computer come strumento od oggetto e sulle artiste che hanno lavorato in un modo intrinsecamente computazionale. La selezione, che comprende più di 100 opere di cinquanta artiste diverse, include opere pittoriche, scultoree, installazioni, film, performance e molte immagini e testi creati dal computer.
Una mostra principalmente analogica sull’arte digitale, Radical Software si focalizza sulle decadi che hanno preceduto l’ascesa del World Wide Web e sulla successiva proliferazione di informazioni e immagini digitali, le quali hanno dato forma alla produzione artistica e alla cultura visiva delle decadi seguenti. La mostra prende il nome dalla rivista che Beryl Korot creò nel 1970 con Phyllis Gershuny (ora Phyllis Segura) e Ira Schneider, anch’essi artisti. I tre adottarono il termine software (diverso da hardware) come metafora e potente strumento per il cambiamento sociale. Il modello editoriale ad ampio raggio della rivista, nonché il suo obiettivo di fungere da “manuale tecnologico sempre in evoluzione” decentralizzando l’accesso alle informazioni, hanno preceduto il World Wide Web di due decenni.
La mostra parte dai primi anni dei circuiti integrati degli anni Sessanta fino ad arrivare alla “rivoluzione dei microcomputer” che portò alla nascita dell’home computing negli anni Ottanta. In queste tre decadi, il computer passò dal laboratorio alla sfera privata e domestica. Sin dagli anni Sessanta artisti, poeti, scrittori e registi hanno sperimentato con mainframe e minicomputer assieme a matematici, scienziati e ingegneri per produrre e mostrare le prime immagini e i primi testi generati dal computer. Ma con ogni racconto di questa parte di storia, il ruolo importante delle donne nell’uso di questa tecnologia è stato perlopiù ignorato. La mostra, incentrata su un periodo che fu segnato anche dalla seconda ondata femminista, attesta il momento storico poco conosciuto dell’inizio dell’arte digitale e contesta le narrazioni convenzionali dell’arte e la tecnologia, focalizzandosi solamente sulle donne.
Curatrice ospite: Michelle Cotton, direttrice artistica del Kunsthalle Wien
Con l’assistenza di Sarah Beaumont, assistente curatrice del Mudam Luxembourg – Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean.
Lista delle artiste: Rebecca Allen, Elena Asins, Colette Stuebe Bangert & Charles Jeffries Bangert, Gretchen Bender, Gudrun Bielz & Ruth Schnell, Dara Birnbaum, Inge Borchardt, Barbara Buckner, Doris Chase, Analívia Cordeiro, Betty Danon, Hanne Darboven, Bia Davou, Agnes Denes, VALIE EXPORT, Anna Bella Geiger, Isa Genzken, Dominique Gonzalez-Foerster, Lily Greenham, Samia Halaby, Barbara Hammer, Lynn Hershman Leeson, Grace C. Hertlein, Channa Horwitz, Irma Hünerfauth, Charlotte Johannesson, Alison Knowles, Beryl Korot, Katalin Ladik, Ruth Leavitt, Liliane Lijn, Vera Molnár, Monique Nahas & Hervé Huitric, Katherine Nash, Sonya Rapoport, Deborah Remington, Sylvia Roubaud, Miriam Schapiro, Lillian Schwartz, Sonia Sheridan, Nina Sobell, Barbara T. Smith, Tamiko Thiel, Rosemarie Trockel, Joan Truckenbrod, Anne-Mie Van Kerckhoven, Ulla Wiggen.
