Abstract
La tecnologia, in quanto ente storicamente e culturalmente situato, si comporta come generatore strutturante e strutturato (Bourdieu) nonché come ente di riproduzione sociale. Un robot femmina verrà automaticamente slegato dal suo ruolo riproduttivo, in termini biologici, per agire unicamente come riproduttore di bias sociali e cognitivi. L’articolo che si propone intende analizzare nello specifico Sophia della Hanson Robotic come ente di riproduzione sociale. Sophia verrà messa in rapporto dialettico con “Tupamaras Technophallus” di Anna Erhenstein al fine di comprendere come la stessa iconografia tecnocratica patriarcale possa essere riscritta in chiave queer attraverso la dissidenza dei corpi umani e non umani.

Introduzione
Quello della robotica socialmente interattiva (SIR) è un ambito di ricerca che, dagli ultimi decenni del secolo scorso, sta conoscendo una crescita sempre più intensa, sollevando questioni etiche di non poca rilevanza. Poiché la caratteristica fondamentale della SIR è quella di favorire un’interazione con l’essere umano basata sulla mutua fiducia, entra facilmente in ballo la tendenza a riversare sui robot delle caratteristiche prettamente umane, fra cui il genere. La robotica sociale intrattiene, pertanto, particolari rapporti con l’antropomorfismo, ritenendo questa tendenza umana un facilitatore per le interazioni fra esseri umani e nuovi tipi di agenti cooperativi e interattivi. Al fine di utilizzare con successo l’antropomorfismo, la SIR sta esplorando i suoi meccanismi di base e il modo in cui i robot interattivi possono attivarli e regolarli. Per questo motivo, una parte significativa della ricerca si occupa delle condizioni di attivazione delle proiezioni antropomorfiche, fra cui l’aspetto simile a quello umano (Damiano e Dumouchel 2018). Tuttavia, se da un lato il discorso sulla somiglianza all’umano ha generato discussioni sin dagli anni ’70 – si pensi all’ancora attuale discorso sull’Uncanny Valley (Mori 1970) – quanto è relativo all’assegnazione del genere ai robot, tramite caratterizzazioni estetiche e linguistiche, resta un argomento non ancora pienamente dibattuto. In tal senso è opportuno notare come, nel momento in cui si è posto l’interrogativo del genere nei robot, si è ragionato solo in termini binari di androide e ginoide, riversando sull’ente non- umano la tipica distinzione, di matrice cisgender, maschio/femmina (Robustelli 2019). D’altronde, come Castelle notava nel 2018 a proposito dei bias cognitivi nelle GAN, the way in which habitus is both a structuring classifier and a structured generator-has a close resemblance to a particular form of contemporary AI: that of generative adversarial networks (Castelle, 2018). Basandosi su Bourdieu, Castelle nota come le AI, le GAN nello specifico, risentano profondamente dei fondamentali pregiudizi cognitivi umani. In questo modo Castelle, fornisce una chiara misura di quanto ciò che oggi compete l’ambito dell’AI, SIR compresa, sia soggetta a pregiudizi di razza e genere. In tal senso, come ha sostenuto Barbra Henry durante il V Internet Festival tenutosi a Pisa nel 2016, è opportuno pensare che la sessualizzazione e la genderizzazione dei robot non dipenda dalla loro funzione, piuttosto dal “nuovo binomio umano non umano” in cui i robot sono inscritti come agenti attivi all’interno di un orizzonte non più antropocentrico ma postumano (Robustelli 2019; Henry 2016). Questo apre, manifestamente, delle questioni rilevanti in merito a come avvengono le classificazioni di genere e sesso, considerando come non esista ancora un definizione di genere completa e condivisa all’unanimità. Facendo riferimento, tuttavia, all’idea di processualità del genere come agente in continua riscrizione di sé stesso (Butler 2004), si può ipotizzare una visione della genderizzazione del robot come parte di quel nuovo binomio umano non umano a cui fa riferimento Barbra Henry; considerando, inoltre, l’urgenza che la questione della genderizzazione dei robot pone in termini di riproduzione sociale. Tale processo porta, infatti, con sé la concreta possibilità che gli stereotipi, già fortemente radicati nella nostra società, si impongano in misura sempre maggiore all’interno del settore tecnologico, arrivando a rinforzare quelle relazioni di potere che già caratterizzano le interazioni uomo-uomo (De Angeli; Brahnam, 2006).Si rende quindi necessario slegare la ricerca nel campo dell’AI da quest’idea di subordinazione in quanto, come sostiene Richardson, se una condotta non è etica nei confronti dell’essere umano, semplicemente, non lo sarà nemmeno per un robot che, al contrario fungerà da agente di rafforzamento del comportamento non etico. (Richardson, 2018).

Per un approccio “al confine” fra umano e robot
Vi è un lavoro di Anna Erhenstein che, negli ultimi tempi, ha colto la mia attenzione per via dei processi di decostruzione e costruzione messi in atto. Con la collaborazione della radicale casa di vogueing Tupamaras, l’artista mette in scena una finta compagnia aerea, la Tupamaras Airlaines , che, attraverso la danza e la conversazione – su questioni socio-politiche come la conoscenza incarnata, la guerra sotto mentite spoglie, la fluidità di genere, i pericoli futuri delle lacune dei dati o il ruolo degli artisti “emergenti” in contesti “emergenti”- ridisegna i confini che regolano le, apparentemente oggettive, relazioni fra essere umano, strumento e storia. Appunto il videoassemblaggio a 360° è girato intorno ad un aereo abbandonato in Colombia, dove i corpi dei Tupamaras esistono in un ambiente reale ( l’aereo abbandonato) e un contesto surreale fittizio a metà fra il luogo reale interpretato (l’aereo abbandonato che diventa compagnia aerea) e ambientazioni digitali costruite in computer grafica. Il corpo assume in questo processo un ruolo fondamentale in quanto, prendendo in prestito la definizione da S. L. Star e J. R. Griemser, “oggetto di confine” che i due studiosi definiscono come: “any object that is part of multiple social worlds and facilitates communication between them; it has a different identity in each social world that it inhabits” (Star; Griemser, 1989). . Pur non essendo, l’articolo di Star e Griemser, un lavoro sugli studi di genere, il concetto di oggetto di confine si rivela utile nella comprensione del ruolo del corpo all’interno del discorso sull’intelligibilità umana e come, questa, possa inscriversi in un progetto di relazione fra enti umani e non umani. D’altronde il concetto di confine è ritrovabile in studiosi eterogenei, da Bell Hooks con il suo “Elogio del Margine” in cui si propone di rivalutare la marginalità come luogo di resistenza (Hooks, 1990) fino a Nancy che vede proprio nel corpo il (non)luogo di confine necessario per la creazione dell’altro (Nancy, 1996). In tal senso la Casa Tupamaras esiste, all’interno del surreale lavoro di Erhenstein, come oggetto di confine fra il mondo reale, quello virtuale, quello storico e quello idealizzato. Sono i loro corpi, carnali, sensuali, espliciti, a fare, letteralmente, da “margine” di azione all’interno del processo di decostruzione, e costruzione di una realtà alternativa, messo in scena da Erhenstein. Il corpo è presentato in questo caso come materia viva, oggetto integrato all’interno di quel contesto in decostruzione di cui è partecipante attivo e retroattivo. La tecnologia ha, inoltre un ruolo centrale nel lavoro di Erhenstein in relazione al corpo; appunto il videoassemblaggio si conclude proprio con la frase: “Technophallus is a neural network”. Qui si pone un discorso curioso in relazione a quel nuovo binomio umano non umano a cui si accennava precedentemente. A tal proposito prenderò ad esempio un caso particolare nella SIR, Sophia della Hanson Robotic, non solo per l’evidenza di una gamma complessa di stereotipi di genere ma anche, e soprattutto, in virtù del lavoro di rappresentazione della ginoide creata da David Hanson. Sophia è un robot umanoide attivata nel 2016 e che, da allora, riceve una certa attenzione mediatica non soltanto per la sofisticazione della sua capacità di interazione (primato di sofisticazione che, oltretutto, oggi spetta ad Ameca della Engeneer Art), ma anche, e soprattutto, per una serie di questioni giuridiche che l’hanno riguardata. Nell’ottobre 2017, Sophia è diventata il primo robot, e cioè la prima entità non umana, ad aver ricevuto la cittadinanza da parte di uno Stato, l’Arabia Saudita; nello stesso anno, è stata nominata la prima Innovation Champion del programma di sviluppo delle Nazioni Unite, si tratta del primo non- umano a ricevere un qualsiasi titolo delle Nazioni Unite (Pagallo, 2018). Non essendo io una giurista, non mi addentrerò nella complessità di tali questioni, piuttosto, nell’interesse dell’argomentazione che si vuole proporre, mi soffermerò sul discorso della rappresentazione di Sophia in quanto donna robot. Appunto la ginoide in questione è a tutti gli effetti una donna robotica destinata a lavori di cura, fattore che, da solo, presenta in sé il problema centrale nella genderizzazione dei robot, tuttavia il livello di genderizzazione di Sophia ha poco a ché vedere con la sua funzione. La ginoide della Hanson Robotic, ricalcando l’intuizione di Castelle in merito alle GAN, si comporta come ente di riproduzione sociale, subendo quell’effetto che, prendendo in prestito il titolo dell’omonimo romanzo, definirei “Stepford Wives”. In questi fattori tuttavia risiede anche il potenziale emancipatorio della ginoide, nonchè le insidie che si potrebbero incontrare nel valutare il robot come elemento emancipatorio. Sophia, come i migliori robot femmina che la fantascienza ci ha regalato, è percepita a tutti gli effetti come donna – basti pensare alla diatriba sulla cittadinanza saudita causa la mancanza dell’hijab, indumento obbligatorio per le donne Saudite – eppure non presenta le caratteristiche di una donna biologica. La ginoide non possiede un utero e, pertanto, non può riprodursi biologicamente (Atanasoski; Vora, 2020).Stando alle visionarie tesi di Haraway sui cyborg, questo fattore dovrebbe indurci a leggere in Sophia, come in qualsiasi altro agente tecnologico privo di “innocenza originaria”, il potenziale per slegare l’essere umano, le donne in modo particolare, dai dettami occidentalocentrici patriarcali (Haraway, 1991). Tuttavia, la stessa lettura del cyborg come elemento emancipatorio rischia oggi di diventare velleitaria, in quanto, la cannibalizzazione dell’immaginario cyborg femminile è evidente nei contesti corporativi, soprattutto all’interno di quelle organizzazioni ad alto contenuto tecnologico. A tal proposito risulta affascinante il contributo di Barbara Czarniawska ed Eva Gustavsson nell’ambito degli studi organizzativi. Le studiose propongono un’analisi prettamente di genere prendendo in considerazione come alcuni famosi personaggi femminili che incarnano il cyborg, tratti da film e romanzi di fantascienza, non sono altro che la reincarnazione di stereotipi di genere che consolidano i tradizionali rapporti fra donne e tecnologie: automi umanoidi perfetti, al contempo oggetto sessuale e attente assistenti in grado di dispensare amore e supporto all’eroe di turno. È il caso di Trinity in Matrix che, a dispetto di una prima entrata in scena alquanto promettente, viene presto relegata al ruolo di dispensatrice di amore e cure che, alla fine, si sacrifica in favore del successo dell’Eletto Neo ( Czarniawska; Gustavsson, 2008). D’altronde la stessa Sophia è nota per aver divertito il pubblico del Tonight Show per la sua ironica interpretazione della robot ribelle mentre gioca a “sasso, carta e forbici” con Jimmy Fellon., a dimostrazione di quanto gli immaginari cyborg siano stati perfettamente implementati dalle corporation proprietarie per la rappresentazione mediatica dei propri robot. Alla luce di questo, l’approccio di Tupamaras Technophallus potrebbe rivelarsi utile nella volontà di riscrivere l’immaginario tecnocratico patriarcale che sta veicolando la SIR. Come scritto precedentemente a proposito del lavoro di Erhenstein, la grande qualità di riscrittura sta nell’uso che l’artista fa del corpo. Pur ammiccando ad un estetica cyborg – estetica che, tra l’altro, configura da almeno 20 anni le comunità LGBTQ+ di tutto il mondo – non scade mai in una visione velleitaria del mito del cyborg come strumento emancipatorio. Piuttosto, fondando il suo lavoro sull’azione della carne, lasciandole spazio per agire nei contesti reali e virtuali, Erhenstein ci offre un elemento di lavoro nell’ambito della SIR affascinante. Valutando il corpo come oggetto di confine si ha la possibilità di pensare l’azione all’interno della relazione. Un atteggiamento che rintracciamo in Barad attraverso quella che lei stessa chiama metodologia diffrattiva: una metodologia che è attenta alla differenza e la rende visibile; mette in evidenza la «natura relazionale» della differenza e di tutto ciò che esiste; rendendo possibile un’indagine genealogica di come la realtà viene ad esistere e valuta, incoraggiando, le connessioni fra differenti teorie (Barad, 2014). Pertanto, riprendendo il discorso butleriano sulla rappresentazione, Barad arriva al realismo agenziale: una “forma non rappresentazionista di realismo che è basata su un’ontologia che non dà per scontata l’esistenza di parole e cose e su un’epistemologia che non si attiene a una nozione di verità basata sulla loro corretta corrispondenza” (Barad., 2007). In tal senso si ritiene il lavoro di Erhenstein uno spunto potenzialmente utile per lavorare criticamente nell’ambito della genderizzazione dei robot. Attraverso la necessità della SIR di ragionare sul corpo, è possibile considerare i corpi umani, come quelli non-umani, come agenti che, rispondendo a stimoli esterni (L’essere umano con cui interagire nel caso dei robot) possono mantenere alti livelli di riscrittura di sè stessi. Il problema fondamentale di Sophia non sta nel fatto di essere inquadrata in un genere, piuttosto nella rappresentazione del genere che la Hanson Robotic propone attraverso Sophia.

Quanto è necessario sfruttare è la naturale qualità manipolatoria del corpo umano tanto di quello robotico, non in virtù delle loro rappresentazioni, piuttosto nella loro qualità di agenti sempre al confine di qualcosa. A tal proposito Koda, in merito alla SIR dice: “designers of virtual agents should consider gender of appearance and gesture animations of virtual agents, and make them customizable according to the user’s gender, preferences, social skills conversational content, and culture» cosicché «we could make use of the advantage of virtual agents that they are flexible to customize to make them suit various conditions”(Koda, 2016). Secondo questo approccio, il genere nei robot può essere manipolato in modo da escludere la possibilità di rinchiudere la SIR negli stereotipi di genere e aprendo la stessa ad una maggiore inclusività, oltre che ad una visione più fluida del genere, senza tuttavia perdere la riconoscibilità di genere (fondamentale nelle interazione umano-robot). La strategia proposta da Koda trova ispirazione della serie televisiva Annedroids, in cui il robot PAL è progettato come una sorta di Orlando robotico capace di scegliere il proprio genere in base al suo interlocutore. Pal sperimenterà il significato dell’essere un maschio tanto quello di essere una femmina arrivando a concludere di non voler più adottare un genere binario ma di “Just to be me”(Robustelli,2019).
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- – Ibid. Robustelli C. (2019). Robot umanoidi, genere e linguaggio “Siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni”. Lingue e Culture dei Media v. 3.
