ROTATE è una serie di opere che si intrecciano in modo informale e creano relazioni inaspettate. Una serie di collegamenti e connessioni sarà resa possibile dall’eterogeneità delle opere in mostra.
Di primo acchito, non viene spontaneo pensare a una qualche analogia tra la pittura hard edge, assolutamente non rappresentazionale di Robyn Denny, e le narrative epiche di Chad McCail, intrise di dettagli e cariche di teoria e attivismo politico. Sebbene si focalizzino sull’astrazione, entrambi ridefiniscono la geometria e spostano l’attenzione sul linguaggio. Entrambi hanno un metabolismo interno dinamico.
Denny ha creato il suo capolavoro Go Between nel 1965. Quest’opera ha rappresentato la Gran Bretagna alla ventitreesima Biennale di Venezia nel 1966. Sulla tela ci sono molteplici strati di colori a olio che, attraverso la loro intensità e profondità, producono uno spazio, in qualche modo immateriale, chiaramente, anche se non immediatamente, percepibile. Non c’è illusione, tutto è dipinto. C’è una sorta di quadrato nel quadrato che ricorda un arabesco, come fosse una chiave sospesa, salvo che nessuno di essi corrisponde a un’ associazione materiale. É solo astrazione, pura forma.
La celebre Monoculture di Chad McCail fa parte di una lunga riflessione sull’istruzione obbligatoria nel mondo occidentale. In apparenza l’istruzione obbligatoria è il più benevolo e civilizzante processo istituzionale, ma in realtà è frutto della dominazione, della colonizzazione e della domanda industriale. Ciò che resta della sua struttura ancora tormenta il nostro sistema educativo, la nostra società. Rappresentando il funzionamento della macchina scolastica attraverso il montaggio di cubi bianchi e neri, come una costruzione lego, McCail riutilizza progressivamente il linguaggio dei suprematisti, e con essi l’intero patrimonio dell’astrazione sistematica.

Da questa relazione tra una delle opere più astratte mai create prima in Gran Bretagna e uno dei suoi artisti più attivisti, emergono aspetti imprevedibili. Ciò rivela le tante implicazioni che l’arte maggiore comporta e che vanno ben oltre il semplice contesto familiare, scolastico, generazionale e ben oltre l’attivismo.
I paragoni aumentano man mano che altre opere trascinano la propria logica nel gioco delle relazioni. In particolare, Michael Stubbs rende liquida l’astrazione, distruggendone il concetto in un apparente lassismo post moderno, libero da qualsiasi codice, non spaventato dal lanciare i colori sulla tela lasciando che sia il caso a decidere. La sua mano sicura funge da perfetto moderatore con l’anarchia. Trattandosi di post astrazione, quadri, forme e illusioni, l’opera risulta, infatti, strettamente legata alle rigorose visioni hard-edge di Robyn Denny. Dall’altra parte della sala, la sua libertà materiale trova una curiosa eco nelle figure stilizzate e in movimento di Chad McCail.
Forse l’unica opera capace di sintetizzare tutte le altre è quella di Bill Culbert con il suo mix di oggetti Dada, costruttivismo e sculture elettriche. I contenitori usati di olio per motore sono attraversati dalla luce di un neon e i loro corpi diventano di colori fluorescenti che irradiano luci e forme, creando la stessa astrazione di un’ eccezionale tela dipinta, giocosa, innovativa, anarchica, priva di regole ma in perfetta armonia con il resto delle opere esposte, che mostrano la stessa abilità nel creare la propria forza. Accanto ad essa c’è una delle prime opere chiave di Grayson Perry, che non bada tanto alle convenzioni o alla forza del linguaggio, racchiusa nella forma di un barattolo. Steven Geddes porta al culmine l’intreccio tra arte e irriverenza con i suoi teschi di porcellana e le sontuose rappresentazioni scultoree della versione provocatoria di una Vanitas.
