Sono i vincitori dell’Ars Electronica Prix 2013, svoltosi lo scorso 16 maggio a Linz, Austria, per la sezione “Interactive art” (http://www.aec.at/prix/en/gewinner/#interactiveart): un riconoscimento più che meritato per André e Michel Décoster che, sotto il nome di Cod.Act, operano da più di un decennio sulle interazioni possibili tra suono, luce e immagine (http://codact.ch/gb/pendugb.html).

Due fratelli che hanno unito le loro strade (Michel si è formatato come architetto e Andrè come musicista e compositore) nel 1999, quando iniziarono a creare determinati strumenti, funzionali e adattabili a specifiche esigenze artistiche, attraverso i quali sono riusciti a combinare i loro saperi, richiamandosi a livello estetico a particolari scenari industriali. Il loro lavoro si situa generalmente in quel territorio di mezzo tra l’installazione e la performance tecnologica, dove l’interazione tra i diversi elementi è il presupposto di partenza su cui regge l’intera genesi strutturale. Un lavoro tra la ricerca tecnologica e musicale dove la presenza umana funge da anello di collegamento imprescindibile e agente significante ultimo. 

Pendulum choir è il secondo progetto in cui l’aspetto musicale nella sua forma operistica diviene la materia “grezza” di partenza dalla quale sviluppare l’idea originale. Questa ricerca era già iniziata, infatti, nel 2006 con Ex Pharao, installazione performativa che prende piede dall’opera “Mosè e Aron” di Schönberg: una riscrittura della sinfonia originale nella quale gli spettatori potevano modificare il suono e i parametri drammaturgici in tempo reale. Le modifiche andavano a ripercuotersi, quindi, sottoforma di movimento su un’installazione meccanica, in grado di animarsi e spostarsi secondo i diversi impulsi ricevuti. Lo spettatore diviene, così, parte attiva dell’opera fungendo sia da “compositore” che da “coreografo” del movimento della macchina-robot.

Con Pendulum Choir, viene portata avanti la ricerca sulla relazione possibile tra musica orchestrale e movimento, sempre attraverso l’interazione diretta tra l’azione fisica (umana) e la risposta da parte di un attore robotico.

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L’aspetto interessante dell’impiego delle tecnologie da parte di Cod.Act è che, nonostante nei loro lavori essa ricopra un’importanza indiscutibile e basilare, allo stesso tempo non diviene mai una presenza dominante e accentrativa. Questi dispositivi, infatti, stanno sì al cuore del processo artistico ma proprio per questo non ne rappresentano la finalità ultima: si potrebbe parlare, quindi, di un impiego “sottile” delle tecnologie nel senso di una loro implementazione invisibile che si manifesta attraverso ciò con cui gli spettatori si relazionano nella fase finale.

Lo strumento dunque rimane tale, senza bisogno di essere esibito né come elemento di pura spettacolarità né come portatore di un proprio significato predeterminato.  La tecnologia viene a manifestarsi solo nel momento in cui il pubblico acquisisce la volontà e la possibilità d’interazione con l’opera, combinando e organizzando a suo modo le informazioni da inviare, secondo determinati parametri.

“Random, effimero, multidimensionale”: con questi tre aggettivi André e Michel definiscono il loro lavoro che si esperisce effettivamente come qualcosa di inafferrabile, nonostante la concretezza delle macchine che essi stessi realizzano e della forte estetica post-human che li connota. Un’appendice artificiale mossa però dall’interazione con quanto di più organico (il corpo fisico) e astratto (la tecnologia digitale) si possano combinare insieme. Una tripla polarità che agisce su piani differenti e che dona alle loro opere un significato ontologico sfuggente.

Pendulum Choir tralascia l’interazione con lo spettatore per creare una struttura vivente e osmotica che lega i nove performer coinvolti all’impianto robotico su cui si trovano letteralmente impiantati. Insieme viene a costituirsi un corpo unico che prende vita attraverso l’emissione vocale dei nove, un unisono non solo sonoro ma anche visivo, in cui si sfida la forza di gravità attraverso una polifonia del movimento.

Abbiamo fatto ad Andrè e Michel qualche domanda per capire un po’ più a fondo le relazioni da cui emerge e come viene portato avanti il concetto fondamentale di interattività, punto nevralgico grazie al quale hanno vinto il prestigioso premio.

Giulia Tonucci: Vorrei partire da una breve introduzione al vostro lavoro. Come è nato il progetto di Pendulum Choir e come esso segue il vostro operato precedente?

André e Michel Décoster: I nostri progetti Cod.Act  associano sempre movimento e suono. Essi testimoniano la nostra continua ricerca sulla relazione tra questi due parametri e il nostro sforzo nel trovare la migliore relazione possibile tra i due. In tutti i nostri progetti, abbiamo sviluppato e costruito macchine in grado di produrre movimenti e suoni. Generalmente queste macchine sono comandate dalle persone, dal pubblico o da noi stessi. In questo modo si verifica una relazione aggiuntiva, quella cioè tra l’uomo e la macchina.

Pendulum Choir deriva dal nostro interesse nel realizzare un progetto sul tema delle composizioni strumentali o vocali, associandolo alla macchina, concepita e sviluppata direttamente da noi stessi, in modo che includa la nozione di movimento. L’intenzione era quella di stabilire un collegamento diretto tra i parametri della musica vocale – tra cui, ad esempio, il suono, la materia verbale, il ritmo, l’intensità, la densità – e i parametri della meccanica come la velocità, la posizione e l’accelerazione.

Volevamo lavorare sugli effetti diretti prodotti dai movimenti e dalle posizioni dei cantanti, sulle loro voci; giocare sulle costrizioni e i comandi impartiti dal sistema. L’intenzione era quella di provocare una relazione naturale tra il movimento e il suono senza un sistema intermedio di sensori e trattamento di informazioni. I temi principali della composizione vocale sono il respiro e il respirare. Lungo la performance, il coro esprime differenti stadi respiratori, come il respiro durante l’estasi o l’oppressione respiratoria del primo respiro. I movimenti della struttura meccanica pongono i cantanti in situazioni fisiche in connessione con cosa essi esprimono vocalmente.

Il coinvolgimento di performer cantanti è un elemento nuovo nelle nostre strutture sonore. In Pendulum Choir essi appaiono come elementi integrati della macchina in grado di generare musica. La loro natura di esseri umani come parte della macchina porta all’intero un aspetto narrativo così come anche un aspetto emozionale. Il risultato è una relazione morfologica tra l’essere umano e la macchina, entrambi come parti di un medesimo organismo vivente.

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Giulia Tonucci: Nel vostro lavoro risulta evidente una connessione tra il design e l’architettura, che si manifesta particolarmente anche in Pendulum grazie all’incredibile piattaforma meccanica, elemento performante e performativo all’interno della piéce. Come lavora nel caso specifico questo macchinario? E’ per voi un puro supporto artificiale o è a tutti gli effetti una presenza viva sul palco?

André e Michel Décoster: Il macchinario realizzato per Pendulum Choir è stato sviluppato come uno strumento che incorporasse un’idea la quale consiste nel riunire insieme i cantanti ponendoli sotto costrizioni fisiche altamente vincolanti per ottenere nuovi toni vocali. La forma ha preso avvio da dei criteri funzionali. La scelta di strumentazioni tecnologiche e materiali fu definita inizialmente così come l’essere capaci di costruire l’installazione da noi stessi durante un nostro workshop precedente. L’unica relazione con l’architettura e con il design è nella ricerca di una maggior funzionalità ed economia possibile.

Giulia Tonucci: Guardando lo spettacolo, sembra di assistere alla manifestazione di quello che possiamo definire “corpo sonoro”. Voi pensate che si possa parlare dell’interazione dei nove corpi umani installati sulla piattaforma meccanica, come di unica presenza performativa finale?

André e Michel Décoster: Certo. La nostra idea è quella di considerare tutti i corpi come un unico singolo corpo in movimento. Un’unica massa organica, un solo organo. Da questo presupposto, abbiamo così cominciato a parlare di polmone e respiro. Ogni cantante diviene una sorta di alveolo sonoro di un polmone costretto sotto l’influenza di una forza esterna, la quale è rappresentata dal dispositivo meccanico e idraulico.

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Giulia Tonucci: Potreste dirci qualcosa rispetto alla drammaturgia musicale, se si tratta di uno spartito prefissato o se esso cambia ogni volta? Qual è il ruolo del respiro nella creazione performativa-musicale?

André e Michel Décoster: La musica è scritta. In ogni caso per alcune parti, diversi parametri musicali sono lasciati liberi all’interpretazione dei cantanti, come per esempio il profilo della melodia. Ma non c’è molta differenza tra una replica e l’altra. I cantanti hanno imparato la musica con il cuore, è difficile per loro perchè il coro non è guidato durante la performance e a causa del movimento che viene compiuto e delle loro posizioni decisamente non consoni a una performance corale classica, i cantanti non possono vedersi del tutto l’un l’altro.

Rispetto al tema, noi consideriamo il coro come un grande polmone. Il tema della musica e il suo testo sono il “respiro” e il “respirare”. Prima abbiamo svolto numerose ricerche sui significati che queste due parole possono assumere. Ognuna delle nove parti rappresenta una nozione di cosa sia il respiro. Alcune di queste parti sono canti rituali che hanno a che fare con la nozione simbolica del respirare, un’altra riguarda l’ultimo respiro, il respiro della morte, un’altra ancora richiamo il respiro dell’ecstasy. L’intero va quindi a costituire una sorta di opera sul concetto di respiro.

Giulia Tonucci: Potreste indicare un artista di riferimento per il vostro lavoro o se ci sono state collaborazioni iniziali che hanno determinato il processo di lavoro di Pendulum?

André e Michel Décoster: Non abbiamo nessun artista da citare, ma all’inizio della nostra attività artistica, eravamo in Polonia per un lungo soggiorno durante il quale abbiamo lavorato e presentato il nostro lavoro in vari eventi in giro per il paese. Erano festival di arti performative o luoghi dedicati all’arte sculturea. L’Arte della performance in Polonia ci ha stimolato moltissimo lungo lo sviluppo del lavoro. Il modo potente e organico in cui in questo paese la performance riesce a combinare l’assurdo, l’esistenza umana, la materia, la carne, la morte, l’evocazione del passato attraverso discorsi politici, ci ha segnato moltissimo.

Giulia Tonucci: Che tipo di relazione corpo/macchina emerge secondo voi dalla piece? Nonostante una considerevole differenza nel risultato, esso potrebbe riportare alla mente alcuni dei lavori di Stelarc… In che modo questo particolare binomio è stato portato avanti nell’ultima decade?

André e Michel Décoster: Non conosciamo il lavoro di Stelarc così a fondo ma pensiamo che il nostro approccio sia abbastanza differente. Stelarc concentra se stesso sul corpo umano e la sua obsolescenza provando a incrementarne le capacità e le proprietà strutturali. Noi siamo meno drastici nel nostro approccio. Noi proviamo a mettere in relazione il movimento meccanico e il suono. Con Pendulum Choir abbiamo cercato un qualcosa di nuovo sia per quanto riguarda il concept musicale sia per quello visivo, usando gli strumenti specifici dell’opera musicale, dell’arte drammatica, dell’arte visiva e della tecnologia. Non abbiamo controllato ogni cosa. E’ una ricerca vasta e ambiziosa con un punto focale in continua evoluzione. 

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Giulia Tonucci: Quale sarà il vostro prossimo step? Siete già al lavoro su un nuovo progetto o continuerete a investigare i diversi gradi di interazione e percezione tra corpo/suono/macchina?

André e Michel Décoster: Certamente continueremo a investigare le relazione tra movimento e suono, ma probabilmente con un approccio più grezzo e più radicale. Il prossimo progetto sarà un’enorme scultura sonora, il suo nome è Nyloïd, la sorella di Cycloïd… Sarà pronto per il prossimo Autunno!

 


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