La storia dei modi in cui le opere d’arte (e l’arte stessa) sono state fatte, e specialmente dei modi in cui sono state percepite dal pubblico, è forse uno degli aspetti più interessanti per chi si occupa di studiare i cambiamenti sociali, tecnologici e filosofici dei vari contesti culturali ed economici; l’inaccessibilità delle opere d’arte devozionali, così come descritta da Walter Benjamin nel suo influente saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, rinsaldava – e spesso persino costituiva – l’essenziale legame tra comunità, unite intorno a queste opere o alla loro “aura”.
Questa dinamica ha subito, col trascorrere dei secoli e il variare dei contesti sociali, numerosi cambiamenti, a volte anche radicali, fino a giungere alla situazione attuale: in un ambiente in cui spesso l’importanza di un’opera si misura in base alla sua viralità o alla sua capacità di catturare l’attenzione di un pubblico sempre più vario, un’opera come i18n, creata dall’artista cinese Aowen Jin, richiede la nostra attenzione per il modo in cui si rivolge a questo problema.
Consiste in una serie di disegni, fatti a mano sulle pareti del Music Gallery Performance Space dell’Horniman Museum and Gardens di Londra, che l’impiego di una vernice speciale rende fruibili dal pubblico solo con l’aiuto di pile a raggi UV. I disegni rappresentano scene della cultura tradizionale cinese e dialogano direttamente con la storia di questa istituzione inglese.
Filippo Lorenzin: Come e quando ha iniziato a lavorare su i18n?
Aowen Jin: Ho iniziato a pensare ai disegni e a documentarmi nell’ottobre del 2014. Dovevo decidere quali soggetti potessero rappresentare la cultura cinese dei nostri giorni e allo stesso tempo essere in sintonia con la storia e l’eredità dell’Horniman Museum and Gardens. Attraverso il mio lavoro ho sempre mirato a riflettere la cultura e la società attuali, quindi rendere quel contesto sociale nell’ambientazione storica dell’Horniman è stata una sfida emozionante.
Il completamento vero e proprio dell’opera, che copre 100 metri quadrati di spazio, ha richiesto meno di una settimana. Ho personalmente composto e disegnato tutto a mano.
Filippo Lorenzin: Uno dei punti chiave di questo progetto è il fatto che vedere i suoi disegni non è facile, e, anzi, richiede un certo sforzo. In che rapporto si pone questo aspetto con la sua precedente pratica artistica?
Aowen Jin: La mia arte si basa sempre sull’osservare le persone con le loro storie, mentre vivono le loro vite nella contemporaneità, e sul fare delle considerazioni a partire da queste osservazioni. Mi servo delle loro storie per comprendere le questioni socioculturali che mi circondano, e condivido questi pensieri con gli spettatori attraverso l’arte. Una cosa che trovo molto frustrante è come l’arte e altre immagini visive lottino per catturare l’attenzione sovrastimolando i nostri sensi. Come società, stiamo perdendo la capacità di farci delle domande, di essere curiosi: diventiamo dei passivi riceventi di immagini, che, così facendo, perdono d’impatto e di significato.
Ecco perché mi affascinano le opere d’arte che richiedono uno sforzo. Credo che, quando si fa uno sforzo per scoprire una storia, poi si provi una maggiore soddisfazione per la scoperta e si presti più attenzione al significato sottinteso.
Filippo Lorenzin: Trovo particolarmente interessante il modo in cui i disegni siano nascosti – mi ricorda la riflessione di Walter Benjamin sull’aura. Vorrei chiederle cosa significa nascondere le sue opere in un’epoca in cui l’abitudine è quella di sviluppare progetti artistici sovradocumentati.
Aowen Jin: Gli artisti contemporanei hanno sempre dovuto rispondere alla sfida di trovare il giusto equilibrio tra dare alle persone abbastanza informazioni, e lasciare l’opera sufficientemente libera perché gli spettatori potessero farsi una propria idea. Lo spettatore ha bisogno di libertà per trovare la propria lettura dell’opera. Penso che questa sia una decisione molto personale, ma, una volta creata, l’opera d’arte non appartiene più esclusivamente all’artista: può essere liberamente interpretata da chiunque altro.
Come artista, trovo liberatorio ascoltare l’opinione del pubblico sul mio lavoro, e credo che l’analisi dell’opera sia tanto importante quanto la sua originaria creazione. Mi aiuta ad apprezzare le altre culture e ad avere una miglior comprensione del mondo nel suo complesso. È impossibile tenere sotto completo controllo il modo in cui il proprio lavoro verrà letto, perché ognuno ha esperienze di vita uniche, quindi tutto dipende dalla misura in cui l’artista vuole guidare i propri spettatori.
Filippo Lorenzin: I disegni sono strettamente connessi agli spazi dell’Horniman Museum e all’attività del suo fondatore nell’Ottocento. Potrebbe spiegare come ha scelto i temi da rappresentare? Le sue opere fanno spesso riferimento alle condizioni della Cina contemporanea. In che modo il progetto in questione si inserisce in questo percorso?
Aowen Jin: A dire la verità, a rendermi partocolarmente entusiasta di collaborare con l’Horniman è stato il fatto che, quando il museo mi ha contattata, mi ha dato totale libertà nella scelta del tema. Mi ha davvero sorpreso che fossero così aperti all’idea di lasciarmi ‘vandalizzare’ il loro famoso Music Gallery Performance Space. Dopo la mia mostra sperimentale al KingsCollege sul finire dello scorso anno, mi entusiasmava l’idea di portare avanti il concetto che ne era alla base, e produrre un’installazione site-specific che lo rappresentasse su più larga scala. Volevo creare dell’arte che costringesse gli spettatori a fare uno sforzo per scoprire autonomamente l’opera.
In apparenza, i disegni sembrano molto tradizionali. Alcuni, ad esempio, raffigurano le vicende del Re Scimmia de Il viaggio in Occidente. Queste richiamano la storia e l’eredità culturale dell’Horniman: il fondatore aveva cercato di portare la cultura e la vita cinese in Inghilterra attraverso oggetti e navi a vapore. In i18n, io voglio portare la cultura cinese nella comunità locale per mezzo di divinità e tecnologia ultravioletta.
Comunque, un’altra influenza fondamentale nell’opera è quella del mondo di internet e del modo in cui la comunicazione di massa trasforma le culture globali. Persino il nome della mostra è un riferimento alla tecnologia di internet: i18n è infatti un termine standarard del gergo tecnico che sta per “internazionalizzazione”, ovvero il mezzo con cui possiamo rappresentare diverse culture in uno stesso spazio virtuale. A causa di internet, dei social media e dell’internazionalizzazione, siamo sempre in attesa di qualcosa di nuovo. Sembra che non solo in Occidente, ma anche in Cina ci si preoccupi solo della Cina moderna. Adesso chiunque in Cina, dal presidente alla persona comune in strada, si lamenta della perdita dei valori e della cultura storica cinese. Con il progresso economico, questa storia ricca e magica è scomparsa dalla Cina contemporanea, sostituita da macchine, borsette e colossal in computer grafica. Ecco perché voglio portare l’attenzione di tutti su questa grande cultura e sulle sue opere d’arte, come le Grotte di Mogao, che per prime attrassero l’Occidente in Cina.
Filippo Lorenzin: Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Aowen Jin: Nei prossimi due mesi lavorerò a eventi legati alla moda per Chicmi, a cui affiancherò una serie di conferenze presso università e organizzazioni come la Southbank Centre[1], per dare ispirazione e condividere le mie esperienze in merito a come avere successo nelle industrie creative. La mia mostra principale di quest’anno è un progetto in collaborazione con The Body Narratives[2] per scoprire come le ragazze africane/caraibiche esprimono la propria identità a Londra attraverso il colore della pelle. Si terrà molto più avanti.



