Tra le figure più interessanti nel panorama della musica elettronica contemporanea, Andi Toma e Jan St. Werber si sono sicuramente aggiudicati un posto di spicco sotto il nome di Mouse on Mars, un progetto nato quasi vent’anni fa e grazie al quale nel tempo sono riusciti a rinnovare radicalmente la scena musicale tedesca e internazionale.

Originari di Colonia e trasferitisi successivamente a Dusseldorf, attraverso le loro sperimentazioni d’avanguardia e una ricerca trasversale compiuta su più generi musicali, infatti, raccolgono con successo il testimone lasciatogli qualche anno prima dai Kraftwerk, riconosciuti come propri padri artistici.

Nei dodici album realizzati fino ad oggi, i Mouse on Mars hanno saputo far convergere nei loro lavori diversi generi, dalla techno più radicale agli elementi caratterizzanti il kraut-rock, miscelando con punte d’ironia e teutonica consapevolezza ritmi dub dalle sfumature hip hop e sonorità drum & bass.

Da Vulvaland (1994) che segna il loro esordio, agli ultimi lavori che precedono l’inizio del nuovo millennio, alternano prove più cupe e quasi minimali ad esempi più frizzanti dove l’utilizzo di synth, campionatori e strumenti analogici si mescolano in maniera inaspettata, avvicinando il loro percorso più alla musica sperimentale che al mondo dei club (nonostante brani come Cache Coeur Naif siano diventate vere e proprie hit suonate freneticamente nei club di mezza Europa).

In questo melting pot di suggestioni e richiami musicali, le classificazioni per tentare di inscrivere la ricerca sonora del duo si sprecano tra varie etichettature, tra cui Grind futurista, Kraut dub, Doom House o Post-techno futurista. Un problema (se tale si può considerare) che non ha impedito ai Mouse on Mars di aggiudicarsi numerosissimi premi, tra cui un riconoscimento speciale al Linz Electronica Festival nel 1999. Questa estrema libertà di movimento tra la scena dance e la sperimentazione elettronica più concettuale anzi ha lasciato la loro ricerca libera di spaziare a 360 gradi anche grazie a collaborazioni e contatti instaurati con molteplici artisti appartenenti a diversi settori musicali e non.

Degno di nota fu sicuramente il live project Paeannumnion del 2011, un lavoro orchestrale realizzato insieme alla musikFabrik di Colonia e presentato nei più importanti teatri europei; in quest’opera i Mouse on Mars rovesciano le normali regole sinfoniche per trasformare l’intero ensemble in una band elettronica, senza però la presenza di strumenti elettronici alcuni. In diretta, il duo campiona il suono dell’orchestra per interagirvi attraverso speciali software musicali, creati appositamente da loro stessi.

Il 2012, invece, è l’anno di Parastrophics che arriva dopo sei anni dal precedente Varcharz (2006), nel quale si erano già svelate nuove aperture sia verso il funk, che verso il free jazz. 

Presentato il 14 aprile scorso al Locomotiv di Bologna, ciò che fin da subito sembra connotare quest’ultimo album è l’esplosione di colore che trapela da ogni singolo byte. Come in altri live del gruppo, la formazione comprende un terzo elemento: il cantante e batterista Dodo Nkishi, che contribuisce con la sua presenza a offrire un’atmosfera più dinamica e quasi scanzonata all’evento. I Mouse on Mars aprono lo show senza troppi preamboli, immergendo immediatamente il pubblico in un delirio di suoni e luci. Nell’incedere frenetico delle canzoni ciò che balza subito all’orecchio è la deriva assolutamente massimalista con cui la band gioca attraverso l’impiego di effetti più o meno vintage, campionature vocali ed elementi dissonanti tra loro. In un’euforia compositiva che sembra voler riassumere nei tredici brani dell’album buona parte del lungo percorso artistico del duo, si passa senza apparente soluzione di continuità dall’acid più europeista di Seaqz, alle atmosfere lounge di Syncropticians, passando per i ritmi glitch ripresi in Gearnot Cherry.

Ma ciò che si percepisce maggiormente, al di là dalle svariate individuazioni di generi che connotano le diverse canzoni, è piuttosto una polvere fluorescente di pop che si adagia impalpabile su ogni singolo brano, a prescindere dall’aspetto multiforme dell’intera opera. 

Parastrophics è pop nella maniera in cui questo termine può addirsi alla sperimentazione elettronica di stampo tedesco, una suggestione piuttosto che un vero e proprio richiamo. L’album risulta, allora, quale sommatoria dei più disparati elementi tratti dalla musica electro, funk e rap, regalando, a sorpresa, un’organicità di fondo laddove appariva, invece, un insieme eterogeneo di diverse sperimentazioni sonore.

Il riferimento al pop è, però, da intendersi nella sua accezione più larga, un omaggio alla cultura post-moderna più che alla musica fine a se stessa. Sembra di riconoscere, così, nel mix sonoro, un divertito richiamo pulp alla Tarantino, che si tinge di colori fluo e disegni in bianco e nero dagli echi dadaisti che connotano i visual durante il concerto.

La dimensione sonora è costellata di suoni sintetici, da videogioco, e una miriade di altre artificiosità, che ci trascinano in una sorta di giostra sinestetica con l’immediatezza del più puro divertissement. L’insieme performativo, infine, è accattivante nella sua semplicità: i colori, le luci e la grafica che accompagnano il live si percepiscono prima ancora che con gli occhi, nell’esplosione di energia musicale dalla quale sembra quasi che l’intero album sia nato. Con Parastrophics i Mouse on Mars affermano le loro capacità istrioniche all’interno della scena elettronica ripescando dal loro stesso background discografico; svincolati ormai dall’esigenza di dimostrare una capacità inventiva a tutti i costi, tornano allora con una maturità nuova che strizza l’occhio a una semplice e immediata voglia di divertirsi e far divertire.

http://www.mouseonmars.com/