Negli ultimi anni la relazione tra materiali e designer è stata profondamente trasformata dalla attitudine dei progettisti a cercare nuove forme di accesso, attraverso azioni progressivamente più profonde e partecipative, alla dimensione dei processi di sviluppo di e produzione di nuovi materiali. Fino agli anni 80’ l’approccio del designer alla definizione dei materiali è stato prevalentemente indiretto, perché mediato dai committenti che svolgevano un ruolo di interfaccia tra richieste progettuali e scelta delle soluzioni materiche più appropriate.
Gli anni 90’ sono stati gli anni della crescita esponenziale del numero e delle tipologie di nuovi materiali. Un’espansione di opportunità realizzative ed espressive che ha indotto nei progettisti una nuova esigenza di conoscere e governare il nuovo scenario di possibilità offerto dalla scienza e dall’innovazione tecnologica per rispondere alle richieste, sempre più complesse, della società e del mercato.
La nascita di Material Connexion, fondata nel 1997 a New York da George M. Beylerian, prima grande “Materioteca” specificamente deputata alla selezione di nuovi materiali potenzialmente applicabili ai settori del design e dell’architettura ed alla loro divulgazione attraverso banche dati e network, segna un importante passo in avanti nell’avvicinamento tra progettisti e materiali.
Il successo delle “Material Libraries” dedicate al design ed all’architettura come: Material Connexion (materialconnexion.com), Materia (materia.nl), Materialbiblioteket (materialbiblioteket.se), Design inSite (designinsite.dk), IdeMat (www.idemat.nl), Materials Library (materialslibrary.org.uk), MATREC-EcoMaterial database (matrec.it), Transmaterial (transmaterial.net), si fonda proprio sulla loro scelta di proporre contenuti specificamente concepiti in un’ottica progettuale, che integra le prestazioni tecniche con qualità formali, percettive e ambientali utili alle applicazioni nei settori design oriented. Il linguaggio di queste piattaforme, il tipo di comunicazione ed anche la grafica sono sapientemente studiati per potere essere percepiti come affini alla dimensione del progetto a differenza delle convenzionali trattazioni tecnico-scientifiche sui materiali.
Molte “materials libraries”, oltre ad essere portali che raccolgono e presentano i nuovi materiali sul web, sono anche luoghi fisici di consultazione e interfaccia tra progettisti e materia. Nuclei di supporto alla selezione dei materiali, in cui è possibile acquisire molteplici informazioni senza dover consultare le singole aziende. Contesti in cui si può godere di un’esperienza fruitiva diretta e multi-sensoriale, occasioni di contemplazione, quasi di culto, dal forte potenziale emozionale e ispirativo per una nuova generazione di designer “material addicts”.
Per un designer una visita alla sede di New York di Material Connexion, che propone l’accesso a oltre 7000 materiali innovativi, costituisce un’esperienza indimenticabile, attraverso cui apprezzare la magnificenza del “fare”, l’infinita varietà di sfumature di opportunità di traduzione del pensiero progettuale in materia. Alcune delle materioteche citate sono importanti hub che promuovono incontri, esposizioni, competizioni volti a incentivare, innescare e “facilitare” i processi di innovazione condivisa tra progettisti, scienziati e produttori di materiali. Nodi di intersezione in cui si prefigurano gli scenari di definizione delle nuove forme del mondo concreto dei prossimi anni.
L’obiettivo principale di Materia.nl, ad esempio, è incoraggiare la collaborazione tra aziende produttrici e progettisti nello sviluppare prodotti a partire da nuove idee legate al mutare degli stili di vita e dei caratteri qualitativi della società. A questo scopo viene promosso il premio annuale “The Co-Creation Award” che si propone di stimolare i processi di cooperazione e che premia le soluzioni più interessanti nate da questo tipo di approccio. I vincitori vengono annunciati e premiati nel corso di un evento annuale, che si tiene a Rotterdam, chiamato Materia Xperience, volto a consentire al pubblico un’esperienza multi-dimensionale attraverso una selezione di materiali, considerati strategici in relazione ad una tematica ogni anno differente, legata ad una interpretazione critico-evolutiva della cultura del progetto.
L’ultima edizione di Materia Xperience [1] si è tenuta dal 22 al 24 gennaio 2014 ed ha affrontato il tema “The Smart Environment” nell’ambito del quale sono stati esposti materiali funzionalizzati, interattivi, autopulenti e stampati con tecnologie digitali che renderanno più “intelligente” l’ambiente costruito nel prossimo futuro. L’affermarsi dei nuovi fenomeni dell’autoproduzione, dell’art design, dei makers, dell’open access e dei fablab ha ulteriormente ridotto le distanze tra creativi e materiali, offrendo nuove e più fitte possibilità di interfacciarsi in modo diretto con i loro processi di produzione, inducendoli ad inoltrarsi nell’interspazio rimasto tra la ricerca sui materiali e la loro applicazione.
I nuovi approcci fondano le basi per una rinnovata cultura materiale del design in cui i progettisti, scelgono di “manipolare” la materia attraverso sperimentazioni fondate sull’esperienza empirica, sulla condivisione e sulla collaborazione con altre competenze che, inevitabilmente, conducono anche all’acquisizione di nuove conoscenze tecnico-scientifiche.
I designer entrano nel processo di produzione in maniera più partecipata e proattiva, seppure ad una scala ridotta in termini di quantità di esemplari realizzati, di produzione limitata o di prototipazione. L’accesso al processo diviene l’occasione per indagare sul rapporto tra natura e artificio, sui temi della sostenibilità e dell’etica. Si sperimentano, ad esempio, nuove forme di upcycling di materiali di scarto o elaborazione di materie prime di origine vegetale, rinnovabili e biodegradabili.
L’interesse del design per i processi ha condotto alla ricerca di un nuovo e più entusiasmante rapporto con la materia e con la sua lavorabilità che possa aiutare il settore del design di prodotto a fronteggiare, con maggiore forza propositiva, gli effetti della crisi economica e finanziaria, come la mancanza di coraggio delle aziende ad investire sull’innovazione. Si creano i presupposti per agevolare la nascita di nuove forme di innovazione più accessibili, fondate sulla possibilità di customizzare i materiali modificando le prestazioni in funzione delle variabili progettuali. Il lavoro sul processo diviene il momento in cui il designer trasferisce al mondo dei materiali le proprie visioni e le più impellenti richieste della società.
Anche la didattica si muove in questa direzione, ormai da diversi anni in molte scuole di design europee si sperimentano nuove modalità di intervento sulla materia, la riconversione di macchinari, il riuso dei materiali di scarto, la valorizzazione di materie prime facilmente reperibili con strumenti consueti nella vita quotidiana, ma inconsueti nel mondo della produzione che vedono coinvolti persino ferri da stiro, frullatori e asciugacapelli.
La mostra “Linking Process” presentata al Salone del Mobile 2013 dalla Design Academy di Eindhoven, curata da Miriam van der Lubbe, concentrava l’attenzione sui processi visibili ed invisibili dell’atto creativo, di cui la fase di “concretizzazione” costituisce una delle componenti fondamentali.
Anche l’esibizione della Royal Academy of Art, curata da Claudia Linders, Marie Ilse Bourlanges e Elena Khurtova poneva l’attenzione sul processo di realizzazione e sul rapporto tra progetto e lavoro attraverso performances che prevedevano la realizzazione di processi in diretta alla presenza dei visitatori. Nel lavoro di Martin Rigters, ad esempio, veniva esposto un macchinario appositamente realizzato, costituito da un vassoio rotante con un guanto abrasivo che consentiva agli utenti di intervenire direttamente sulla forma di un oggetto manipolandolo attraverso il guanto. Il risultato era un’esperienza dal forte carattere emozionale volta a mettere in luce la relazione complessa tra pensiero progettuale, tecnologie, manualità e partecipazione dell’utente.
Una delle tematiche ricorrenti nella ricerca dei designer che lavorano sulla materia è il riciclo di scarti produttivi e post-consumo. Il designer cileno Rodrigo Alonso Schramm (http://ralonso.com/) ha elaborato un sistema di arredi e di lampade realizzati con materiali polimerici e componenti elettrici provenienti da diverse tipologie di prodotti come giocattoli, elettrodomestici, stoviglie da riciclo, mettendo a punto nuove tecnologie di stampaggio rotazionale fondate sull’ottimizzazione e semplificazione degli stampi in grado di dar luogo alle forme poliedriche che rispondono alle attuali tendenze formali del design. Il lavoro di Schramm dimostra quanto sia importante, nei processi di definizione dei nuovi materiali e dei nuovi metodi di lavorazione, l’incidenza degli aspetti design driven come fattori formali, espressivi, concettuali, etici che vanno ad aggiungersi a quelli tradizionalmente utilizzati nell’ingegneria dei processi produttivi.
La designer israeliana Ori Sonnenschein (http://www.solskindesign.com/) realizza invece oggetti domestici con un materiale biodegradabile, chiamato solskin peels, ricavato da scarti di bucce di arancia, provenienti dalla produzione di succhi di frutta, trattate con processi elaborati dalla re-interpretazione di antiche tecniche di essiccazione e modanatura.
I laboratori accademici multidisciplinari costituiscono un bacino particolarmente fertile per questo tipo di progetti. Nell’ambito della University of Western Australia la designer Donna Franklin (http://bioalloy.org/artist-bios/10-information/7-donna-franklin) in collaborazione con lo scienziato Gary Cass, ha sviluppato il progetto Micro’Be, una linea di capi di abbigliamento realizzati con un tessuto realizzato con la cellulosa derivata dalla fermentazione del vino con acetobatteri.
Sullo stesso principio si fonda il progetto della designer londinese Suzanne Lee (http://biocouture.co.uk/), coordinata da Alexander Bismark, docente di ingegneria presso l’Imperial College di Londra, che ha realizzato una collezione di giacche denominata BioCouture effettuando una material substitution della pelle con un materiale di aspetto vagamente simile, anch’esso di matrice cellulosica, ottenuto dalla fermentazione di tè con i batteri utilizzati nella trasformazione del tè verde in kombucha.
Molti dei designer interessati ai processi hanno trovato nei fablab e nei laboratori dei makers contesti fertili e propizi per le loro ricerche, luoghi di sperimentazione e ispirazione in cui la materia si mescola con “ingredienti immateriali” legati alla componente umana del progetto come la curiosità, le emozioni, la generosità, l’empatia, l’etica, la coesione sociale. Gli spazi del making sono luoghi informali e aperti di incontro tra discipline che incoraggiano artisti, tecnici e designer a interagire tra loro innescando processi di trasferimento, contaminazione e la nascita di investigazioni condivise.
L’Institute of Making (instituteofmaking.org.uk) è un’istituzione londinese, connessa alla University College of London, dedicata ai nuovi materiali, frequentata da un variegato pubblico di designer, artisti, ingegneri e inventori interessati a sperimentare la realizzazione di prodotti in diversi ambiti dal gioiello, all’illuminazione fino alla robotica. L’iscrizione come membro consente di accedere direttamente ad un sistema di co-working, ad una Materials Library, alla parte espositiva, agli eventi e ad un laboratorio definito Make Space che offre un’ampia gamma di strumenti di lavorazione e fabbricazione, tradizionali e digitali. La contiguità tra Make Space e Materials Library e il coinvolgimento di docenti e studenti universitari assicura vitalità e partecipazione ad entrambi i luoghi e li incorpora in un sistema fortemente legato alla concretezza ed alla fattibilità che rafforzano la sostenibilità dell’iniziativa.
Questo tipo di organizzazione, che si sta rapidamente diffondendo anche al di fuori dell’Europa, garantisce alla struttura di poter contare sul sostegno di molteplici membri che, condividendo spese e risorse, acquisiscono la possibilità di usufruire, a costi limitati, di laboratori ampi con attrezzature e dotazioni di alta qualità e sempre aggiornati, supportati dall’assistenza e dalla manutenzione di tecnici esperti.
Nell’ambito del rapporto tra designer e materiali la diffusione degli approcci making, open access e open innovation, basati sui principi di cooperazione e sul potenziale di innovazione delle community, ha offerto la possibilità di diffondere e condividere esperienze dal forte contenuto sperimentale che in alcuni casi assumono quasi il carattere di pratiche alchemiche, allo scopo di rendere le esperienze ripetibili e implementabili.
È in questo contesto che si apre lo scenario degli Open Materials, materiali elaborati da designer e creativi, affini alla cultura “makers”, che si confrontano con i processi che sono alla base della loro trasformazione. Il trasferimento dei risultati delle ricerche condotte da un soggetto all’altro offre l’opportunità di compiere percorsi esplorativi, in alcuni casi scientificamente e tecnicamente non rigorosi, ma il più delle volte caratterizzati da una piena espressione delle capacità di intuizione, prefigurazione, visione e modellazione del designer, oltre che da un forte potenziale comunicativo e critico, spesso legato ai principi di sostenibilità ambientale ed etica.
La costruzione di un patrimonio di esperienze e conoscenze comune aiuta i designer ad avvicinarsi con minore soggezione al mondo dei materiali, con un approccio più aperto e informale che agevola i flussi creativi. E, anche quando il processo inizia o rimane su un piano di empirica sperimentazione, può costituire comunque per designer e artisti un vettore di innovazione e di coagulazione di interesse verso orizzonti nuovi che in passato venivano difficilmente affrontati perché percepiti come estranei ed ostici. La capacità del design di costruire visioni del mondo materiale e immateriale del futuro viene ad essere, così, supportato da nuovi paradigmi procedurali che costruiscono le tracce materiche di tali visioni.
OpenMaterials (openmaterials.org) è, per l’appunto, una piattaforma nata nel 2009 che propone, sotto le voci “Materials 101”, “Tecniques”, “Tools”, “Circuits” e “Research” un insieme di risultati di sperimentazioni su materiali e nuovi processi elaborati in diversi ambiti tra cui materiali luminescenti, materiali conduttivi, dispositivi termocromici e sensori. Di tutti i materiali viene condivisa, in una logica open access, la modalità di realizzazione in forma di “ricetta” che descrive, in maniera da consentirne la replicabilità, gli ingredienti, le modalità di reperimento, le fasi e le variabili di processo. I contenuti disponibili per i diversi materiali sono fotografie, testi descrittivi e filmati tutorial che, in un’ottica di DIY (Do It Yourself), consentono ad altri di ripetere i processi e eventualmente di interpretarli, personalizzarli ed, a loro volta, di condividerli nuovamente.
I materiali sono divisi nelle categorie: Paper, Textiles, Polymers, Metal, Conductive Materials, Organic Materials, Ceramics & Glass. Il sito include progetti molto diversi che, da molteplici punti di vista, consentono di intravedere nuove strade percorribili, come la ricerca della designer belga Laurance Humier (http://www.missdesign.it) che elabora nuovi materiali integrando tecniche e ingredienti della chimica e della gastronomia ispirandosi alla cucina molecolare, i circuiti elettrici trasparenti proposti da Becky Stern (http://sternlab.org/) o i composti di cemento e carta Papercrete per l’edilizia sostenibile (http://en.wikipedia.org/wiki/Papercrete). Tutti i contenuti di OpenMaterials rientrano nelle licenze Creative Commons.
La dimensione dell’open access offre anche la possibilità di acquisire conoscenze messe a disposizione da scienziati, tecnici ed esperti dei materiali in forma aperta e “facilitata” dai linguaggi della condivisione, opportunità che altrimenti richiederebbero la consultazione di fonti e riviste specialistiche a pagamento o costose consulenze.
In rete sono disponibili risorse preziose come Open Materials Science Journal, una rivista online Open Access (http://www.benthamscience.com/open/tomsj/), che pubblica articoli di ricerca, recensioni e letters sui grandi avanzamenti nel campo della scienza dei materiali e della loro applicazione. La rivista si propone di rendere i risultati della ricerca più avanzata e attendibile liberamente disponibili e accessibili a tutti i tipi di utenti ad una scala globale. Un esempio che dimostra una tendenza, ormai diffusa e consolidata in molti campi della scienza ad aprirsi verso l’esterno e a divulgare i propri avanzamenti a mondi anche molto distanti.
Ed è proprio la consapevolezza delle opportunità di innovazione insite nella possibilità di instaurare flussi collaborativi tra concepimento, sviluppo ed applicazione dei materiali che risiede la ragione di questa aperture. A designer e artisti non rimane altro che immergersi in questo universo di nuove opportunità liberandosi degli atteggiamenti diffidenti e timorosi nei confronti delle discipline scientifiche che, in passato, hanno ostacolato lo sviluppo e la realizzazione di molte intuizioni.
L’infittirsi dei flussi di contaminazione biunivoca tra design e scienza sta generando, infine, un nuovo fenomeno che può essere definito “Designer in Lab” che vede includere la figura del designer in gruppi di ricerca scientifica, in particolare nei settori della scienza dei materiali, della chimica e della biologia. Le competenze, le metodiche e gli strumenti del design vengono impiegati per favorire la traduzione di ricerche e innovazioni scondotte nei laboratori scientifici in applicazioni che possano approdare al mercato in modo più rapido ed efficace, secondo un modello di ricerca “a cascata” che include anche il coinvolgimento delle aziende produttrici. Punti di vista diversi, più vicini alle esigenze della società e delle persone possono coadiuvare la scienza anche in input, nella fase iniziale di scelta degli obiettivi e proporre driver in grado di orientare ed accelerare i percorsi scientifici in direzioni che possano condurre la ricerca a rispondere alle reali esigenze del vivere.
Un esempio di questo tipo di approccio è costituito dal progetto “Design in Science” sviluppato nell’Institute for Manufacturing (IfM) della University of Cambridge, guidato da James Moultrie, Direttore del Design Management Group, in collaborazione con Alex Driver e Carlos Peralta, che indaga sulla possibilità di definire un nuovo modello di innovazione attraverso l’integrazione tra design e scienza [2]. Questo tipo di modello costituisce il grado evolutivo più avanzato del processo di innesto dei designer nella dimensione dei processi, perché vede la figura del progettista assumere un ruolo propositivo e propulsivo nella definizione del processo scientifico.
Molto spesso sperimentazioni progettuali come quelle illustrate restano purtroppo confinate nella dimensione della serie limitata, più vicina all’arte che alla produzione industriale perché i processi sviluppati risultano laboriosi, costosi o richiedono tempi troppo lunghi per poter essere facilmente replicati ad una scala produttiva oppure perché i risultati sono caratterizzati da prestazioni funzionali, come durabilità o resistenza meccanica, insufficienti per molti tipi di applicazioni.
Per molti di questi motivi è importante che questi percorsi vedano i designer affiancati da scienziati e aziende, affinché le intuizioni e le sperimentazioni possano tradursi in reali innovazioni che possano avere ricadute produttive e economiche. Ma il valore di queste iniziative è, in ogni caso, un valore di tipo culturale poiché induce la cultura del progetto a guardare oltre le frontiere dell’esistente e a gettare le basi per la concretizzazione di visioni che mirano a modificare le cose nella direzione di futuri diversi.
Sono spinte in avanti utili al mondo del design per testare le opportunità tecniche ed espressive dei materiali ma anche per indurre la definizione di nuovi orizzonti di ricerca procedurali fondati su valori come la sostenibilità ambientale e sociale, come avviene nel caso delle molteplici esperienze di riuso di materiali di scarto o di applicazioni di materie biodegradabili. Molti dei progetti che rientrano in questa dimensione, infatti, mirano prevalentemente a comunicare messaggi di contenuto etico e concettuale, ma questo non preclude che alcune di queste esperienze possano gemmare in un futuro non molto lontano nuove generazioni di prodotti e processi “design native” più sostenibili per l’ambiente e per la società.
Note:
[1] La prossima edizione Materia Xperience on Tour in versione si terrà a Londra dall’8 maggio al 20 maggio 2014 presso MXOT-14 MDS.
[2] Peralta, C., Driver, A., & Moultrie, J. Discovery and Creation: Explaining Collaboration between Designers and Scientists in Scientific Research, 2010. (http://www.designresearchsociety.org/docs-procs/DRS2010/PDF/094.pdf)









