Vorrei iniziare quest’analisi con le parole di Eikou Ikui, dal suo saggio intitolato ‘Natures’ of Tokyo , pubblicato nel libro di Kathy Halbreich “Against Nature: Japanese Art in the Eighties”, [1] in cui afferma: “I cantanti pop giapponesi sono tutti molto giovani; in particolare, quelli di loro che sono chiamati “idols”, sfruttano appieno i loro “visi da bambola” e i loro corpi acerbi come “punti di fascino”: è questo che li fa vendere! Nei treni per pendolari, i manager vestiti di tutto punto, elegantissimi, si immergono nei fumetti, che vengono tenuti nelle loro seriose valigette. Ma, la vita interiore di queste persone, mi sembrerebbe, è sicuramente forgiata da (e riflette) le esperienze delle precedenti generazioni che hanno steso le fondamenta della prosperità economica del paese attraverso la dissoluzione della propria identità, come di quella nazionale. Perciò, le nuove generazioni comprendono, istintivamente e come auto-difesa, che mantenere se stessi in uno stato di innocenza fanciullesca è l’unico modo per proteggere la propria identità da una ulteriore erosione.”
Ho passato molto tempo a riflettere a proposito di quale potesse essere la ragione (o le ragioni) per cui così tanti giapponesi percepiscono la propria identità come a rischio. Per quale motivo si sentono minacciati? Perché e come intendono proteggere quella che considerano essere la (loro) realtà? Ciò che mi affascina è considerare le motivazioni che possono spingere un autore giapponese ad avere la necessità di esprimersi in questi termini. Si tratta forse di una richiesta d’aiuto? Nelle società occidentali, molto spesso, si dà per assunto che gli stereotipi culturali possano funzionare come una cartina di tornasole. Noi occidentali, diamo spesso per scontato che, osservando come una data cultura rappresenti se stessa attraverso i mass media, il web 2.0 e guardando a come l’industria dell’intrattenimento forgia i suoi prodotti, noi si possa effettivamente comprendere quella cultura.
Un altro indizio potrebbe essere rappresentato dal modo in cui “loro” descrivono le altre culture; noi potremmo quindi dedurre da questo, il loro orientamento, il modo in cui interpretano il mondo. Oppure, al limite, speriamo di poter rivelare le loro idiosincrasie. È forse possibile dire lo stesso per il Giappone? Conscio della necessità di essere più specifico, mi limiterò a parlare della new-media art in Giappone.
Ho trascorso quasi tre anni lavorando e studiando in Giappone; la new-media art è stata il soggetto del mio primo libro intitolato “Japanese Spell in Electronic Art” ed è ora il tema principale del mio dottorato di ricerca, intrapreso presso la Solent University in Inghilterra (http://www.solent.ac.uk/home.aspx). Nel panorama culturale giapponese, dove si situa la new-media art? La new-media art ha un ruolo nel mantenere alcuni giapponesi in uno stato di fanciullesca innocenza e li aiuta a proteggere la propria identità? Quale è il ruolo degli autori che sono attivi in questo campo di ricerca?
Per rispondere ad alcune di queste domande, ho iniziato la mia serie di interviste con Kodama Kanazawa, che è stata curatrice del Kawasaki City Museum in Giappone dal maggio 2006 all’agosto 2013. Kanazawa ha collaborato con la prestigiosa Japan Society da membro dell’agenzia governativa Agency of Cultural Affairs durante il 2011.
Mauro Arrighi: Qual è la tua opinione riguardo alla corrente situazione in Giappone a proposito dei nuovi trend nella società e come si comporta l’industria?
Kodama Kanazawa: Il Giappone è un’avanguardia per quanto concerne certi specifici fenomeni sociali e potrei dire “di traino” e di esempio per altre nazioni per quanto riguarda la logistica, i servizi e la strumentazione elettronica. Tuttavia, non si può dire ugualmente per altre aree. Per esempio, noi siamo indietro, rispetto ad altre nazioni, per quello che definirei l’“ecosistema Internet” e non abbiamo un ruolo significante all’interno della società globalizzata mondiale.
Mauro Arrighi: Pensi che l’industria dell’intrattenimento e la new media art stiano in qualche modo plasmando un nuovo immaginario collettivo e l’identità culturale del Giappone?
Kodama Kanazawa: La maggioranza delle opere ascritte alla categoria dei new media, nasce dall’immaginazione e dall’unicità di ciascun artista. Ogni autore, individualmente, è al centro del processo creativo. Al contrario, la maggior parte dei prodotti lanciati dall’industria dell’intrattenimento sono espressione del desiderio collettivo. Per esempio, il tratto distintivo di AKB48 (una band di ragazze – idols) è l’essere un collettivo, piuttosto che reggersi sull’individualità del singolo individuo, è plasmata sull’insieme.
Mauro Arrighi: Pensi che le radici di questi fenomeni mediatici siano in qualche modo da riferirsi ad antiche tradizioni?
Kodama Kanazawa: Poiché nozioni quali “individualità” e “unicità” si sono formate, o per meglio dire, sono state adottate dopo la modernizzazione della nazione (attorno al 1900), in questo senso si potrebbe affermare che il “pensiero collettivo” o “spirito di gruppo” (in senso letterale) esista sin dall’antichità. Comunque, non potrei affermare che questo sia un tratto peculiare soltanto della cultura giapponese, perché altre civiltà hanno elaborato un simile sentimento.
Mauro Arrighi: Io penso che in Giappone, oggi, non solo gli artisti stiano usando la propria energia creativa anche indirizzandola verso una forma di fuga dalla realtà in uno slancio escapistico. In altre parole, la mia tesi consiste nel fatto che creare artefatti, disegnare manga, programmare app per PC o smartphone sia un modo per creare una nuova forma di realtà o, alternativamente, sia un modo per raggiungere una realtà “differente” (psicologicamente più rassicurante).
Kodama Kanazawa: Sono d’accordo con te in un certo senso. Comunque, questa situazione non si riscontra solo in Giappone, non pensi?
Mauro Arrighi: Penso che il punto nodale sia da identificare osservando la relazione tra il cosiddetto “mondo reale” e “il mondo della fantasia”. Io suppongo che, nella cultura occidentale, la distinzione fra fantasia e realtà sia percepita come un taglio netto. Di solito “noi occidentali” riteniamo che la fanciullezza sia un periodo da dedicarsi alle fantasticherie, mentre l’età adulta preveda l’assenza del gioco. La fantasia, l’immaginazione vengono quindi “usate” nelle Arti durante l’età adulta. Spesso l’arte occidentale presenta forti tratti di aggressività che si esprime sia nei contenuti che nella tecnica. Opere dal sapore intenso, per così dire, trasudanti di messaggi politici (sconosciuti nel gioco del bambino non condizionato). È un’arte manifesto sociale-politico e morale, volta ad attaccare il sistema. Tu pensi che il Giappone stia vivendo una crisi relativamente a certe problematiche legate alla percezione e creazione dell’identità dell’individuo? Perdita di identità, creazione e assunzione di identità fittizie, fino ad arrivare alla schizofrenia, il tutto promosso dall’industria dell’intrattenimento e dai social media network.
Kodama Kanazawa: Vuoi dire anche riguardo agli avatar? Eccetto alcuni casi particolari, quasi tutte le persone distinguono chiaramente il mondo immaginario virtuale da quello reale. Perciò, è mia opinione che non si stia verificando un fenomeno di questo tipo. A ogni modo, le persone che si autodefiniscono otaku, tendono a parlare di “slittamento di personalità”. Questi individui comunque hanno una vita ordinaria senza alcun problema, potrei dire che amano viaggiare dentro e fuori dalla realtà a piacimento.
Mauro Arrighi: Pensi che questo “viaggio” sia un sintomo oppure una modalità per alleviare la pressione psicologica derivata dal vivere in una megalopoli?
Kodama Kanazawa: Potrei dire che questa sia un’attività immaginaria fatta per piacere. Potremmo pensare che questo processo possa funzionare come una valvola di sfogo per lo stress. A ogni buon conto, questo tipo di stress non è “contemporaneo”, deriva dal Medioevo. Per esempio, come dire le femmine otaku si divertono a fantasticare sul come accoppiare qualsiasi tipo di cosa: come mettere insieme due caratteri maschili di un videogame (che non sono fidanzati nella storia), una chiave e la serratura, o Italia e Francia ecc.
Mauro Arrighi: Stai parlando a proposito delle otaku al femminile e di questa loro passione nell’associare o accoppiare soggetti e oggetti: potresti spiegarti meglio? E hai anche accennato al fatto che “lo stress viene più dal feudalesimo che non dalla vita contemporanea”, che cosa intendi con questo?
Kodama Kanazawa: Hai mai sentito parlare della parola “slash”? Molti appassionati di anime e manga, vanno a queste grandi fiere dove spesso creano-vendono e/o acquistano queste fanzine autoprodotte denominate “slash”, dove sono descritti amori omosessuali. Questo fenomeno non è presente solo in Giappone comunque; è un tratto distintivo della cultura popolare giapponese che ora si mostra nella sua vera e piena estensione. Gli autori e i lettori (che spesso sono autori loro stessi di altre storie) immaginano rapporti sessuali fra oggetti reali di uso quotidiano e persino fra concetti astratti o fra entità geo-politiche come le nazioni-stato o qualunque cosa. Vi sono svariate teorie che cercano di spiegare tale fenomeno da un punto di vista psicologico, io sono dell’avviso che la seguente motivazione sia la più semplice e la più realistica: la gente vuole godere della libertà di immaginare forme d’amore libero in questa nazione così rigorosa e severa, il Giappone. Vedrai un chiaro esempio di questo in Hetalia: Axis Powers una nazione “slash”. Vedi, il fatto di viaggiare tra il mondo reale e quello immaginario ha un effetto anti-stress, lo ammetto.
Mauro Arrighi: A proposito della relazione che intercorre fra le forze soprannaturali, l’apice della tecnologica contemporanea e l’arte Giapponese (temi che ho ampiamente trattato nel mio libro intitolato Japanese Spell in Electronic Art e in alcuni saggi precedentemente pubblicati in Digicult), come stanno operando gli esponenti giapponesi della new media art?
Kodama Kanazawa: A volte ho come l’impressione che ci sia quel tipo di desiderio, quel tipo di connessione… emanare da certe opere… Ma dovremmo ricordarci che la maggior parte degli autori usano tutto quello che si trova a loro disposizione per trovare l’ispirazione. Infatti, possono prendere spunto dalla Natura, dal comportamento di noi esseri umani stessi, dai prodotti del mercato.
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