La galleria Kamel Mennour di Parigi lancia Double Eye Poke, una mostra dedicata a quattro importanti artisti americani: Lynda Benglis (nata nel 1941), Dan Flavin (1933-96), Sol (LeWitt (1938-2007) e Bruce Nauman (nato nel 1941).
Liberamente tratto da un’opera di Nauman – in cui il violento attacco visivo evocato nell’espressione “meglio che un pugno in un occhio” è rappresentato letteralmente e provocatoriamente amplificato – il titolo della mostra esplora i punti di interesse comuni tra differenti modalità (minimali, post minimali, concettuali) di problematicizzare il concetto di visione
Double Eye Poke mette insieme le opere-fenomeno basate sulla figura umana – a volte manifesta, altre in parte nascosta-rappresentata – nel tempo e nello spazio. Questa figura, spesso frammentata, qualche volta anche completamente astratta, assume varie forme: dal volto umano, allo stesso tempo materia prima e oggetto di rappresentazioni simboliche, come le carezze che si concretizzano nell’opera della Benglis; all’intero corpo come luogo e strumento dell’esperienza e del piacere della ripetizione, come l’amatoriale coreografia di Nauman, che sfiora l’assurdo, fino alle tracce e alle impronte fisiche lasciate dall’artista-creatore (o dall“artista lavoratore” al suo servizio), come le figure geometriche irregolari e casuali di LeWitt; infine i compagni (Donald Judd) e le figure tutelari nella storia dell’arte (Vladimir Tatlin) che hanno ispirato le strutture evanescenti di Flavin.
Quando con una disillusa affermazione (una delle insegne luminose di Nauman non dovrebbe recitare anche la frase none sing?), quando con un’apparizione spettrale (le istruzioni di LeWitt non dovrebbero finire in un enorme e apparentemente caotico scarabocchio?), Double Eye Poke propone una sfida all’essenza della percezione e del pensiero. Una sfida in cui opere sensazionali si rivelano essenzialmente cruciali, e dove il linguaggio che le costituisce (e i suoi giochi) sottolinea, anche mentre traduce, la necessità di scoprire l’invisibile nel cuore del visibile. Il linguaggio, inoltre, qualifica in modo particolare ciò che era stato pensato per essere tralasciato: non “dipinti”, ma piuttosto wall drawing, oggetti-immagine o ceramiche. Le immagini riappaiono proprio laddove non le si aspettava più. Prendendo in prestito una citazione di Hal Foster, “Ciò che vedi non è mai davvero ciò che vedi”.
Béatrice Gross è una curatrice indipendente e critica d’arte che risiede a New York. Al momento è redattrice di Sol LeWitt Wall Drawings Catalogue Raisonné (Artifex Press, NY), e sta preparando una mostra della LeWitt Collection al Drawing Center (NY) in collaborazione con la Curatrice Senior, Claire Gilman. La Gross è inoltre Consulente Editoriale e Curatoriale per Mémoire Universelle (Brussels), una collana editoriale sperimentale che intende essere una sorta di enciclopedia soggettiva.
Ha organizzato una serie di mostre delle collezioni Sol LeWitt e LeWitt, in qualità di Curatrice Aggiunta al Centre Pompidou-Metz (Francia), e come co-curatrice ospite al M-Museum di Leuven (Belgio) e al Madre-Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina di Napoli. È anche curatrice dell’ultima monografia di Sol LeWitt edita da Centre Pompidou-Metz Editions (2012-13).
Le sue pubblicazioni più recenti includono: “The Invisible Man. From Skepticism to Paranoia: A Brief Survey of Predators, Photography, and the Birth of Modern Camouflage, saggio all’interno di Mémoire Universelle, vol. “Manimalisme” (Brussels: MU, 2014); ); “From Icon to Text and Back Again: Ines Lechleitner’s Metamorphoses,” saggio all’interno di Ines Lechleitner. The Imagines (Berlin: Sternberg Press, 2014); “Sol LeWitt and the (Re-)Birth of Wall Drawing,” saggio all’interno di Auf Zeit / For the Time Being, exh. catalogue (Staatliche Kunsthalle Baden-Baden/Kunsthalle Bielefeld/Verlag der Buchhandlung Walther König, 2013).
http://www.kamelmennour.com/exhibitions/452/double-eye-poke.html


