MUSEUM TINGUELY - BASEL
5 MARCH - 29 JUNE 2008

La mostra Art Machines Machine Art , concepita in collaborazione ed elaborate da Katharina Dohm del Schirn Kunsthalle Frankfurt e Heinz Stahlhut del Museum Tinguely , Basel, si apre con una presentazione delle drawing machines di Jean Tinguely a partire dal 1950 seguite dalle art machines fino ai giorni nostri. Tutte hanno un’identità comune: producono la loro stessa arte. Queste macchine create da Angela Bulloch , Olafur Eliasson , Damien Hirst , Rebecca Horn , Jon Kessler , Tim Lewis , Lia , Miltos Manetas , Cornelia Sollfrank , Antoine Zgraggen e Andreas Zybach trasformano il Museum Tinguely di Basel in una hall di produzione.

Creare una macchina come opera d’arte e darle poi la responsabilità di sviluppare ulteriori opere d’arte è un passaggio radicale. Significa delegare la creatività ad uno strumento. Ma questa art machines possiedono, dunque, un'”anima”? certamente esse sviluppano una dinamica propria e rendono possibile la creazione di un un’opera che è un lavoro indipendente – ma mancano della capacità di condurre l’opera alla sua conclusione. La macchina, con i suoi processi automatici, non possiede la facoltà di decidere e neppure la possibilità di selezionare.

Quello che viene prodotto è un’opera d’arte meccanica che manca del fattore finalità, e nonostante è una prova ed una testimonianza fondamentale della supremazia della macchina e della fiducia di base nelle possibilità della produzione creativa oltre l’atto dell’individuo. Le opere di Jean Tinguely fa emegere la tematica della macchina come apparato creativo indipendente nella modalità più originale. I suoi Méta-Matics, che furono prima esposti a Parigi nel 1959 facendogli guadagnare fama internazionale, sono machine per disegnare guidate da un motore che permettono allo spettatore di produrre disegni astratti. La differenza tra la natura materiale dei Méta-Matics e la loro funzione, cioè quella di produrre arte, può essere ben interpretata come un commento ironico sul credo predominante di quell’epoca nel progresso tecnico. Essa traduce, inoltre, un riflesso del contesto artistico degli anni ’50: i disegni meccanicamente prodotti sono in rapporto con la stile del Tachisme in pittura, riducendo all’assurdo l’idea dell’astrazione gestuale come diretta espressione di un individuo creativo.

Questo gruppo di opere forma senza dubbio la base storica dell’esposizione. Raggruppata intorno a queste c’è una selezione di lavori che condividono un tratto comune: l’atto creativo è delegato dall’artista alla macchina – un processo possibile solo alla fine della seconda guerra mondiale quando una generazione di giovani artisti apparse sulla scena e ruppe con uno dei massimi tabù dell’arte europea: il concetto dell’originale di opera d’arte. La selezione riflette questo processo nei più diversi mezzi espressivi, pittura disegno, scultura, video e termina con la più grande “art machine” di sempre, il World Wide Web, senza, comunque, tentare di dare una risposta definitiva.

Il pubblico della mostra incontrerà macchine come Preussische Brautmaschine di Rebecca Horn, l’installazione di Michael Beutler Proper en Droog, la cui produzione è terminata appena prima dell’inaugurazione della mostra, SCUMAK #2 di Roxy Paine che produce sculture organiche durante tutta la durata dell’esposizione. La drawing machines Making Beautiful Drawings di Damien Hirst e The endless study di Olafur Eliasson richiedono entrambe un coinvolgimento dello spettatore e pongono la questione di base tra chi guarda e l’opera creativa. Mentre un fenomeno fisico è all’origine del lavoro di Eliasson, Hirst accoglie l’istanza del genio creativo. Sich selbst reproduzierender Sockel di Andreas Zybach, contrariamente al titolo, non produce automaticamente ma richiede un intervento del visitatore così come Blue Horizon di Angela Bulloch necessita di un impulso esterno per iniziare a disegnare.

La videoinstallazione Desert di Jon Kessler produce tramonti senza fine, e l’Auto-Dali Prosthetic di Tim Lewis scarabocchia firme non-stop. L’Extrusion Machine (Bottle Machine) di Pawel Althamer produce bottiglie di plastica blesfeme; grazie a Grosser Hammer and his Zerquetscherin di Antoine Zgraggen il visitatore liberarsi di oggeti indesiderati, ed il Mobile Trinkglaswerkstatt di Tue Greenfort trasfroma bottiglie di vetro in bicchieri. Infine, con le opere di Lia, Miltos Manetas e Cornelia Sollfrank entra in gioco la “Méta art machine”– il World Wide Web – ampliando la possibilità di democraticizzare la produzione artistica, come fecero le opera di Tinguely nel 1950.

La relazione tra artista, opera e chi guarda è il tema, ma non sempre alla base di tutti i lavori esposti. L’art machine amplia la partecipazione del pubblico e l’arte di massa, rompendo in modo significativo con l’aura dell’arte non riproducibile. Sebbene il visitatore non sia direttamente coinvolto nella creazione di alcune delle opere, egli guadagna comunque uno sguardo all’interno della produzione ed è così portato a riflettere sul tema così come sul dove inizi l’opera d’arte. L’art machine resta uno strumento finché funziona secondo i parametri dell’artista. È solo se e quando inizia ad agire indipendentemente e a reagire alle situazioni in modo autonomo che l’intera questione dell’autorialità può cambiare. La creatività della macchina d’arte è apparentemente presente solo quando essa lavora senza controllo e casualmente. La macchina può essere in grado di produrre senza la presenza dell’artista ma non può esistere senza essere stata da lui concepita.

ARTISTI PRESENTI:

Pawel Althamer, Michael Beutler, Angela Bulloch, Olafur Eliasson, Tue Greenfort, Damien Hirst, Rebecca Horn, Jon Kessler, Tim Lewis, Lia, Miltos Manetas, Roxy Paine, Steven Pippin, Cornelia Sollfrank, Jean Tinguely, Antoine Zgraggen, Andreas Zybach.

www.tinguely.ch