Chris Salter è un media artist di base a Montreal e a Berlino. Performance e performatività, oltre all’interazione con altri ambiti disciplinari e le arti, sono gli aspetti principali e le caratteristiche del suo lavoro, non solo dal punto di vista artistico, ma anche in termini di ricerca. Salter ha al suo attivo, infatti, progetti e pubblicazioni sulla ricerca scientifica (da ricordare, il suo libro edito da MIT Press nel 2010, “Entangled: Technology and the Transformation of Performance”).

Il fulcro della sua ricerca è la creazione di ambienti performativi aumentati, dove strumenti e tecnologie basate sui sensori sfidano l’esperienza sensoriale a vari livelli (audio, visivo, tattile, olfattivo, ecc.). Questo è ciò che si chiama “percezione intermodale”: un’esperienza interattiva e completa a livello di sensazione, in cui le modalità percettive umane di tempo e di spazio sono solo la base di un’esplorazione più profonda e più ampia, in termini di confini sinestetici. L’obiettivo è quello di mettere in discussione non solo l’ambiente performativo tradizionale, ma anche le sensazioni culturali standard(izzate): per raggiungere tale scopo, occorre potenziare gli ambienti artistici con strumenti informatici, sensori e altre tecnologie specifiche.

Un perfetto esempio di questo tipo di ricerca artistica è l’opera Displace 2.0, presentata all’edizione 2012 del Festival Todaysart. Todaysart Festival sembra rappresentare sempre di più un evento da non perdere nel panorama europeo dell’arte digitale, e non solo per l’elevata qualità artistica, ma anche per l’organizzazione e sua struttura efficaci Quest’anno, il tema principale è stato, come dichiarato dagli organizzatori, “la ricerca e l’amore per lo sconosciuto”. Molteplici sono stati non solo i luoghi, ma anche gli aspetti del programma di questa edizione, che ha presentato produzioni audiovisive, spettacoli di danza moderna e workshop, dj set, concerti, installazioni e mostre.

Displace 2.0 è stato ideato e prodotto da Chris Salter, insieme all’artista Italiano TeZ e David Howes, professore di antropologia. Quando l’arte incontra la ricerca, in sostanza. Abbiamo posto a Chris Salter alcune domande al fine di comprendere più profondamente il suo lavoro e la sua attività di ricerca.

Silvia Bertolotti: Quali sono il ruolo e la relazione tra l’artista e lo spettatore? Parlo, in particolare, di Displace 2.0.

Chris Salter: Si tratta di una questione fortemente contestuale. Si potrebbe pensare che, data l’eccessiva enfasi sull’interazione e sul “pubblico come artista” in molte opere artistiche e in mostre recenti (anche grazie alle nuove tecnologie che, oggi, mettono tutti in scena per avere quei 15 millisecondi di notorietà) tutti siano artisti. Ma questo non è un dato di fatto; in realtà, molti dei cosiddetti lavori “sperimentali” nella più recente Documenta mostrano il ruolo tradizionale dell’osservatore distante che critica, prima che l’opera artistica sia ancora molto dominante.  Credo che la cosa interessante su Displace sia che, quando si affrontano questioni sulla percezione sensoriale e sul modo in cui gli ambienti o il mondo esterno incontrino il sistema percettivo umano, non si può essere passivi. Sei un artista e, come hanno affermato alcuni filosofi, tra i quali Alva Noë  – si attua la propria percezione del mondo in modo attivo. Le cose non arrivano a noi come fossimo destinatari passivi – gli organi di senso, come l’occhio, l’orecchio, le mani, ecc., raggiungono, sentono, le cose nel mondo – ma si muovono e viaggiano attivamente attraverso la loro ricchezza e la loro densità. Questo è ciò che in parte cerchiamo in Displace – l’intento è quello di amplificare questa modalità, data per scontata, del modo di percepire.

Silvia Bertolotti: Qual è il ruolo delle performances artistiche nel contesto dell’antropologia sensoriale?

Chris Salter: Beh, è proprio questa la ricerca che stiamo facendo con David Howes, una delle figure principali nell’antropologia dei sensi a livello internazionale. L’antropologia sensoriale mira ad esplorare come i diversi tipi di esperienze sensoriali operino in culture diverse – in particolare, le culture che non sono necessariamente dominate dal senso della vista. A tal proposito, la nostra ricerca è doppia. David ha parlato della ricerca e del conseguente risultato artistico, come una sorta di “simulatore di volo” per la formazione di antropologi attivi in un diverso contesto di acutezza sensoriale (che non sia cioè solo visivo, come nel tradizionale film etnografico); per prepararli alla ricerca in loco su altre culture in cui non sono più prevalenti la vista e l’udito, come accade nella gerarchia sensoriale occidentale. In effetti, questo è ciò che sostengono gli antropologi sensoriali – e noi dobbiamo prendere in considerazione i vari ordini sensoriali basati sul carattere tecnologico e socio-culturale di una cultura. Allo stesso tempo, c’interessa sapere come i sensi operino nella nostra cultura. Anche se il lavoro in Displace comprende gli studi etnografici sulle altre culture, di certo non cerchiamo il realismo mimetico o la verosimiglianza etnografica. Piuttosto, l’obiettivo fondamentale è quello di progettare grandi ambienti performativi che ibridino le culture e comincino a sviluppare il potenziale estetico dei sensi non visivi.

Silvia Bertolotti: Perché il titolo “Mediation of Sensation?” Quello che Lei crea non è piuttosto una ‘decostruzione’ dei paradigmi di percezione convenzionali?

Chris Salter: Entrambe le cose. I sensi sono mediati da tutti i tipi di tecniche, apparecchiature, ecc. Allo stesso tempo, essi vengono de-familiarizzati o allontanati dal consueto modo di percepire dei nostri visitatori. In realtà, io preferisco la parola “defamiliarizzato” o “destabilizzato” o “rimpiazzato” rispetto a “decostruito”, che ha un significato filosofico specifico e un senso relativo solamente ad alcune concezioni metafisiche occidentali della presenza, in particolare il privilegio della pura presenza del discorso rispetto alla scrittura che ha influenzato i filosofi, a partire da Platone.

Silvia Bertolotti: Qual è la tecnologia che sta alla base dell’ambiente ‘aumentato’, creato per Displace 2.0?

Chris Salter: Normalmente, rispondiamo a questa domanda dal punto di vista di come le arti digitali – la tecnologia comprende oggetti come hardware e software, computer, microcontrollori, algoritmi che controllano e creano illuminazioni e ambienti sonori vari che ci siamo prefissati – tuttavia, se posso essere un po’ accademico, voglio esprimere il nostro modo di pensare sulla tecnologia. Nelle sue ultime opere, il filosofo Michel Foucault solitamente definiva quattro tipi di tecnologie: le tecnologie della produzione, dirette a realizzare e a trasformare gli oggetti; le tecnologie dei segni, che ci consentono di utilizzare i segni e i simboli per costruire significati; le tecnologie disciplinari che controllano e trasformano i nostri corpi in ciò che Foucault definiva soggetti “docili” o condiscendenti; e infine, le tecnologie del sé, che consentono agli individui di eseguire un certo tipo di pratiche o operazioni sul proprio corpo e sulla propria psiche, per realizzare una specie di auto-trasformazione. Direi che queste quattro tecnologie hanno un ruolo in Displace – insieme a una quinta – quella che io chiamo “la tecnologia dei sensi” – il modo in cui utilizziamo certi fenomeni esterni, come un profumo o la velocità di una luce stroboscopica in modo specifico, al fine di creare la possibilità per certi tipi di corpi di agire sugli spettatori.

Silvia Bertolotti: Com’è stato concepito inizialmente il lavoro e com’è stata la pratica lavorativa e le dinamiche con gli altri due autori del progetto, Tez e David Howes?

Chris Salter: David e io abbiamo scritto la proposta iniziale di sovvenzione, perché volevamo lavorare insieme. Io sono sempre interessato a collaborare con esperti in settori al di fuori dell’ambito artistico, e David è stato particolarmente aperto a pensare a questioni antropologiche sui sensi, lontani da testi o da monografie antropologiche standard e in modo più performativo. Io e TeZ avevamo discusso su una possibile collaborazione e, conoscendo il suo interesse sui sensi, ho pensato che sarebbe stato un grande progetto da fare insieme. L’obiettivo iniziale era di vedere se fosse possibile instaurare un dialogo tra l’antropologia sensoriale e la progettazione di nuovi tipi di cosiddetti ambienti “multimodali” (ovvero, molti sensi). Dato il periodo, David era più occupato a creare la struttura antropologica – ha diretto un seminario della durata di sei mesi, cui abbiamo partecipato tutti, dove abbiamo letto e analizzato la letteratura centrale nell’antropologia dei sensi. Inoltre, ha fatto interviste etnografiche e ha anche aiutato a strutturare il progetto in una lingua che gli antropologi avrebbero compreso.

Questo è stato particolarmente importante, dal momento che il primo prototipo pubblico di Displace è stato mostrato alla conferenza annuale American Anthropological Association che, ironia della sorte, si è svolta proprio a Montreal nel novembre 2011: la più grande conferenza accademica per gli antropologi – più di 7000 partecipanti!

Abbiamo proposto Displace in una sezione, all’interno del programma di conferenze chiamato “Innovents” ed è stato in qualche modo ben accolto. È stato molto interessante per me come artista e per l’intero gruppo. Abbiamo organizzato un evento completo nel centro di ricerca della scatola nera, Hexagram Concordia, nei cinque giorni di conferenza.  I partecipanti e il pubblico generale hanno prenotato fasce orarie di 45 minuti e poi sono  state trasmesse dal luogo della conferenza (l’enorme Palais de Congres a Montreal) al Concordia, senza che sapessero davvero cosa aspettarsi, tranne qualche tipo di esperienza che avrebbe “riorganizzerato i sensi.” Alcuni dei principali antropologi del mondo hanno partecipato al prototipo e in seguito, abbiamo condotto delle sessioni d’interviste etnografiche con ogni gruppo – per cercare di scoprire cosa era successo alle persone durante l’esperienza. Parliamo sempre di “Arte e Scienza” come piattaforma collaborativa ideale, ma in questo caso l’arte e l’antropologia si sono confrontate frontalmente. Displace 1,0 ha veramente provocato delle reazioni durante la conferenza, dal momento che molti degli antropologi non hanno mai realmente sperimentato qualcosa di simile a quello che abbiamo messo in scena, o perlomeno, al di fuori della loro attività.

Silvia Bertolotti: Qual è l’obiettivo principale del progetto “Mediation of Sensation“? Puoi spiegarci brevemente l’interazione di questo progetto con le altre discipline?

Chris Salter: Beh, come ho detto prima, è quello di trovare dei legami tra l’antropologia dei sensi e una pratica artistica che si serve della tecnica e della scienza. Tutto cio’ per creare una sorta di “oggetto di confine” – in questo caso, i sensi – che servisse ad attraversare e collegare quelli che normalmente sono considerati degli insiemi di pratiche separate – la ricerca accademica e la produzione artistica. Ecco perché siamo interessati a mostrare il nostro progetto in vari ambiti – non solamente in quello accademico o in quello artistico. Per quanto riguarda l’interazione con le altre discipline, ad esempio, un progetto come Displace, sarebbe praticamente impossibile per un singolo artista da creare, a causa della complessa combinazione di competenze e discipline richieste. Il gruppo nella versione dell’Aja, per esempio, era costituito da esperti in storia artistica olfattiva e in arte olfattiva, in studi sul cibo e sul sapore, in antropologia culturale, in musica informatica, in teatro, un light design, ecc. In questo modo, il quadro della produzione di Displace (come il risultato artistico di MoS) era davvero come  un teatro – dove erano necessari tutti questi esperti per realizzare qualcosa di davvero importante”.

Silvia Bertolotti: Come dovremmo trasformare il nostro tradizionale modo di percepire e con quale mezzo? E quale è lo scopo: è di tipo filosofico, estetico o socio-antropologico?

Chris Salter: Mi piace pensare che una direzione potrebbe essere quella che l’architetto Shosaku Arakawa (scomparso nel 2010) e la sua collaboratrice, l’artista Madeline Gins, hanno proposto nella loro cosiddetta architettura “del destino reversibile”. Arakawa e Gins creano progetti architettonici stravaganti (alcuni effettivamente costruiti) dove i muri e i pavimenti sarebbero inclinati agli angoli più  bizzarri, i colori dei muri potrebbero cambiare improvvisamente, oppure le superfici degli oggetti sarebbero coperti di materiali strani e molto tattili, tutto cio’ per conseguire un obiettivo originale- evitare la morte. Anche se penso che esagerino con questa idea (Arakawa è deceduto due anni fa e Gins ha dichiarato che “questa faccenda della morte è proprio ridicola”), il concetto generale era che, quando invecchiamo, tendiamo a perdere l’acutezza sensoriale- perdiamo il senso dell’olfatto, del gusto, del tatto. Con la progettazione di un’architettura che possa confondere letteralmente il corpo,  e alterare le stesse abitudini nella percezione che si consolidano in noi giorno dopo giorno, si potrebbe evitare la morte – non letteralmente, ma metaforicamente: nel senso che la morte è davvero un cedere alla tranquillità e alla fiacchezza della routine. È stato interessante vedere le reazioni, quasi violente, a favore e contro Displace all’Aja, specialmente quando la gente si è confrontata con tutti e cinque i sensi (o 21) simultaneamente e in particolare con i cosiddetti “sensi minori” del tatto, dell’olfatto e del gusto. Sicuramente, noi incontriamo i cinque sensi in continuazione nella vita di tutti i giorni, ma forse ci vuole proprio un’esperienza artistica come Displace per rendere la gente molto più consapevole del modo in cui questi sensi si combinano, s’intersecano e s’influenzano a vicenda, e di come il mondo appaia, di conseguenza, in modo diverso.

Silvia Bertolotti: Cos’è una “sensazione”, e qual è il suo ruolo nelle arti? Stavo pensando alla distinzione Kantiana, ma anche alla complementarità delle due modalità di percezione umana: il tempo e lo spazio. Lei pensa che ci siano altre interazioni e fattori importanti in una sensazione?”

Chris Salter: Gli psicologi sperimentali sono sempre molto sbrigativi nel fare una distinzione tra sensazione, essenzialmente vista come stimolazione, e percezione, ossia il modo in cui il cervello e il corpo “danno un senso” agli stimoli esterni. Certamente, gran parte della storia della pratica artistica si è occupata della sensazione. Gilles Deleuze, nel suo libro “Francis Bacon: Logica Della Sensazione”, affronta ampiamente l’argomento. Una teoria estetica deve assolutamente tenere conto del modo in cui la sensazione opera rispetto alla percezione e all’esperienza corporea. Deleuze ha spiegato molto bene che Bacon dipingeva sensazioni piuttosto che figure. Bacon dipinge l’urlo piuttosto che una rappresentazione dell’urlo: in questo modo, l’osservatore, davanti al quadro, ha a che fare piuttosto con la “teoria della crudeltà” di Artaud che con l’universo kantiano-  si confronta, fisicamente, con i ritmi e le vibrazioni emesse dalla superficie del quadro, piuttosto che con un’ “immagine” in quanto tale. . Infatti, questa nozione della sensazione va persino oltre il sublime kantiano- in quanto opera direttamente sul corpo e su la modalità in cui esso percepisce il mondo. Ritmo, intensità, vibrazioni e risonanze- questi sono per me i concetti estetici fondamentali con cui bisogna confrontarsi oggi, in particolare perché la nostra compresente esperienza concreta é sempre più ridotta dalla predominanza dello schermo e delle interazioni a distanza.

Silvia Bertolotti: Quali sono gli altri risultati artistici del progetto “Mediation”?

Chris Salter: Inizialmente, abbiamo immaginato delle opere più piccole e meno totalizzanti- più simili a prototipi sperimentali. Tuttavia, quando abbiamo iniziato a lavorare e ci siamo resi conto che tre anni erano pochissimi per realizzare quello che ci eravamo proposti, siamo subito passati a un’installazione su larga scala, e abbiamo creato Displace –in particolare, da quando abbiamo avuto la data di scadenza per la mostra AAA a due anni dal progetto. Continueremo a presentare Displace in vari ambiti ma, dato che il progetto è stato finora proposto in un luogo specifico (ed é troppo faticoso pensare di risistemarlo completamente in ogni nuova sede), stiamo lavorando ad una versione molto più mobile – una sorta di condensazione in un ambiente mobile. Ma per ora abbiamo scritto solamente una nuova proposta, con un finanziamento di quattro anni, per creare opere molto più piccole- quelle che noi chiamiamo “sonde sensoriali”: esse saranno aggiornate direttamente dal registro etnografico e archivistico e coinvolgeranno gli esperti di storia sensoriale, antropologia, marketing multi-sensoriale e che si occupano di progetti per gli anziani e sulla disabilità- nel tentativo di mantenere aggiornata la ricerca e guardare ad altri ambienti per la distribuzione. Se otteniamo quei fondi, ci impegneremo, inoltre, maggiormente nelle questioni interculturali, dato che uno dei nostri collaboratori più importanti è una straordinaria antropologa australiana di nome Jennifer Biddle, che ha lavorato sui temi del sentimento sensoriale direttamente sul campo con media artists aborigeni.

Silvia Bertolotti: Come concepisci la relazione tra arti e performance/installazioni e ricerca?

Chris Salter: Si finisce sempre con la domanda più difficile…! Ci sono alcuni temi di ricerca che danno certi tipi di “risultati” – questo è il modo in cui i contesti di ricerca istituzionalizzati vedono le cose. Scrivendo libri (quello nuovo a cui sto lavorando quest’anno è intitolato Alien Agency e analizza in modo dettagliato tale questione) e saggi per conferenze, discorsi, ecc. posso affermare che le mie ricerche producono diversi tipi di risultati. Lo scopo di un processo di ricerca è quello di dare un contributo originale ad un corpo o a delle pratiche letterarie esistenti. Quest’idea di “esistente” è fondamentale perché, a differenza del mondo dell’arte, non si può far finta che tutto ciò che si crea non sia mai esistito prima e scaturisca solamente dal proprio ingegno! Vedo qualcosa di simile a Displace come parte di un processo di ricerca – l’opera d’arte è il risultato della questione da cui siamo partiti: le opere artistiche, che esplorano l’esperienza multisensoriale, possono essere viste come una nuova forma d’indagine antropologica?

La risposta è ancora sconosciuta. In questo senso, Displace è una sorta di pubblicazione dei risultati di una ricerca. La cosa interessante è che, a differenza di un libro o di un giornale, esiste una minore distanza analitica tra lo sperimentatore e il cosiddetto “oggetto di ricerca”. In effetti, il cosiddetto osservatore a distanza annulla completamente l’aspetto materiale, e l’esperienza provata del visitatore prende il sopravvento.

Come disse Brecht, “la prova del pudding è nel mangiarlo”. Ecco perché io credo fermamente che l’opera artistica sia la chiave per la ricerca e per i processi che cercano di comprendere la cultura e l’esperienza umana


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