Il trucco e l’inganno: gli incantatori di serpenti che acchiappano la nostra attenzione, il nostro tempo, i nostri dati sono i social media, le “tech company” e i loro “giocattoli”.

In questo gioco di poker (in cui quando non hai intuito chi è il “pollo”, vuol dire che il pollo sei tu), ognuno in realtà ha il suo punto debole. C’è chi si lascia intrigare dal flusso di immagini, chi dal flusso della memoria e degli incontri, chi dai molteplici legami – più o meno consistenti, vincolanti, duraturi, sinceri – che tali strumenti ci propongono, imponendo il loro ritmo e la loro grammatica, che diventa lingua e qualche volta norma.

Si dirà che tutte le tecnologie – di comunicazione innanzitutto – non hanno fatto che riprendere pregi e difetti del mondo che descrivevano, caso mai accelerando la frequenza di contatto, scavando le nicchie delle nostre debolezze, sincopando i processi che giravano loro intorno.

Circostanziate ricerche ci raccontano ora di attente “analisi di prodotto” (che siamo noi), di complesse psicologie applicate, del tempo in crescita che dedichiamo a questa vita “mediata”, sottraendolo alla vita “live”.

Ma – lo abbiamo scoperto – sono molto di più. Sono strumenti meravigliosi, potremmo dire, e ci permettono di fare cose che non facevamo prima, ma scordiamoci che siano gratuiti, se con quello che guadagnano le imprese tecnologiche governano il mondo, o poco ci manca. E gli “effetti collaterali” sono un mare in piena.

Ed ecco che muovendo il mondo e persino le sue regole, hanno adottato le peggiori cattive abitudini di chi lo comandava fino a qualche istante – parametrato – prima: l’economia parla di processi di concentrazione, e di ricchezza, mai visti, e di scientifiche procedure di massimizzazione dei profitti, che mettono in crisi i nostri strumenti di lettura della realtà.

Il parossismo con il quale si stanno manifestando rannuvola i pensieri di Cory Doctorow. La sua “rabbia” creativa si manifesta nelle analisi spietate e acute del suo lavoro giornalistico, mentre i suoi racconti e romanzi di fantascienza – nella migliore tradizione del genere – ci mettono sull’avviso su possibili foschi scenari futuri, ed il suo attivismo concretizza la sua azione in attività di divulgazione e sensibilizzazione, anche nel suo blog, che aggiorna con costanza.

Il suo sguardo acuto, critico e necessariamente periferico ha interessato il pubblico della Biennale Tecnologia di Torino, dove Doctorow ha descritto un nitido panorama, in cui gigacapitalisti (cit. Riccardo Staglianò) dispiegano la turboefficienza dei loro meccanismi, e dove pochi raggi di sole si intravedono tra le nuvole.

I rapporti che intercorrono tra le imprese tecnologiche ed i loro clienti – ci racconta – si sono fatti persino perversi se, come è vero, radicalizzano i difetti del tardo capitalismo oligopolista. Ottenuti legami di “dipendenza”, blandendo prima i clienti comuni, poi solo i clienti scelti, quelli più grandi, poi solamente i meri azionisti, i servizi forniti tendono progressivamente a impoverirsi, mentre i diritti dei lavoratori vengono sviliti e compressi, i governi corrotti ed il pianeta messo in pericolo. Un meccanismo che si ripete, in sintesi uno studiato “andare in merda” (traduciamo direttamente dall’inglese del nostro ospite) che aumenta esponenzialmente i profitti, e degrada perfino il campo di battaglia, il “mercato” nella sua accezione più classica, e quindi la concorrenza.

Difficile pensare che un “uso consapevole”, una “fuga intelligente”, una “pratica alternativa” e un sostegno all’”open source” siano efficaci, da soli: se il potere di fatto, le quote di mercato e la diffusione parlano di un fenomeno mondiale, solo un contropotere legittimato ed altrettanto ampio può contrapporsi, e proporre mitigazioni e necessarie regolazioni.

Le nostre speranze sono affidate ad organismi internazionali, gli stessi che hanno lavorato in altri e simili campi di battaglia, cercando di porre argine a monopoli di fatto e ai cartelli, che ingrassano gli azionisti ed impoveriscono la società. Questi regolatori sono soggetti a forti pressioni, e solo il sostegno di una consapevole società civile, che corra veloce, reclami a voce alta i suoi denegati diritti e prema anch’essa, più forte, può essere utile.

In tutto il mondo ci sono segnali di messa in opera di soluzioni normative che cercano di riprendere, attualizzandoli, i principi dell’antitrust, offrendo soluzioni aggiornate a problemi diffusi, in rapido radicamento. Nel frattempo, occhi aperti. La nostra vita digitale deve migliorare.

Portrait by jonathan worth

D.: L’attuale scenario del “mondo digitale” sta mostrando processi di concentrazione della proprietà, crescenti problemi di privacy, preoccupazioni sulle tecnologie a venire (come l’Intelligenza Artificiale). Ma le nuove tecnologie sono nate anche con meravigliose promesse.
Come dicevano i Monty Python possiamo “guardare sempre l’aspetto positivo della vita”, o no?

R.: Penso che tutti i problemi che hai identificato sono in realtà lo stesso tipo di problema.
Ritengo che quando l’industria diventa molto concentrata – come è accaduto – non per le “grandi forze della Storia”, bensì perché abbiamo permesso che comprassero i loro competitori, hanno “conquistato” poi i loro regolatori.
Questo è inevitabile. Quando ci sono centinaia di imprese, e vanno a Bruxelles, raccontano centinaia di storie. Quando ci sono cinque imprese, raccontano la stessa storia. Così è andata a finire che sono in grado di violare la nostra privacy, di violare i diritti dei lavoratori, di violare i nostri diritti di consumatori. Perché hanno conquistato i loro regolatori.
Così il problema della tecnologia non è il fatto che Facebook ti lascia parlare con i tuoi amici, che Google ti permette di fare ricerche su internet, o che Twitter ti permette di avere una grande conversazione pubblica, … il problema è che hanno enorme potere, perché glielo abbiamo lasciato prendere.
Ma possiamo cambiare questo. Ora abbiamo la normativa sui mercati digitali, e la normativa sui servizi digitali. In tutto il mondo sono in atto nuovi consistenti programmi a favore della competizione, e contro le concentrazioni: nel Regno Unito, in Canada, negli Stati Uniti, in Australia, perfino in Cina.
Stiamo giungendo al punto in cui le persone comprendono che i problemi della tecnologia sono problemi di affari, non sono problemi tecnologici. Sono problemi politici, e sono problemi condivisi con molte altre industrie.
Ci sono solo tre grandissimi cartelli di imprese di spedizione che controllano tutti i trasporti via mare. È lo stesso tipo di problema, se ci sono solo cinque enormi imprese nel mercato della tecnologia.
Questo significa che abbiamo una coalizione: una coalizione di persone che possono non essere interessati alla tecnologia, ma che si preoccupano della concentrazione delle grandi società. Perché si preoccupano che due società possiedano tutta la birra, o che una società italiana, come la Luxottica, faccia tutti gli occhiali e che alzi il prezzo degli occhiali del 1000% in 10 anni.
Stiamo tutti combattendo la stessa battaglia, questo è l’aspetto positivo. L’aspetto positivo è che le persone stanno comprendendo che siamo tutti arrabbiati per gli stessi motivi, ed una volta che comprendiamo che siamo tutti arrabbiati per gli stessi motivi, allora stiamo diventando una coalizione che non si può fermare.

D.: Grandi tendenze, grandi decisioni, grandi conseguenze, che sembrano lontane dalla nostra vita di ogni giorno.La tua ricerca ha cura anche di ciò che possiamo realmente fare per reagire, per riprenderci i preziosi strumenti contemporanei che ci sono dati dalla tecnologia, per “costruire un internet migliore”. Come possiamo farlo?

R.: Ci sono molte cose che contribuiscono a che Internet sia come è ora.
C’è la norma: è una buona cosa che qualcuno usi Facebook per organizzare una festa, o è come chiedere loro di sedersi in una auto dove tu fumi una sigaretta, ed è quindi dannoso per la loro salute rendere possibile questa cosa? Questa è la domanda di tipo normativo.
C’è anche una domanda tecnologica: c’è qualcosa di meglio di Google o Facebook che noi possiamo usare – o scegliere di usare – o altre migliori metodologie, come il software libero e aperto? C’è una questione commerciale ed una legale. La questione commerciale: c’è qualcuno in grado di sostenere un motore di ricerca che competa, una piattaforma di social media che competa? E poi c’è la questione legale, che è la seguente: sotto quali circostanze queste altre valide alternative possono essere mantenute? Penso che stiamo comprendendo che le grandi compagnie tecnologiche non vanno bene, che abbiamo un’ampia sfera di alternative, ma che quello che non abbiamo è una struttura politica.
Per esempio, quando Facebook ebbe inizio, tutti usavano MySpace. Loro dissero a queste persone: “Venite a usare Facebook, e per renderlo più semplice vi daremo un bot. Con quel bot ti potrai loggare in MySpace, e diremo al bot di andare su Facebook numerose volte al giorno, per raccogliere tutti i messaggi che ti stanno aspettando, e metterli poi nella casella di posta in entrata di Facebook. Potrai rispondere, e li invieremo nuovamente indietro…” Questo significava che anche se i tuoi amici non erano pronti a lasciare mySpace, tu potevi andartene, mantenendo la loro amicizia.
Ma se lo fai ora, le Direttive Europee sul Diritto d’Autore, i brevetti, i marchi registrati, la riservatezza commerciale, le norme contrattuali, Facebook ti faranno chiudere. Così, mentre abbiamo i mezzi tecnologici per costruire qualcosa come Facebook, ma senza sorveglianza, mentre capiamo che dovremmo tutti lasciare Facebook, perché è terribile, il costruire un valido business, che faccia a Facebook quello che Facebook ha fatto a MySpace, richiede un cambio di norme.
Normalmente cambiare le norme è molto difficile, ma in questo momento l’Unione Europea è più interessata a cambiare norme, di quanto lo sia mai stata. Questo è il momento. Perché abbiamo il “Digital Markets Act” e il “Digital Services Act”, e gli europei possono vedere cosa si fa Bruxelles, e assicurarsi che non permettano a Facebook di imbrogliare (o a Apple, o a Google). E quando imbrogliano, possono chiamare il loro membro del parlamento Europeo, il loro rappresentante nella Commissione, per dire di fare qualcosa su questo punto.
Questo è il momento che stavamo aspettando: vogliamo che i nostri decisori finalmente facciano qualcosa per noi, e dobbiamo far sì che lo facciano.

D.: Parte dell’industria culturale sta soffrendo una profonda crisi: per esempio i giornali, la musica, … . Deve reinventarsi. E noi stiamo sempre più noleggiando servizi, invece di comprare beni. Viviamo il paradosso di avere un maggior numero di stimoli disponibili, ma il modo di ottenerli ci sta creando problemi. Possiamo risolvere questa contraddizione’

R.: Penso che sia uno sbaglio pensare che quello che sta accadendo sia che il modello di business stia cambiando, e che l’industria dell’intrattenimento non sia in grado di tenere il passo.
È lo stesso problema: c’è un cartello nell’industria tecnologica, c’è un cartello nell’industria dell’intrattenimento. Combattono l’uno contro l’altro per la distribuzione. Niente di tutto questo è buono per i lavoratori, e niente lo è per il pubblico.
Prendi per esempio i mezzi di comunicazione che si occupano di notizie: di ogni euro di pubblicità che riescono a ottenere, 51 centesimi vanno a Facebook o Google. Non riguarda quindi tanto il tipo di pubblicità, ma il fatto che più della metà di quanto si ottiene venga rubato da intermediari, per la presenza di un cartello. Occorre rompere quel cartello. Se hai abbonati che ti pagano tramite una applicazione, Apple e Google si prendono il 30% di quello che hai raccolto: di nuovo, stanno rubando i tuoi soldi. Se i tuoi abbonati sono su Facebook, Tik Tok o Twitter, e tu vuoi raggiungerli, a quelli che hanno sottoscritto il tuo “feed” Facebook e Twitter non mostrano quello che hai postato: devono pagare, stanno rubando soldi.
Abbiamo questa idea, che forse quello che stanno rubando sono i contenuti, che in qualche modo sia una cosa negativa che Google aiuti a trovare le notizie, o che Facebook dia alla gente un luogo dove discutere delle notizie, ma in realtà sono una cosa positiva per le notizie. Lo scopo democratico delle notizie è servito bene dal fatto che le persone trovino e parlino delle notizie. Il motivo principale per cui le aziende di informazione non sono pagate, non è perché vengono rubate le notizie, ma perché il 51% gli viene portato via, perché il 30% dei pagamenti degli abbonati gli viene portato via, e devi pagare il ricatto per raggiungere le persone che ti vogliono ascoltare.
Possiamo risolvere questo solo con delle norme. Non creando un diritto d’autore che si sovrapponga alle notizie, ma facendo sì che le aziende tecnologiche smettano di rubare.
Ma questo non risolverebbe tutti i problemi. Perché le aziende di informazione non vogliono pagare i giornalisti. Dare più denaro alle aziende di informazione non darebbe più denaro ai giornalisti. Un’altra cosa che dobbiamo fare è assicurarci che le nostre norme favoriscano l’indipendenza nel campo delle notizie, chiariscano la sorveglianza sulla pubblicità, facilitino le procedure di pagamento per i sottoscrittori, e il raggiungimento più facile delle piattaforme per specifiche categorie di notizie, o per cooperative di persone che sono state licenziate dalle grandi aziende di informazione. Perché se si da denaro alle grandi aziende di informazione, senza che le si dia un mandato da rispettare per usarlo, semplicemente se lo terranno, non per produrre le notizie. Guarda cosa hanno fatto a Sports Illustrated, … ed altri: hanno preso un chatbot – non per produrre “fake news”, come ha fatto Donald Trump – per scrivere notizie comunque false, in realtà, perché mentono: i chatbot producono cose prive di senso. E loro dicevano: “Cosa ce ne importa? Verremo pagati comunque, per cose buone o cattive”
Così dobbiamo assicurarci di dare risorse a chi realmente importa delle notizie, che non sono i proprietari dei mezzi di comunicazione, ma i giornalisti.

 

D.: Come scrittore di fantascienza puoi affrontare questioni come l’accelerazione della tecnologia, le difficoltà di descrivere scenari complessi, la necessità di essere aggiornato sul presente – per meglio immaginare il futuro -, …
Come riesci a mettere in equilibrio tutti questi fattori?

R.: Penso che la fantascienza sia sempre stata in relazione con il mio lavoro politico. Certamente, sono innanzitutto uno scrittore di racconti. Non voglio essere pretenzioso, ma uno scrittore è un artista. I racconti sono una forma artistica, e obiettivo dell’arte è prendere i sentimenti misteriosi, complicati e irriducibili, che sono quelli dell’artista, e spostarli su di “vascello”: un racconto, una scultura, un dipinto, una canzone, perché il pubblico abbia esperienza di questa opera, ed una qualche approssimazione di quell’irriducibile e complicata emozione sia riprodotta nelle loro menti. Questo avviene ora.
Ora succede che molti dei sentimenti complicati e irriducibili della mia mente abbiano a che vedere con l’essere assolutamente furioso nei confronti delle imprese tecnologiche, qualche volta funziona così. Molti di questi problemi politici sulle tecnologie sono molto astratti e complicati, ed è difficile ragionarci su, oltre ad essere estremamente noiosi.
Se vedi come l’industria tecnologica funziona, leggi un tutorial, o vedi un video (sulle piattaforme, per esempio) noti come tutto sia deliberatamente complicato: non appena iniziano ad acquisire un senso, cadi addormentato! Ma fare arte, su questi temi, li riporta in vita. E quando li fai rivivere, le persone possono capire che dietro tutta questa complessità c’è solo un imbroglio, un trucco.
Se hai visto qualche volta qualcuno che fa il trucco dei bicchieri e delle palline, un “mago”, sembra molto complicato, sofisticato. Ma ci sono due maghi (Penn e Teller), che fanno questo trucco – lo puoi vedere su YouTube – lentamente, e puoi vedere all’interno dei bicchieri, che sono trasparenti. Quando vedi il trucco fatto lentamente, vedi che non è complicato, ma solo veloce. I computer sono veloci, possono fare il trucco velocemente, ma se si demistificano, con la narrazione, le storie, allora il trucco diventa trasparente, e capisci che non si tratta di stregoni, sono solo imbrogli.

 

D.: Come vedi l’Intelligenza Artificiale? Come un utile compagno, una minaccia significativa, un gemello molto veloce e controverso, o…

R.: Non penso che l’Intelligenza Artificiale sia una di queste cose. La più grande minaccia che possiamo avere dall’Intelligenza Artificiale non viene dal fatto che possa sostituire il mio o il tuo lavoro, ma che possa convincere il mio capo o il tuo capo a licenziarci per prendere un’intelligenza artificiale che possa fare il nostro lavoro.
Air Canada – sai, vengo dal Canada – è un vettore monopolista, come lo era Alitalia. Solo che il Canada è molto grande, e se la compagnia aerea non va, non puoi andare da nessuna parte. Non è come l’Italia, che si può prendere il treno. Air Canada ha licenziato i rappresentanti del servizio clienti, ed al loro posto hanno preso chatbot.
C’è stata una persona la cui madre era morta, che aveva bisogno di una tariffa ridotta, quella che si ottiene quando si prende un volo a causa di un funerale. Chiese: “Qual è la procedura?” Il chatbot rispose: “Compri il biglietto a tariffa intera, poi mandi il certificato di morte di sua madre entro 30 giorni, e poi noi vi daremo il rimborso”. Così lui andò al funerale di sua madre, si fece dare il certificato, lo mandò alla compagnia, che rispose: “Questa non è la procedura, il chatbot ha avuto le allucinazioni!”. Disse: “Ok, ma mi dovete il rimborso” ”No, non le dobbiamo un rimborso, è un problema dovuto al chatbot, non è un nostro problema”. Così lui spese dieci settimane a combattere con Air Canada, che disse sempre di no. Così andò dall’Agenzia di Regolamentazione, spendendo altre sei settimane a discuterne, per poi alla fine ottenere il suo rimborso.
Ora, nessun altro spenderebbe sedici settimane. Abbiamo un modo di dire in inglese “Non c’è mai una sola formica”. Questa persona è stata “derubata dal chatbot”, ma in realtà un migliaio di persone sono state “derubate dal chatbot”. Air Canada non ha bisogno di credere che un chatbot possa essere un rappresentante del servizio clienti, ma hanno solo bisogno di credere che, ogni mille persone che derubano, 999 diranno: “Il robot mi ha derubato, non è un crimine” e fin quando pagheranno la multa per uno su mille andrà bene. Quasi tutto quello che sentiamo che fa l’Intelligenza Artificiale, e che produce denaro per la società che la compra, non riguarda il fatto di fare il nostro lavoro, ma riguarda invece il fatto di creare una storia plausibile sul perché sia normale che qualcuno ottenga un cattivo servizio, o sia truffato, o abbia un servizio al di sotto dello standard.

 

D.: Consapevolezza di sé, cultura, potrebbero essere una soluzione…

R.: La grande questione è che dovremmo avere regole di responsabilità. Se il chatbot “mente” a qualcuno deve essere un problema dell’impresa, se i giornali pubblicano una storia che non va bene, devono essere problemi del giornale… dovremmo avere leggi sul lavoro, che permettano alle persone di intervenire quando i chatbot sono usati dai capi per addestrarli a prendere il tuo lavoro… non il diritto d’autore: non risolve questi problemi.
Ci sono molti lavoratori creativi che credono che quando avranno il diritto d’autore che controlli chi può addestrare un bot con il loro lavoro, allora il loro lavoro non sarà rubato.
Ma sai, il New York Times sta già dicendo che venderanno i loro contenuti ad Apple per addestrare un modello per 50 milioni di dollari. E il New York Times vuole licenziare i suoi giornalisti, e sostituirli con chatbot. Getty Images, un’altra impresa che sta facendo cause per l’intelligenza artificiale, è allergica a pagare i fotografi. Non vogliono fare cause ai generatori di immagini per fermarli. Vogliono farle perché i loro generatori di immagini rimangano, per poi licenziare tutti i fotografi. Questo è quello che vogliono fare.
Ogni capo è terribilmente eccitato dal fatto di licenziare lavoratori, e se pensiamo a questi fatti solo come una questione di diritto d’autore, se pensiamo che le imprese dell’intrattenimento facciano causa alle società dell’intelligenza artificiale per i loro lavoratori, invece che per i loro azionisti, allora saremo fottuti, come lo siamo stati tutte le altre volte. Non sono dalla nostra parte.
Dobbiamo assicurarci di vedere queste cose con la prospettiva del lavoro, non con quella del diritto d’autore. Sono un artista, un lavoratore creativo. Non sono una piccola società, che deve contrattare ogni singolo impegno con il New York Times, o Condé Nast, o simili. Sono un lavoratore, ed il modo in cui mi proteggo non è con un diritto negoziabile, ma il modo in cui mi proteggo è con le politiche del lavoro.


CORY DOCTOROW

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