Marco Donnarumma (1984, http://marcodonnarumma.com/) è un performer italiano, sound artist, musicista e scrittore, di base a Londra. Il principale mezzo di espressione nelle sue opere è il corpo, la fisicità, il suono. Fa uso di tecnologie biomediche e soniche, software, sensori e trasduttori, creando e sperimentando con strumenti biofisici. Afferma di concepire i corpi umani e le macchine come materiali. Le sue performance dal vivo, i concerti e le istallazioni sono noti per combinare un’estetica apparentemente semplice e minimalista, con una scienza rigorosa, sofisticatezze tecniche e concetti fortemente critici.
Nel 2015 Marco Donnarumma è parte della piattaforma SHAPE destinata ad artisti e musicisti emergenti e innovativi, supportata dal programma dell’Unione Europea, Creative Platform (http://shapeplatform.eu). Come parte del progetto, quest’anno andrà in scena in molti festival in Europa, tra cui TodaysArt (25-26 Settembre, The Hague), Musikprotokoll (8-11 Ottobre, Graz), Maintenant (13-18 Ottobre, Rennes) e Némo Biennale (24 Novembre, Parigi).
Il lavoro di Marco Donnarumma affonda la sue radice in concetti che non sono necessariamente astratti. Il corpo diventa infatti performativo, carico di significati ma al contempo trattato come una tela nera su cui disegnare nuovi universi direttamente sul palco. In Hypo Chrysos, ad esempio, trascina in cerchio un blocco di 50 kg utilizzando la massima forza del suo corpo. Il muscoli si tirano a causa dello sforzo, aplificandosi in momenti di noise quasi doom in modo tale che l’intera performance diventi quindi cruda, quasi gutturale. Nel suo lavoro The Xth Sense, Donnarumma cattura invece i suoni dal cuore, dal sangue, dai muscoli e li utilizza per creare una partitura sonora e visivia tramite un sistema digitale interattivo. E ancora, in Nigredo si pone la domanda: “Come la deprivazione percettiva può influire sun una separazione consapevole tra il sè e il non-sè?” Gli occhi, le ossa, le orecchie e i cuori dei visitatori della performance, diventano essi stessi portatori di significati sensuali (quasi auerei) a testimoniare come Donnarumma non sia un performer di natura solipstica, ma anzi un artista per il quale è importante che il pubblico diventi parte dell’opera stessa.
Ha ricevuto un certo numero di riconoscimenti, tra cui il primo premio del Guthman New Musical Instrument Competition (Georgia Tech, US) per Xth Sense; il Cynetart Prize for Computer Based Art (DE) e il Transitio New Media Art Award (MX) per Nigredo, realizzato in collaborazione con Marije Baalman. I suoi lavori sono stati recensiti dalla BBC, da The WIRE, Forbes, Reuters, ARTE.TV, Wired, RTVE, El Pais, CreativeApplications, ResonanceFM, Weave, Create Digital Music, We Make Money Not Art e da Digicult. Donnarumma si è esibito in moltissimi festival tra cui il Sónar+D, ISEA, La Biennale di Venezia, BBC Music, ISCM World Music Days, transmediale, CTM, FILE e tanti altri.
Lucia Udvardyova: Perché hai deciso di utilizzare il tuo corpo come mediatore di creazione? Puoi descrivere il percorso che ti ha portato al tuo strumento di espressione preferito?
Marco Donnarumma: Sono ormai più di dieci anni che lavoro con il suono sia come musicista che come esecutore. Ho eseguito performance audiovisive per un periodo, suonavo il basso e creavo performance audiovisive interattive in cui un software da me elaborato, capiva il modo in cui suonavo il basso e mi permetteva di interagire con il suono e con i media visivi. L’ho fatto per alcuni anni, poi ho iniziato a sentirmi vincolato dall’avere uno strumento da tenere in mano. Puoi suonare un basso in un milione di modi differenti, ma dovrai sempre pizzicare una corda per avere un suono. Oltre a ciò, usando computer e pedali, e con una grande attrezzatura sul palco, ho iniziato a notare come le persone prestavano principalmente attenzione agli oggetti sul palco anziché alla stessa performance.
Decisi di smettere di fare ciò che stavo facendo in quel momento e provare a sviluppare un approccio completamente nuovo. Ho iniziato guardando i corpi e le tecnologie create per il corpo, e sono finito a osservare l’ingegneria biomedica. Da lì, ho esaminato i modi con cui a avrei potuto sviluppare i miei strumenti per il corpo usando congegni biomedici. La maggior parte di questi era al tempo era privata e costosa, così ho cervato un principio tecnologico che mi avrebbe permesso di creare uno strumento fisico che fosse nuovo e originale. È così che sono arrivato alla bioacustica umana, un insieme di metodi che prevedono la cattura e l’amplificazione dei suoni dal corpo umano- vibrazione acustica della contrazione muscolare, battito del cuore, flusso sanguigno nelle vene- tutti i suoni inudibili che provano il fatto che siamo vivi. Attraverso questi metodi, ho creato Xth Sense, uno strumento musicale che amplifica i suoni del corpo umano per realizzare musica. È così che mi sono interessato al corpo, ma poi, realizzando questo strumento, ho dovuto cambiare completamente il modo in cui concepivo una performance e la sua struttura. Alla fine, ho elaborato vari mezzi che mi hanno permesso di esaminare il corpo in modi diversi.
Lucia Udvardyova: Nella tua esibizione spicca una componente quasi di teatralità.
Marco Donnarumma: Da un lato, quando si lavora con il corpo, è davvero molto facile scadere nel cattivo gusto o finire col fare cose che, nella realtà dei fatti, non esprimono niente ed è per questo che occorre assoluta chiarezza in quello che si cerca di trasmettere. Dall’altro, però, è mio intento realizzare lavori che inducano le persone a riflettere sotto più punti di vista. Alcune volte posso esprimermi tramite esibizioni estreme con il mio corpo, altre invece focalizzarmi in modo più intenso e profondo sul corpo dello spettatore. Capisco perfettamente il motivo per cui la gente possa cogliere nel mio lavoro aspetti al limite del teatrale ma, per quanto mi riguarda, io lo vedo indirizzato verso la vera performance artistica piuttosto che quella teatrale, tipicamente esagerata e melodrammatica.
Le strategie interattive e gli strumenti di cui mi avvalgo per esibirmi sono creati in modo tale da rendere assolutamente autentiche le mie azioni e le mie espressioni. Per esempio, nello spettacolo dal titolo Hypo Chrysos nel quale devo trascinare muovendomi in tondo dei mattoni di cemento di 50Kg, mentre mi esibisco mi rendo perfettamente conto che l’impresa più ardua è evitare di apparire ‘caricato’ e teatrale. L’atto è già di per sé forte e marcato a sufficienza, per cui non c’è bisogno di aggiungere altro per amplificarne l’intensità.
Lucia Udvardyova: In che consiste l’interazione tra movimento e suono nelle tue performance?
Marco Donnarumma: Ogni volta che realizzo una nuova opera parto sempre da un’idea, che può essere più o meno astratta. Nel caso di Hypo Chrysos, per esempio, il punto di partenza è stato l’impiego del suono anche come materiale, proprio nel senso di strumento concreto di ripercussione fisica tra il mio corpo, quello dello spettatore e perfino la sede dello spettacolo. E così, riflettendo su come poter mettere in pratica quest’idea, ho cominciato a considerare tutte le possibili soluzioni attraverso le quali il mio corpo sarebbe potuto rimanere talmente saldo e teso da riuscire addirittura a provocare, sul lungo termine, una sensazione percettibile dal pubblico da un punto di vista fisico. In tal senso, ho tratto ispirazione dall’Inferno dantesco; in una delle sue bolge, infatti, si trovano gli ipocriti, condannati a camminare senza sosta indossando cappe dorate all’esterno ma riempite di piombo all’interno.
Ho pensato che sarebbe stata una metafora efficace e adeguata da portare in scena, anche grazie ai numerosi fattori performanti dai quali poter prendere spunto, come trascinare qualcosa di realmente pesante, la capacità di resistenza, la sensazione provocata dall’attrito… tutti elementi dei quali ero alla ricerca per rappresentare questo processo di ripercussione fisica con il pubblico. Tale genere di idee abbastanza confusionarie ha costituito il punto d’inizio dal quale ho poi sviluppato una trama d’azione appropriata. Tutto ciò nasce essenzialmente dalla mia grande passione per l’action art e la performance art degli anni settanta e ottanta del secolo scorso, che spingono verso una riflessione approfondita riguardo al suono, allo sforzo, al corpo, alla ripercussione, al passaggio a un piano fisico e, infine, alla conseguente condivisione di questa fisicità.
Lucia Udvardyova: Molte cose sono legate al corpo, dalla filosofia e la religione alla spiritualità. C’è anche un aspetto più filosofico che collega il tuo lavoro al corporeo?
Marco Donnarumma: Sì, assolutamente. Molte mie creazioni, soprattutto negli ultimi anni, si fondano su studi culturali e filosofia. Uno dei punti principali è che impariamo facendo e che siamo così perché abbiamo questo corpo in particolare. Ci sono alcune specifiche caratteristiche che possiamo accrescere, modificare o interrompere, ed è su questo che si basa il mio lavoro e il mio pensiero sull’intervento artistico. Un altro aspetto importante è rappresentato dalla filosofia processuale, che ha spinto a vedere il corpo come un qualcosa in continuo cambiamento, sempre incompleto rispetto a tutti gli altri animali che posseggono un corpo che ben si adatta all’ambiente in cui vivono, al contrario del corpo umano che non è specifico per nessun ambiente. Piuttosto che modificare il nostro corpo, per sopravvivere cambiamo il luogo in cui viviamo.
Si può osservare uno strumento tecnologico in un milione di modi differenti, ma ciò che conta è che anche questo ha un’identità, desunta da come lo progettiamo e lo utilizziamo: è composto di materia e parti, esattamente come il corpo umano. Quest’osservazione viene trasposta nel mio lavoro combinando in modi precisi pezzi di macchine e di corpi così da poter avviare i processi e vedere cosa succede. Nell’installazione Nigredo i suoni emessi dal corpo del visitatore, considerato come parte integrante della macchina, vengono catturati dal sistema tecnico, processati e poi ritrasmessi al corpo stesso attraverso trasduttori acustici, che sono letteralmente a contatto con il cranio e le ossa del visitatore. Non funzionerebbe con un cadavere.
Lucia Udvardyova: Cerchi di prendere in considerazione il pubblico quando lavori su qualcosa?
Marco Donnarumma: Sì, penso che questo sia veramente importante. E questo non implica necessariamente che io voglia rendere felice il pubblico. Dal pubblico non mi aspetto altro che provino qualcosa, che vivano qualcosa. Non posso sopportare l’idea diffusa negli ultimi anni delle media e digital art come sinonimo di bellezza e coinvolgimento senza pensieri. Voglio dire, guardati intorno, ci troviamo in uno stato costante di guerra, fame, disastri ambientali, grave povertà, corruzione, e le nostre vite sono influenzate e controllate attraverso le lavorazioni alimentari, i social media, la censura e la sorveglianza.
La bellezza dell’arte digitale è un modo per dimenticarsi della realtà? É un limbo di soffici nuvole da stare a guardare? Penso che l’arte digitale, così come qualsiasi altra arte, debba far pensare, debba essere provocatoria, radicale e non importa se sia brutta o bella finché dia qualcosa che possa essere chiamata opera d’arte. Siamo sovraccaricati da cose che in realtà non ci danno niente, lavori che sono esercizi tecnici e questo è quello che provo a evitare.
Lucia Udvardyova: Molti degli oggetti all’avanguardia e delle idee sviluppate nel tempo dai nuovi media, che quindici anni fa sembravano strabilianti, sono diventati parti comuni della nostra vita quotidiana.
Marco Donnarumma: Da una parte, questo genere di situazioni rendono più facile proporre diversi modi di usare la tecnologia, dal momento che le persone vi sono semplicemente più abituate. Oggi è più facile rispetto a vent’anni fa far togliere la camicia a un visitatore e fargli indossare un paio di sensori perché probabilmente ha già avuto dei sensori sul suo corpo già prima di venire a vedere il tuo lavoro. Dall’altra parte, questo rende la tecnologia nell’arte meno d’impatto, con meno forza concettuale. Stelarc ha usato una strana tecnologia negli anni ’80 e la gente difficilmente aveva una minima idea di quello che lui stesse facendo, molto del suo lavoro è basato su quel tipo di impatto che era capace di creare, un vero pioniere del campo.
Oggi, questo è un po’ più difficile, perché lo sviluppo della tecnologia è molto veloce e diffuso. Dal momento che la tecnologia è così accessibile oggi, abbiamo un uso eccessivo e un abuso della tecnologia nelle arti e la gente non realizza che potrebbero arrivare agli stessi risultati senza utilizzare nessun tipo di tecnologia. Credo fortemente che quando si usa una tecnologia specifica debba essere per qualcosa molto significativo per il proprio lavoro.
Lucia Udvardyova: Secondo te, in che modo un artista può lavorare con la tecnologia al giorno d’oggi?
Marco Donnarumma: A livello quantitativo è sicuramente molto più semplice lavorare con la tecnologia, a livello qualitativo, invece, più difficile. Quando si ha a che fare con i nuovi media e le arti digitali, si cerca sempre di classificare le cose; il termine “nuovo” è sempre difficile da usare. Nuovo rispetto a cosa? La video art, così come viene chiamata oggi, è ormai un campo assodato dell’arte contemporanea, nel senso che, ora, comprano pezzi di video art. Forse, nel futuro prossimo, compreranno anche le performance.
Lucia Udvardyova: In termini di suono, è importante creare qualcosa di innovativo?
Marco Donnarumma: Direi che è importante imparare a rispettare il suono. O almeno, questa è la cosa che più conta per me. Bisogna pensare all’importanza del suono nella vita quotidiana, all’importanza del suono come nella musica, ma anche all’importanza del suono nel nostro ambiente, nel corpo e al modo in cui ci permette di condividere, essere social e imparare. Il suono è l’elemento centrale dello sviluppo, dello sviluppo della nostra identità, ma questo concetto non è ancora passato completamente. Ed è proprio per questo motivo che lavoro anche con i suoni inudibili.
Una delle cose che più mi interessa è il fatto che i suoni non udibili dall’uomo diventano udibili amplificandoli; diventa anche visibile quel mondo di cui facciamo parte, che i nostri corpo costruiscono. È una buona fuga da tutto quello che conosciamo. Gli artisti non devono vedere il progresso tecnologico come un qualcosa da fare necessariamente. E questo non significa che io sia per la separazione della scienza dalla tecnologia, anzi. Lavoro con ingegneri tutti i giorni e mi tecnologizzo, ma penso che le innovazioni tecnologiche non dovrebbero essere l’interesse principale di un artista. Per un artista, è molto più stimolante concentrarsi sullo sviluppo di un linguaggio proprio, un qualcosa di specifico con il quale poter dare un contributo al mondo.
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