Opere di: Lucas Blalock, Elina Brotherus, Marcelo Cidade, Tacita Dean, Charles Gaines, Vidya Gastaldon, Paul Kos, Liang Shuo, Anthony McCall, Alicia McCarthy, Charlotte Moth, Simon Pyle, Hiraki Sawa, Maaike Schoorel, Lois Weinberger, Zhao Renhui, Zhou Tao, Toby Ziegler. Nuove commissioni di: Chen Xiaoyun, Tsang Kin-Wah, and Zheng Guogu.
Co-curatori: Betti-Sue Hertz, Centro per le Arti Yerba Buena (San Francisco); Ruijun Shen, Guangdong Times Museum (Guangzhou); Xiaoyu Weng, Kadist Art Foundation (Parigi / San Francisco).
La mostra Landscape: the virtual, the actual, the possible? considera sistemi visivi, percettivi e concettuali, che sono diventati sempre più instabili, sia fisicamente, sia metaforicamente. Gli artisti ripercorrono il continuo cambiamento della nostra esperienza della natura come uno spazio per la creazione, riproduzione e copia d’immagini nelle regioni, nelle situazioni e nei contesti più svariati.
Questa mostra invita prospettive creative a collegare due diversi contesti geografici e culturali, quali la California negli Stati Uniti e il Delta del Fiume delle Perle in Cina: dall’utopia cibernetica e la frontiera tecnologica alla fabbrica mondiale di prodotti elettronici; dal romanticismo naturale e i movimenti ecologici all’urbanizzazione di massa e le lotte per i terreni. Le opere esposte toccano argomenti come la natura, il paesaggio, il giardino urbano, la realtà virtuale, i sistemi della tecnologia digitale e tutto ciò a loro collegato.
Il titolo della mostra fa riferimento ai “quattro funtori ontologici” di Félix Guattari: il virtuale, l’attuale, il reale e il possibile. Il paesaggio diventa la lente attraverso cui guardare la mostra, dove ci si pongono le seguenti domande: qual è l’effetto a specchio tra il paesaggio e la tecnologia e in che modo ciascuno comunica come noi capiamo e sperimentiamo noi stessi e gli altri? In che modo prospettive e approcci differenti influiscono sulle nostre immagini mentali dei paesaggi? L’organizzazione volontaria del paesaggio, la creazione di giardini naturali, intenzionali e artificiali, e la rottura della natura dell’ambiente urbano edificato: tutti hanno trovato la loro strada all’interno del nostro pensiero visivo contemporaneo.
Il discorso che ruota attorno all’Antropocene e i dibattiti culturali e sociali che ne sono susseguiti sono la contestualizzazione più ampia. La teoria dell’Antropocene, divulgata per la prima volta da Paul Crutzen, vincitore del Premio Nobel per la chimica, definisce una nuova epoca geologica nella quale stiamo entrando, secondo cui, a partire dalla Rivoluzione Industriale, le azioni dell’uomo hanno ampiamente alterato l’ambiente in maniera tale che si è creata una nuova forma di natura. Dal punto di vista geologico, lo strato di sedimenti creato per effetto dell’azione umana si è diffuso in tutto il mondo nella sua totalità.
La teoria dell’Antropocene ricontestualizza e ristruttura ulteriormente i tradizionali dibattiti sul rapporto tra il genere umano, la natura e la tecnologia. Alcuni elementi e campioni visivi sono diventati troppo ambigui per essere riconosciuti e interpretati sulla base di uno stato percettivo, nel senso che gli esseri umani non sono più il primo piano di esistenza. Al contrario, le differenze tra lo sfondo e il primo piano, umano e non umano, cultura e natura, soggetto e oggetto, il mondo e la storia, sono diventate trasferibili e variabili. Questa relazione multi-stabile sfida le vecchie prospettive stabili e dualistiche della modernità.
Mentre la dimensione universalistica della teoria dell’Antropocene si rivolge a un contesto più ampio possibile (il mondo intero), è anche vero che, oggi, le nostre realtà individuali sono sempre più spaccate e moltiplicate dagli schermi dei computer e degli smartphone. Quali sono i rapporti tra questi micro mondi e il mondo più ampio? Cosa c’è fuori da questi schemi? Laddove paesaggi effettivi fanno affidamento su prospettive, panorami e vedute, lo schermo comprime e appiattisce lo spazio. Dal libro di Anne Friedberg, The Virtual Window: From Alberti to Microsoft, 2006, lo schermo favorisce “staticità, movimento, multistrato, angolazione obliqua, astrazione, sequenzialità”. Quali qualità integrate del mondo materiale vengono preservate quando questo viene tradotto in arte visiva, mentre gli artisti ripercorrono la nostra esperienza della natura?
La mostra offre possibili collegamenti tra questa prospettiva, apparentemente nuova e mediata tecnologicamente, contro modi di guardare il mondo, che sono radicati nella filosofia tradizionale cinese. In quest’ultima, le opere del genere umano, lontane da un ordine imponente sul paesaggio, sembrano espressamente disegnate per conformarsi alle loro forme naturali. Ciò corrisponde a un sistema di valori culturali, che vede il genere umano e la natura condividere una struttura comune, risuonare nelle loro forme e nel loro ordine e scorrere in un equilibrio bilanciato. La mostra invita a idee di scambio, all’interconnessione e immaginazione prendendo ispirazione dall’arte tradizionale cinese e come queste possano fornire una visione, un’esperienza e un ricordo del paesaggio. I visitatori vedranno come i principi egualitari il romanticismo naturale degli anni sessanta e settanta ha trovato ispirazione nei concetti tradizionali asiatici delle relazioni tra esseri umani e natura

