“Noi pensiamo. La nostra memoria, il nostro cervello, i nostri sogni sono costruiti con le immagini. Così è molto importante conoscerle, analizzarle.”
La “mossa vincente” di Joan Fontcuberta é come quella del cavallo: due passi avanti, ed una di lato. I passi avanti per indagare possibili nuovi sviluppi del linguaggio fotografico – il suo campo di azione – e quello di lato per approfondire e riflettere.
Il fotografo catalano – ma anche curatore, scrittore, docente – ha attraversato diversi decenni di storia della fotografia, testimoniando il suo passaggio dalla documentazione alla narrazione, dalla professione all’ “universalizzazione”, anticipandone le svolte, e proponendo spesso le più progressive chiavi di lettura. Sino a giungere alla teorizzazione della “postfotografia”, dove un’“ecologia dell’immagine” condurrà a donare nuove intenzioni e nuovi significati a quanto è già stato fotografato, quindi in qualche modo “immaginato”. Il cambio di segno della fotografia si manifesta ora, data la sua pervasività, in parallelo alla cultura della condivisione ed all’intento di approfondirne il suo significato.
La scacchiera su cui si muove è molto ampia. E così sono le esplorazioni, le provocazioni, i progetti, le analisi. La traccia surrealista dei suoi esordi non si è perduta nel corso del tempo. Così la lettura di alcuni suoi progetti può essere segnata da un sorriso un po’ beffardo, mentre la sua frequentazione del mondo della pubblicità, e più ancora vivere in gioventù al crepuscolo di una dittatura, con la sua propaganda e la repressione, gli hanno insegnato una sana diffidenza ed attenzione delle “rappresentazioni per immagini” e uno sguardo disincantato e critico nei confronti del mezzo usato.
La dualità realtà/finzione è una delle tracce guida di alcuni dei suoi progetti più noti: per esempio immagini di flora, fauna o stelle vengono create con l’artificio, resi quanto più possibile “verosimili”, e poi “documentate” ed esposte (“Herbarium”, “Fauna”, “Constel-lacions”), scherza – con serietà, si intende – con santi e fanti (“Miracles & Co.”, “Orogenesis”), con gli artisti e la loro ispirazione (“The Artist and the Photograph”) e financo suoi “collaboratori” (Ximo Berenguer) o sue “creazioni” (Vivian Maier – ndr. anche il falso può essere falso), e la loro storia, non reggono alla verifica. Ed è proprio questo che l’autore invita a fare – verificare -, quando ci parla di questi temi, con strumenti che debbono essere, in relazione alla facilità dell’inganno, sempre più ficcanti ed estesi.
Ad incrementare la voluta ambiguità di molte opere c’è l’efficacia di strumenti sempre più sofisticati (da Photoshop sino all’Intelligenza Artificiale), la “mimesi” nei confronti di strumenti tipici della scienza, la ricercata collocazione dei lavori, l’intento mistificatorio ma in realtà virtuoso, cioè il disvelamento di altre mistificazioni.
L’attenzione posta sulla memoria, inoltre, il sottolinearne la sua importanza, si lega con facilità alla curiosità nei confronti del lavoro d’archivio, della riproposizione e della rielaborazione di materiali fotografici, anche danneggiati dal tempo (“Trauma”), che avvicina con spirito parimenti scientifico e “nostalgico”, sottolineando al tempo stesso la fragilità “chimica” del supporto, e riecheggiando l’illusione della rappresentazione del “reale”.

What Darwin Missed, 2024, Corallium cancrorum
Spostamenti del piano di attenzione, “glitch” sottesi, meraviglia e dubbio, sono tanti gli elementi presenti nelle opere di Fontcuberta che inducono all’attenzione, che portano ad interrogarsi. Le immagini – pur essendo il nostro “medium” verso la realtà – costituiscono una realtà a sé stante.
Le enormi possibilità che ci vengono ora fornita dagli strumenti della tecnologia – molte delle quali ancora in fieri – ci chiedono una ancora maggiore attenzione per essere attenti, pronti, reattivi, nei confronti della realtà, e quindi delle sue rappresentazioni. Per essere non solo percettori critici, ma anche attivi.
Abbiamo incontrato Joan Fontcuberta in occasione di “Fotografia, dall’alchimia all’algoritmo” lectio/evento tenutasi alle Gallerie d’Italia di Torino, nell’ambito di “#Overview” ciclo di eventi che si propongono di offrire “uno sguardo dall’alto sulla fotografia”, riflettendo sul suo ruolo nel mondo contemporaneo.
D.: Uno degli aspetti che è sottolineato nel tuo lavoro è la riflessione su realtà e finzione. È un tema di grande interesse, centrale, in particolare oggi, anche alla luce dei recenti sviluppi tecnologici, come l’Intelligenza Artificiale. Cosa pensi degli ultimi sviluppi in questo campo, e delle sue applicazioni?
R.: Bene, il mio lavoro non è solo focalizzato sulla finzione. Forse è il suo aspetto più popolare. Ho trattato della memoria, della verità, della materialità delle immagini, dell’idea del linguaggio, e così via. Ma nel mio modo di vedere, credo che tutte le immagini siano illusioni. Tutte le immagini sono come le ombre della caverna di Platone, che sono una sorta di mediazione tra la realtà e noi. La realtà – là fuori – è lontana, non possiamo avervi accesso, ma solo con l’intercessione delle immagini possiamo avercelo. Ma le immagini non sono la realtà. Ora, con l’attuale massificazione delle immagini, esse non solo rappresentano la realtà, ma creano un’altra realtà, una realtà parallela, separata dalle nostre vite, che ha luogo in questa realtà virtuale. Questo è il motivo per cui noi dovremmo pensare criticamente a come le immagini funzionano, perché queste sono il modo in cui noi possiamo avere accesso alla realtà. Dovremmo accettarlo come un “sistema”. La realtà non è l’opposto della finzione. Se la finzione scompare, il nostro ponte verso la realtà scomparirà anch’esso.

Herbarium, Braohypoda frustrata, 1984
D.: Quali ritieni siano i momenti più importanti della tua formazione, quelli che hanno maggiormente contribuito alla tua forma di espressione odierna?
R.: Sono attivo nel mondo della fotografia da 50 anni, ho iniziato all’inizio degli anni ’70. Sono stato testimone dei cambiamenti, non solo a livello tecnologico, ma nel modo in cui la fotografia è stata uno strumento per aiutarci a risolvere molte questioni. Per esempio l’identità, l’idea del documentare, della celebrazione per mezzo delle immagini. Voglio dire che ho seguito questa evoluzione. Non sarei capace di evidenziare un momento. Forse il 1989, perché da un lato emerse Photoshop, e la postfotografia, e nello stesso momento avvenne la caduta del Muro di Berlino. C’erano due tipi di universi: quello politico, geopolitico, e quello visivo, che stavano crollando. E forse non si trattava di una coincidenza, il fatto che accadde nello stesso momento.
D.: L’attuale fase di democratizzazione ed universalità dei mezzi di creazione e diffusione delle immagini è ambivalente: da un lato la diffusione dei mezzi di espressione, dall’altro l’inflazione dell’immagine, e la sua pervasiva presenza. C’è modo di districarsi, scegliere e capire? E capire meglio?
R.: Dovremmo essere consapevoli che, a parte questa diffusione di immagini, a parte questa incredibile abbondanza, non tutte le immagini hanno lo stesso valore. Le immagini ora forniscono un modo di parlare, parlare attraverso le foto. Voglio dire che non è solo un linguaggio, ma è un modo di parlare. Non è solo una scrittura. Noi impariamo a parlare con le immagini, in un modo spontaneo e naturale. A causa di questo, le fotografie sono molto rilevanti per le nostre vite di oggi. Le fotografie sono un modo in cui noi entriamo in relazione con gli altri, in cui noi comunichiamo, con cui noi celebriamo, in cui noi governiamo la nostra identità. Penso che il fatto che ci siano così tante immagini non sia cattivo di per sé. Ma, in ogni caso, penso che ci siano due strategie critiche intelligenti. Una è quella di focalizzarsi sulle immagini “mancanti”: le immagini che sono state censurate, che non esistono – per qualsiasi ragione -, che sono state perse. Ci sono ancora molte immagini “mancanti”. D’altro canto, l’altra strategia potrebbe essere una sorta di critica ed intelligente gestione dell’abbondanza. Abbiamo tutte queste fotografie, cosa ci possiamo fare? Ci sono fotografi, come Joachim Schmid, che ha detto – come una sorta di manifesto -: “Non fare nuove fotografie, sino a quando non siano state usate quelle vecchie”. Probabilmente dovremmo fare così. Una sorta di attitudine ecologica, verso questo tipo di proliferazione.

Miracles & co, 2002, The miracle of cryofloration
D.: Se la natura della fotografia è incerta, se i politici raccontano bugie, se i media sono manipolati, se l’Intelligenza Artificiale crea realtà fittizie, a chi dobbiamo credere? Come dobbiamo muoverci?
R.: In realtà il problema è: come costruiamo la fiducia? Come possiamo credere alle fonti di informazione? Questa è una questione molto problematica. Penso dovremmo essere consapevoli di quanto facile sia falsificare le informazioni, con l’autorevolezza della prova fotografica. Probabilmente dovremmo usare il sistema forense, dovremmo essere scettici. Ed accertare la veridicità, solo quando tutti i test critici siano stati fatti.
D.: Ho letto un articolo in cui si scriveva che l’arte, in questi giorni, deve essere meno provocativa, e più propositiva. É d’accordo?
R.: Queste sono affermazioni che sembrano belle, ma: qual è il loro significato nascosto? Per me, la questione è diversa. Non so se sono d’accordo o no con quella affermazione. Per me, quello che sta accadendo è che queste nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale generativa, stanno fabbricando immagini in modo facile e veloce. Questo significa che tutto il mestiere che era richiesto prima, può essere risparmiato. E tutto il tempo e l’energia che risparmiamo fabbricando queste immagini, possiamo investirlo nell’avere idee, nel pensare, nell’immaginazione.
