In una giornata umida dello scorso novembre, mi sono spostato da Liverpool a Londra per prendere parte al dibattito “Battle of Ideas” che si svolgeva, appunto, nella capitale. Il dibattito aveva preso una direzione ben chiara: si parlava di libertà e tecnologia, e anche di libertà dalla tecnologia.

Dovevamo valutare se la tecnologia ci libera dal fardello della condizione umana e sociale o se costituisce solo un ostacolo. Mentre, inevitabilmente, il dibattito si concentrava perlopiù sulla tecnologia digitale, io ero dell’opinione che il punto di partenza del nostro dibattito dovesse essere proprio la tecnologia attorno a noi.

La mia intenzione era quella di riprendere un vecchio dibattito sul determinismo tecnologico, discorso incluso nella filosofia della tecnologia nelle opere di alcuni autori come Langdon Winner, Jacques Ellul e nei contributi più recenti di Carl Mitcham e Andrew Feenberg. Così, ho iniziato il mio viaggio verso Londra a piedi. Le scarpe che indossavo erano state progettate in Italia e acquistate a New York, mentre l’ombrello che avevo con me era stato fabbricato e acquistato in Cina.

Erano gli apparecchi tecnologici più importanti a disposizione per la mia giornata a Londra. Sicuramente avrei potuto farne a meno e raggiungere ugualmente la mia destinazione, ma mi sarei ferito ai piedi e mi sarei infradiciato per la pioggia, ma l’avrei fatto comunque. In pratica, la tipologia di libertà che questi artefatti tecnologici mi hanno offerto è stata una libertà dalla scomodità, e non libertà di movimento o libertà dalla “libertà assoluta”. Per il momento, tralascio il significato di ciò che intendo per “libertà assoluta” e continuo con il mio viaggio.

Successivamente, ho preso tre treni, tutti in perfetto orario: un’impresa non da poco, considerate le condizioni attuali delle ferrovie. Uno di questi ha anche assunto un assetto variabile per minimizzare la percezione della velocità tra i passeggeri. Durante il viaggio, ho buttato giù queste parole con il mio laptop, attaccato a una presa elettrica, per essere sicuro di avere abbastanza batteria per finire. Ho anche utilizzato il mio cellulare per controllare la casella e-mail e i messaggi sui social-network.

Questi sono soltanto dei banali esempi di tecnologia in tempi, come quelli che viviamo, in cui esistono un sacco di sistemi tecnologicamente avanzati. Ma, in che misura il mondo di adesso è diverso da quello di 40 anni fa? Mentre scrivevo questo articolo, mi è venuta in mente mia zia che a quei tempi lavorava come rappresentate di lavatrici porta a porta. Adesso è difficile incontrare rappresentanti di questo tipo, ma mi chiedevo quale fosse l’equivalente di questa figura professionale. Magari un impiegato in uno dei Genius Bar degli Apple store?

Non so come la prenderebbe mia zia se la paragonassi a questi sorridenti guru digitali – o come la prenderebbero loro se li paragonassi a dei rappresentanti di lavatrici. Ad ogni modo, credo che entrambi lavorino per far vedere alla gente come funzionano certi apparecchi. Almeno questo ce l’hanno in comune e magari, quando si diffonderà “Internet delle cose” e la nostra lavatrice potrà dialogare con il cesto della biancheria, mia zia potrà avere di nuovo una carriera davanti a sé.

Questi esempi – e la nostra dipendenza dai guru della tecnologia – ci ricordano che la tecnologia è liberatoria solo quando funziona, ma non sempre la tecnologia è semplice da usare e pronta all’uso. Questo vuol dire che fra 6 mesi, 1 anno o anche 10 anni, considerando la nostra capacità di aggiustare tutto da soli o con qualche aiuto esterno, smetterà di funzionare.

Ho il sospetto chi non è capace di aggiustare una lavatrice, non saprebbe fare di meglio con l’iPhone. Le competenze richieste per questi lavori non si acquisiscono nella vita di tutti i giorni e, in alcuni casi, i produttori di questi apparecchi preferiscono che nessuno sia capace di aggiustarli (o almeno provarci), per essere sicuri che torneremo da loro.

Quindi cosa abbiamo imparato? La tecnologia è spesso liberatoria quando è semplice da usare e pronta all’uso – questo è l’obiettivo di molti sviluppatori. Infatti quello che ci viene venduto non è altro che un sogno tecnologico. Un’auto nuova si accenderà girando la chiave, già subito dopo l’acquisto. Un computer si accenderà tutte le volte che vogliamo premendo un semplice pulsante. Un Bancomat ci darà sempre i nostri soldi.

Non è la tecnologia in se stessa che ostacola la nostra libertà, è il sistema e la rete che vi sono dietro. Questo è un punto importante, dato che le nostre interazioni tecnologiche sono sempre più frequenti: accendiamo e spegniamo i nostri cellulari 3G almeno 10 volte al giorno, sperando di risparmiare batteria, ma allo stesso tempo diamo sempre un’occhiata agli ultimi tweet. Ma quando il sistema si blocca, entriamo nel panico. Forse avrete già sentito parlare del fenomeno del “Content Crunch” che sta avanzando di pari passo con l’avvento della tecnologia 4G. Lo abbiamo visto durante le Olimpiadi, nella tappa di ciclismo su strada maschile, quando i sistemi GPS montati sulle biciclette, che servivano per monitorare la gara, non funzionavano bene a causa delle interferenze con i sistemi 3G degli spettatori, impegnati a tweetare e condividere contenuti sul web. Gli organizzatori sono stati costretti a chiedere cordialmente di limitare in futuro l’uso dei loro apparecchi 3G.

Questo mi spinge a considerare l’importanza della nostra libertà. Quelle persone ai margini della strada cosa stavano condividendo di così importante da poter affermare che la tecnologia ha ampliato la loro libertà? Molto probabilmente, ognuno di loro stava condividendo le stesse foto, gli stessi video, e lo stavano facendo su scala “iper-locale”. Non mi sembra che fosse veramente liberatorio, ma magari chi l’ha fatto avrà sentito un enorme senso di libertà nel catturare quei fugaci momenti storici. Avrebbero avuto delle prove auto-acquisite che loro “sono stati lì” quando la squadra inglese ha portato a casa il premio. Quindi, abbiamo due tipi di libertà: 

1) libertà dalla scomodità           

2) libertà di espressione

Ora, se consideriamo il modo in cui la tecnologia è stata utilizzata per denunciare o rivelare gravi ingiustizie, come ad esempio i video dei soldati americani che torturano i prigionieri di guerra, allora possiamo aggiungere una terza libertà fornita dalla tecnologia:           

3) libertà dalle oppressioni

A questo punto, è necessario soffermarci un po’, dato che dovremmo rivedere tutti questi esempi e controbattere alle precedenti argomentazioni.

L’assetto variabile dei treni fa venire la nausea ad alcuni passeggeri. Per loro è tutt’altro che mancanza di scomodità. I contenuti condivisi sui social network spesso mancano di interpretazione o personalizzazione. Sì, la fotocamera viene azionata dalla persona che condivide la foto, ma questo non assicura una significativa azione espressiva. Quindi l’espressione è qualcosa in più di una semplice prestazione di lavoro a titolo gratuito per una multinazionale – come lo sono i Giochi Olimpici.

Infatti, è più probabile che le persone che condividono contenuti o li guardano on-line seguano le Olimpiadi tramite il medium principale – la televisione – diventando i target principali della pubblicità che sostiene l’intero sistema. Sotto questo punto di vista, quella che descriviamo come un esempio di espressione personale può essere definita in maniera più appropriata come una subordinazione agli interessi finanziari dei ricchi e dei potenti. Senza considerare, poi, le pubblicità che vengono costruite attorno ai contenuti che condividiamo – come il marketing di Facebook o la pubblicità su You Tube.

Analogamente, mentre credo fermamente nel potere della penna contro quello della spada, questa tecnologia “armata” crea delle condizioni per cui diventa difficile dire che la tecnologia ci rende liberi dalle oppressioni. Si può dire che chi sviluppa i migliori supporti tecnologici li può usare sia per opprimere che per liberare. È per questo che vediamo le battaglie sui social network che indicano quanto la libertà di parola possa essere un’arma in una guerra sull’opinione pubblica.

Dove andremo a finire? Potrei sembrare molto scettico in questo articolo, ma sono convinto che, in fin dei conti, la tecnologia ci rende liberi. In particolare, sostituisce la responsabilità del caso con la responsabilità della scelta. Ci offre nuove sfide e ci spinge a prendere decisioni che rendono la vita più difficile rispetto a qualche anno fa.

La proliferazione di tecnologie porta con sé una più vasta proliferazione di sistemi di supporto ed sono proprio questi aspetti della tecnologia che impongono le responsabilità maggiori. La tecnologia è realmente valida quando i sistemi di supporto sono minimi e la nostra interazione è scarsa. Queste sono le tecnologie veramente eccellenti. Un po’ come una bicicletta. La catena si può sganciare, la ruota si può bucare, ma non avremo di certo bisogno di aiuto per aggiustarla.

Sono lontane anni luce dai veicoli futuri con pilota automatico, e questo è il punto. Nella nostra fame di tecnologie sempre più avanzate, siamo obbligati a sviluppare tecnologie sempre più sorprendenti e sistemi che richiedano sempre meno interazione con l’uomo. Ma quando queste falliscono, possono causare danni del calibro di grandi catastrofi o semplici inconvenienti.

Nella maggior parte dei casi, è necessario raggiungere un compromesso, come nel settore dell’aviazione. Secondo alcuni, con i progressi nella tecnologia aerea, il ruolo del pilota è sempre più limitato. C’è chi dice che il è computer a pilotare l’aereo, ma non è proprio così. Tuttavia, questi sviluppi tecnologici hanno causato una riduzione nella qualità del training offerto ai piloti. Si parte dalla premessa secondo cui, dato che i piloti non sono più necessari, è inutile continuare ad addestrarli. È una proposta di chiaro vantaggio economico. Si dovrebbero investire miliardi di dollari in corsi di formazione per addestrare i piloti a gestire situazioni che molto probabilmente non incontreranno mai nella loro carriera.

Quindi, spendiamo questi miliardi per una remota eventualità o accettiamo semplicemente il fatto che nel momento in cui dovesse accadere qualcosa, le persone moriranno in seguito a un disastro? In breve, per decidere se la tecnologia ci rende liberi è necessario considerare anche il valore di una vita umana, dato che la libertà tecnologica agisce sempre attorno a un determinato rapporto costo / vantaggio.

Di sicuro i nostri problemi sono ancora più ardui, dato che le libertà di cui godiamo oggi potranno limitare le libertà delle generazioni future, ma per il momento abbiamo già molti punti su cui discutere.