La seconda edizione di Ceramic Futures: from Poetry to Science Fiction (http://www.ceramicfutures.com/2/), design challenge promosso dalla fiera internazionale Cersaie – Salone Internazionale della Ceramica per l’Architettura e dell’Arredobagno (http://www.cersaie.it/it/index.php), organizzata ogni anno a Bologna dall’industria ceramica italiana, è giunta ormai alla fine del secondo mese di lavoro.

I partecipanti delle 4 scuole coinvolte (Accademia di Belle Arti di Bologna, École nationale supérieure des Arts Décoratifs (EnsAD), ELISAVA e Politecnico di Milano) entrano oggi nella penultima settimana di lavoro, in cui a partire dagli esperimenti e prototipi che hanno sviluppato sino ad ora, dovranno occuparsi dello sviluppo dei lavori definitivi. Il tutto, utlizzando sempre la piattaforma di Google+ che ha consentito in questo periodo la condivisione di idee, commenti ed esperienze nell’ottica di un utilizzo futuro del materiale ceramico a cavallo tra poesia, narrativa, funzionanlità, fiction in differenti contesti sociali e culturali (https://plus.google.com/communities/108797610532214042863).

Dopo aver incontrato i partecipanti del Politecnico di Milano nel corso della seconda settimana di lavoro (insieme a Bertram Niessen) e aver discusso con loro dei possibili scenari legati ai loro progetti, dei trend socioculturali futuri legati alle loro idee e aver assistito alla stesura del diagramma/mappa in cui sono state aggregati, ampliati e discussi i vari contributi individuali, ho deciso di contattare Marco Lampugnani (tutor e responsabile del gruppo del Politecnico di Milano) per un’intervista. Lo scopo di questa chiacchierata è non solo quello di fare il punto della situazione, ma anche quello di sviscerare le dinamiche relazionali, le procedure lavorative e le ambizioni didattiche del progetto Ceramic Futures.

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Marco Mancuso: Iniziamo parlando di come sta andando il lavoro con i partecipanti al progetto. A che punto siete? Quali risultati avete già raggiunto e quali gli obbiettivi finali

Marco Lampugnani: Siamo alla sesta settimana su otto di lavoro: dopo l’ultimo meeting con i partecipanti di settimana scorsa, abbiamo messo a punto, a partire dagli esperimenti e prototipi che hanno sviluppato sino ad ora, lo sviluppo dei lavori definitivi.

Per quanto riguarda i risultati raggiunti direi che siamo a buon punto, sia in termini di design che di community. Dal punto di vista individuale ciascuno dei partecipanti ha messo a fuoco uno scenario futuro di riferimento (ossia una situazione futura che desiderano esplorare), un concept (ossia una strategia per influenzare lo scenario) e una applicazione ceramica che in qualche modo gioca un ruolo nello concept.

Possiamo dirci molto soddisfatti delle cose che stanno emergendo. C’è varietà, ironia, ricchezza: dall’idea di un nuovo materiale ceramico più attento alla gestione delle risorse, al virus per stampanti 3D più etiche, dall’idea di fare educazione all’alimentazione a base di insetti, al precision farming domestico babilonese, senza dimenticate chi si occupa dei nomadi interplanetari, chi pensa a un interruttore per spegnersi e dormire quando se ne ha davvero bisogno, all’idea di dream sharing...la lista è lunga e mi scuso con chi non ho citato.

Dal punto di vista della community, il grado di interazione è alto, così come quello di collaborazione. Da una fase di peer research siamo passati ad una di peer tutoring, fino a giungere ad un vero e proprio P2P design. Auesto anche grazie all’interazione felice tra scambi online ed offline.

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Marco Mancuso: Potete spiegare il processo di lavoro che adottate nello sviluppo del progetto? Ho notato una propensione notevole alla fase di ideazione, di studio a cui presumo debba seguire una fase maggiormente dedicata alla progettazione pura

Marco Lampugnani: Per quanto riguarda l’impostazione generale, abbiamo cercato di creare una comunità di soggetti aggregata attorno al topic di CF2, che con logiche di learning by doing potesse sviluppare con certa autonomia il proprio percorso. Non a caso abbiamo selezionato studenti da ogni scuola del Politecnico: da ingegneri, a planner, passando per architetti e designer di ogni foggia e misura. Due terzi di loro inoltre sono stranieri e questo è molto interessante sia in termini di confronto di percorsi individuali, che in termini di competenze e talenti a disposizione della community. Si è cercato di sostituire il ruolo classico del docente in favore di un community manager, cioè colui che scrive delle regole per far funzionare bene un gioco a cui giocano altri. Inoltre, abbiamo cercato di de-universitarizzare tutto il processo, per provare a sfuggire a gesti e pensieri meccanici: incontri informali, fuori dai luoghi istituzionali, non gerarchici.

Ai partecipanti abbiamo chiesto di creare delle storie, relative a futuri ceramici, che includessero applicazioni con un ruolo in queste storie. Qualcuno la chiama design fiction, qualcuno futurologia. In effetti c’è un po’ di tutto. Ciò premesso va da sè che il peso della dimensione narrativa (che include la ricerca, gli scenari, le storie, l’ideazione) è significativo, direi equivalente a quello dello sviluppo dell’applicazione ceramica.

Abbiamo impostato un processo per cui ogni settimana abbiamo dato delle missioni abbastanza specifiche; abbiamo poi alternato fasi di creazione collettiva a fasi più individuali. Ad esempio, nella fase di ricerca, ciascuno dei partecipanti ha indagato alcuni trend socioculturali futuri e altri tecnologici; poi abbiamo disegnato un diagramma complessivo in cui abbiamo aggregato, ampliato e discusso i vari contributi individuali. Ne è risultata una mappa del futuro molto ricca, da cui tutti hanno potuto attingere.

Anche se ci siamo concentrati molto sull’ideazione, si è cercato di non perdere di vista il rapporto con la materia. Il lavoro con esperimenti (più materici) o pretotipi (strumenti per testare gli elementi centrali delle proprie idee) è stato condotto sin dalla seconda settimana.

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Marco Mancuso: Quanto sono importanti i momenti di confronto con professionisti, docenti, designer che avete invitati nel corso del periodo di lavoro. Quale momento ti ricordi essere stato particolarmente interessante e formativo, considerando anche l’esperienza dello scorso anno

Marco Lampugnani: I momenti di confronto con gli “altri” sono fondamentali. Avere costantemente un punto di vista esterno è utile per non perdersi, con l’ulteriore necessità di incorporare quante più competenze e conoscenze altre o specialistiche per la gestione del proprio processo. Il nostro lavoro, inoltre, si basa sul costante confronto con pubblici diversissimi: quindi iniziare ad allenarsi anche su questo non fa male.

Quando abbiamo avuto bisogno di aiutare il gruppo a rendersi conto di quanto ampio fosse l’universo dell’uso della ceramica, siamo andati a trovare Guido de Zan, meraviglioso artista milanese, abbiamo visitato Ceramiche Puzzo ed è anche venuto a trovarci Graziano Sezzi di Confindustria Ceramica, per fare proprio il punto sullo stato dell’industria ceramica in Italia e nel mondo. Ma abbiamo anche messo a confronto Marinella Levi del Dipartimento di Chimica Industriale del Politecnico di Milano con la storia di Gio Ponti e del suo rapporto con le imprese.

Nella fase di messa a punto degli scenari, abbiamo invitato te e Bertram Niessen – in quanto esperti di futuro e innovazione – a discutere attorno al tavolo dei progetti. Qui l’ambizione era alta: provare, attraverso una conversazione collettiva a spingere in alto l’asticella dei nostri futuri.  Settimana prossima invece presenteranno una versione semidefinitiva dei lavori a una giuria di esperti (tra cui sicuramente Stefano Mirti e altri che ancora devono confermare) che darà spunti per l’ultimo rush di messa a punto di storie e progetti. Infine, Carolina Chini, designer milanese, supporterà nelle settimane conclusive l’ideazione e lo sviluppo dei prototipi.

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Marco Mancuso: Quali differenze tra l’esperienza dell’anno scorso e quella di quest’anno? Avete lavorato su eventuali difficoltà incontrate l’anno scorso e su quali potreste lavorare nell’ottica di una terza edizione?

Marco Lampugnani: Lo scorso anno è stato decisamente diverso, nel senso che il processo di sviluppo è stato più libero. Quest’anno abbiamo iniziato analizzando l’esperienza precedente: è stato molto istruttivo leggere a posteriori il processo implicito in ciascun progetto, comprendere quali approcci ogni partecipante avesse utilizzato in relazione al proprio tema e valutarne l’efficacia. Il fatto di lavorare quest’anno con Yulya Besplemennova e Alexandra Coutsoucus (che l’hanno scorso erano partecipanti) è stato utilissimo: il loro punto di vista interno ha messo in luce come errori/sviste/imprecisioni possano generare frustrazione o confondere.

Anche la piattaforma era differente l’anno scorso e non era facilissimo condividere il proprio lavoro e comprenderne l’utilità. L’uso di Google+, di fatto già basato su un approccio comunitario, ha catalizzato positivamente il processo di condivisione.

Pensando alla terza edizione, sarebbe interessante attivare il coinvolgimento attivo di pubblici vari nel corso del processo. Questo per una ragione banale: abbiamo una piattaforma online e strumenti social, tanto vale approfittare al massimo delle possibilità che offrono e intercettare una rete quanto più ampia possibile.

Marco Mancuso: Quali particolari collaborazioni state sviluppando con i laboratori interni del Politecnico, con i fablab nel Nord Italia, con i designer? Quali possono essere gli ulteriori vantaggi forniti da queste collaborazioni?

Marco Lampugnani: Lavorare con laboratori esterni ha molte implicazioni: le più ovvie sono relative alla produzione degli output del progetto, ma in realtà è interessante pensare a quali collaborazioni figliate, derivate, più o meno durature possano accadere. Ad esempio a margine di “Ieri oggi domani” (un piccolo seminario che abbiamo organizzato), i ragazzi di Woodskin sono venuti con l’idea di una applicazione ceramica del loro prodotto che invece è generalmente fatto con il legno.

Dovendo fare un esempio interno, sicuramente citerei la collaborazione con +lab, laboratorio di stampa 3D interno al dipartimento di chimica industriale. Anche Wemake, per quanto esterno a Ceramic Futures, partecipa all’ecologia generale.

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Marco Mancuso: Infine, vorrei avere la vostra opinione riguardo al materiale ceramico che sta al centro di questo progetto. Quali caratteristiche stai notando sono interessanti nella sua lavorazione creativa, perché si presta particolarmente bene alle dinamiche di stampaggio 3d e sperimentazione tecnologica, quali le differenze che lo caratterizzano rispetto ad altri materiali che conosci nei termini di una progettazione moderna e avanzata?

Marco Lampugnani: Innanzitutto, tra tanti materiali, la ceramica ha una congenita tendenza alla proliferazione. Sul suo ruolo nella storia, basta leggere le cose che Ettore Sotsass dice nelle “Ceramiche delle tenebre”. La ceramica è versatile e in questo senso contano di più le sue qualità e proprietà che le applicazioni specifiche: siccome è tra i materiali più duri in assoluto, puoi usarla per fabbricare coltelli e rivestire i tan. Avendo proprietà conduttive, la puoi usare per costruire gli acceleratori di particelle, pur avendo allo stesso tempo proprietà isolanti. Ha ottimi comportamenti termici, per cui viene usata per rivestire gli Shuttle e i satelliti. Se poi devi sostituirti un pezzo d’osso, risulta essere molto appropriata in quanto materiale biocompoatibile. Infine, può essere trattata sia a livello domestico che industriale, passanto per il making e le stampanti 3D. Tutto questo è possibile grazie al fatto che essendo un semilavorato, giocare con gli elementi che la compongono permette di cambiarne molto le proprietà. Oggi, in particolare, è un materiale che può assumere qualsiasi aspetto, al di là delle prestazioni: la si può stampare in HD e anche attribuire qualsiasi qualità tattile/superficiale.


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