Questa è la prima mostra antologica di opere di Stephen Willats dagli anni Sessanta. Willats (che è nato e vive a Londra) si è avvicinato all’arte da ragazzo, nel 1958, come assistente di galleria e dal 1962 ha iniziato a produrre opere d’arte d’avanguardia. Ha abbracciato la transdisciplinarità del tempo, destreggiandosi fra i suoi diversi ruoli di sociologo, ingegnere, designer e artista, e ha sviluppato un’arte tutta incentrata sull’interazione sociale, usando modelli derivati dalla cibernetica, l’ibrida scienza della comunicazione nel dopoguerra.
Così come l’abbigliamento e i mobili realizzati da Willats nel 1965, al tempo in cui si descriveva sinteticamente come un“designer concettuale”, anche le sue prime serie di sculture, chiamate “Manual Variables”, sono tattili e interattive. Queste saranno esposte insieme alle prime pubblicazioni di Control, la rivista che fondò nello stesso periodo e che continua a essere pubblicata ancora oggi. Il suo titolo è una provocazione, il richiamo all’idea cibernetica che le persone possano prendere il controllo del loro ambiente, evitando così il controllo da parte di una gerarchia predominante.
Nel 1968 Willats tenne al Museum of Modern Art di Oxford una mostra nella quale presentò alcune costruzioni che coinvolgevano luce e movimento – alcune erano montate a muro, altre erano ambienti su larga scala – ed erano ispirate dal suo interesse per le teorie contemporanee: probabilità e previsione, scienza comportamentale, messaggi subliminali e teoria dei colori in relazione alla motivazione e all’apprendimento. L’esposizione di queste opere al Raven Row avrà come base il labirinto oscurato nel quale erano installate a Oxford, dove furono esposte come stimoli sperimentali per gli “stati di coscienza”.
I lavori su carta di Willats di questo periodo combinano elegantemente la creazione di modelli cibernetici, disegni architettonici e geometrie costruttiviste, e si dimostrano coerenti con la sua pratica odierna. Tuttavia, alla fine degli anni Sessanta abbandonò le costruzioni dinamiche che lo avevano reso famoso, a favore della ricerca di un’arte basata sull’interazione sociale, che andasse oltre la galleria e l’oggetto artistico. La mostra riunisce questi suoi primi lavori per la prima volta dopo molti anni.
L’esposizione è accompagnata da una pubblicazione illustrata, con testi di Antony Hudek, Emily Pethick, Christabel Stewart e Andrew Wilson. È curata da Alex Sainsbury.

