Il festival Subtle Technologies è uno dei principali appuntamenti del calendario internazionale della New Media Art, di quel ricco scenario di produzione artistica che coinvolge l’utilizzo delle tecnologie e che si muove a stretto contatto con gli ambiti della ricerca scientifica. Fondato nel 1998 da Jim Ruxton e Pamela Brown, si svolge annualmente a Toronto e la sua capacità di fondere discipline e ricerche liminali al mondo dell’arte, lo rende un evento di non semplice lettura per chi non è avvezzo ai contesti interdisciplinari del contemporaneo e alla mancanza di strutture culturali definite. Fui invitato al festival nel 2010 da Roberta Buiani, al tempo program advisor della rassegna, per presentare uno screening che avevo da poco curato per il festival Sincronie di Milano, dal titolo Hidden Worlds. Una rassegna video articolata attraverso una serie di cortometraggi incentrati sul rapporto sincronico suono-immagine. Gli artisti coinvolti nel progetto – Semiconductor, Evelina Domnitch e Dmitri Gelfand, Thorsten Fleisch, Jim Campbell, Carsten Nicolai tra gli altri – fanno riferimento ad ambiti disciplinari molto lontani tra loro, con background artistici molto diversi, ma con tanti, tantissimi punti in comune. Non ultimo, quello di produrre le fonti audiovisive dei loro lavori non solo (o non più) per mezzo di strumenti e tecnologie digitali, ma anche e soprattutto attraverso l’osservazione e l’utilizzo di fenomeni naturali, chimici e fisici. Al termine della proiezione, nella sala grande della Innis Town Hall di Toronto, dopo inconsueti applausi e inchini, si alzò un signore del pubblico. Si presentò, cortese, sulla sessantina, corpulento, un scienziato scoprii più tardi. Ricordo come fece cadere la domanda dall’alto: “Ma secondo lei, mi chiese, questa è arte?”.

Questo episodio, insieme ad altri simili nel corso della mia carriera professionale, fatta di incontri pubblici, dibattiti, occasioni di confronto, ha costituito una delle motivazioni principali che mi hanno spinto a scrivere questo libro. Anche se, per la verità, esso nasce dopo un lungo periodo di incubazione. Dirigere una piattaforma complessa e articolata come Digicult mi ha lasciato, infatti, negli ultimi due decenni, poco tempo per qualsiasi altro progetto editoriale. Inoltre, pur essendo un autore che vive di passioni intense e trascinanti, ho di gran lunga preferito osservare e studiare la parabola evolutiva della New Media Art piuttosto che immergermi in un lavoro che sarebbe stato inevitabilmente limitato a un’osservazione critica del presente. Certo, i testi pubblicati su Digicult negli ultimi anni, i progetti curatoriali e gli interventi pubblici sono stati un modo, comunque efficace, per analizzare l’impatto delle tecnologie sull’arte e la cultura contemporanea. Ma l’idea di scrivere un libro non mi aveva mai realmente toccato. C’era forse troppo rumore, troppi cambiamenti e da parte dei critici e dei giornalisti quasi una gara ad analizzare la nuova tendenza artistica, a incasellarla in categorie definite, a comprenderne l’impatto sulla società, a trovare possibili connessioni tra attualità e avanguardia. Tentativi sicuramente apprezzabili che hanno disseminato il contemporaneo di pubblicazioni di assoluto valore. Ma a me la forma libro non interessava. Lo trovavo uno strumento troppo rigido per descrivere un ambito culturale e artistico così liquido e in così rapida evoluzione.

Nel gennaio del 2014 ho proposto alla rivista francese “MCD – Magazine des Cultures Digitales” il tema per un numero monografico: un’analisi di come stava cambiando il panorama artistico nell’ambito della New Media Art, nel rapporto con la ricerca industriale (hardware, software e reti) e scientifica. La pubblicazione, dal titolo “Art Industries”, si componeva di una parte introduttiva che descriveva il contesto, i centri di ricerca e gli artisti più significativi di questo mutamento culturale ed economico, alcuni testi teorici commissionati a professionisti provenienti da ambiti disciplinari diversi (arte, design, architettura, scienza, performance e media studies) e una serie di interviste e casi studio. La quantità e la qualità delle considerazioni emerse, gli spunti raccolti, l’evidenza che le Art Industries fossero realmente un nuovo paradigma che si poneva in modo fattivo ben oltre la retorica delle industrie creative e i limiti conclamati dell’assistenzialismo istituzionale al mondo dell’arte, mi hanno portato alla conclusione che era forse il momento di scrivere un libro. Di estendere la riflessione.

Nel corso dell’ultimo ventennio, le economie necessarie per attivare processi di produzione e distribuzione nel campo della New Media Art sono state messe a disposizione da soggetti alquanto differenti. Istituzioni, programmi di finanziamento a livello locale o internazionale, istituti bancari, fondazione, mecenati e sistemi di sponsorizzazione con marchi e aziende, hanno saputo attivare mercati apparentemente vergini ma immediatamente pronti ad adattarsi a una contaminazione di linguaggi e proposte senza precedenti. La sensazione comune è che questo grande meccanismo assistenzialista che, diciamolo, si credeva fosse eterno, non sia più sostenibile e debba necessariamente lasciare spazio a dinamiche di creazione e diffusione delle opere d’arte maggiormente virtuose. Si osserva, infatti, un numero sempre più ampio di artisti, designer, creativi e industrie – nell’ambito dell’ICT e nei circuiti della ricerca scientifica – coinvolti nella progettazione di modelli di sviluppo sostenibili per la realizzazione di un “oggetto” culturale e artistico. Le nuove classi creative, di varia formazione ed estrazione, non necessariamente istituzionalizzate ma formanti “valore” su una scala di modelli socio-economici maggiormente legati alla distribuzione di cultura bottom-up, sono oggi in grado di mettere in relazione l’industria con un ecosistema fatto di centri di ricerca, laboratori, accademie e spazi espositivi tali da attivare sistemi di ideazione e circolazione di un’opera ai quali, normalmente, l’azienda non avrebbe accesso. Per il crescente interesse di interi settori imprenditoriali che, attirati dall’idea di innescare nuove e impreviste dinamiche di ricerca e sviluppo delle proprie innovazioni tecnologiche e scientifiche, sono pronti a investire in modo più consapevole e profittevole rispetto al passato.

Quelle che in questa pubblicazione vengono chiamate “Art Industries” sono, quindi, industrie artistiche e culturali che producono beni, servizi e attività e che hanno la capacità di agire come catalizzatori di questo processo. Esse rendono evidente la necessità di operare attivando network di “valore” che uniscono artisti, designer e professionisti appartenenti a reti locali e globali sempre più liquide e di difficile definizione. La loro capacità di networking e di modellazione di strutture di conoscenza peer-to-peer, le piattaforme open di condivisione di esperienze e strumenti, l’attitudine Do It Yourself all’autocostruzione di nuovi dispositivi, le conoscenze ibride che le caratterizzano e che nascono spesso da approcci autodidatti, facilitano nuove modalità di relazione tra sperimentazione, creazione artistica e mercato. Qualunque esso sia: dell’arte contemporanea, della cultura o della ricerca industriale e scientifica. Suggeriscono, inoltre, di entrare in contatto con i centri culturali più innovativi a livello locale e internazionale, nonché di attingere a una specifica letteratura, a cavallo tra quella relativa alle Industrie Creative e una più caratteristica della New Media Art, stimolando così la conoscenza dei cambiamenti dei processi di attuazione di un’opera, grazie all’impatto di tecnologie e metodi di lavoro sempre più avanzati e integrati.

L’arte che ne deriva, descritta in questo libro, è un’arte ibrida, difficile da definire, che si colloca, senza avere ancora una riconoscibilità precisa, a cavallo tra produzione indipendente, ambito accademico, eventi commerciali, circuiti dei media center e dei grandi festival internazionali. La prima parte di questa pubblicazione evidenzia questi scenari d’azione, secondo un approccio che considero fondamentale: non si può parlare di New Media Art in maniera esaustiva se non si comprende il contesto generale. Non si può capire a fondo questa forma d’arte solo studiandola: oltre a conoscerne la storia e i riferimenti alle avanguardie artistiche del passato, bisogna saperne cogliere le traiettorie e i linguaggi interdisciplinari del presente, individuare i suoi protagonisti, le sue correnti di ricerca e le loro possibili intersezioni, senza rimanere chiusi in ambiti e riferimenti culturali troppo definiti. La seconda parte del libro, descrive quindi alcuni tra i più innovativi e coraggiosi artisti e creativi provenienti da differenti contesti disciplinari, allo scopo di indagare come arte e design possano essere trasformati in reali fattori di innovazione sociale ed economica. Emerge prepotente una generazione di professionisti che operano e si muovono a cavallo tra sperimentazione tecnologico-scientifica, strategie scalabili di collaborazione, strutture economiche complesse che coinvolgono aziende, laboratori, centri di ricerca, accademie e festival, tecnologie open source e di rete atte a innescare dinamiche profittevoli per la realizzazione di un’opera d’arte. Il consiglio è di non leggere solo le differenze, ma di intercettare i punti in comune.

Ciò che risulta evidente è che le categorie disciplinari che si sono costituite negli ultimi anni nell’ambito della New Media Art, possono essere descritte come entità singole e paradigmatiche, perlomeno in relazione all’uso specifico delle tecnologie che ognuna di esse adotta. Ma al contempo, solo nel loro insieme riescono a descrivere un panorama che si è sviluppato in modo spontaneo, spesso imprevisto e completamente irregolare. È chiaro quindi che le chiavi interpretative per accedere a questo mondo devono essere condivise con un network di professionisti e di informazioni sempre più aperto e condiviso. La necessità di una piattaforma ampia di conoscenza e divulgazione culturale sull’arte, il design e la cultura digitale è oggi quanto mai fondamentale: per creare una nuova classe di studiosi, per facilitare la comprensione di specifici fenomeni, per evidenziare traiettorie di elaborazione artistica che si muovono in maniera sempre più efficace tra sperimentazione di linguaggi e tecnologie, analisi critica del contemporaneo, ricerca di soddisfazione economica. La voce dei diretti interessati non può quindi essere trascurata: gli artisti, i designer e i professionisti dell’arte devono essere sempre ascoltati. La loro esperienza diretta è fondamentale. Da qui, la necessità di includere alcuni case studies nella terza parte della pubblicazione, tramite una serie di interviste che sono state portate avanti con spirito d’indagine e di analisi dei meccanismi e delle dinamiche che sottendono l’operatività e l’economia di organismi culturali presi a riferimento in tutto il mondo. Queste testimonianze hanno l’obiettivo di raccontare uno scenario in continua evoluzione, in cui il concetto stesso di arte sta assumendo una connotazione nuova. Ciò che emerge è un tratto comune, caratterizzato da percorsi di compenetrazione disciplinare che prevedono, per loro stessa natura, una stretta collaborazione con il mondo dell’industria. Il tentativo è stato quello di estrapolare esperienze, evidenziare strategie, ricercare forme di collaborazione spesso nascoste. Rendere cioè condiviso un possibile modello economico alternativo nell’ambito di un circuito artistico tanto all’avanguardia quanto ancora piuttosto sconosciuto, quindi ancora troppo trascurato, da istituzioni, media, governi e mercati.

Oggi come allora, la risposta alla domanda posta dallo scienziato al festival Subtle Technologies è quindi affermativa: l’arte contemporanea può contaminarsi con altri ambiti disciplinari, anche apparentemente distanti, a stretto contatto con lo sviluppo tecnologico e scientifico. Gli strumenti, i linguaggi e le estetiche che la caratterizzano evolvono velocemente, così come i suoi mercati e le sue filiere di produzione: in questo senso, l’inizio del millennio sta dettando un cambio di paradigma, un momento di ulteriore evoluzione nell’ottica di una possibile speculazione del futuro che verrà. Il libro che vi apprestate a leggere ne vuole essere il racconto più fedele, con la speranza di scatenare ulteriori discussioni e generare conoscenza e consapevolezza. Del resto, come suggerisce Ruben Jacobs nel suo volume Everyone is an artist, pubblicato nel 2016 per V2_Publishing: “Gli artisti e i professionisti che lavorano su queste idee post-umaniste dovrebbero essere definiti con un nuovo termine: Artonauti. Essi sono infatti una nuova specie, mutata dalla confluenza tra ricerca artistica, teorica e speculativa. Combinano l’impostazione mentale investigativa di uno studioso, l’immaginazione affettiva di un artista e l’intuizione pratica di un designer. Sono coloro che innescano il dialogo con le industrie, i laboratori scientifici e i nuovi mercati, che guardano, di conseguenza, al mondo dell’arte e del design digitale con crescente interesse.”