Le mappe sono potere—sia nell’era coloniale sia nel sistema imperiale odierno. Ma come è possibile destrutturarle, riconfigurarle, condividerle tra molti utenti e utilizzarle per tracciare futuri alternativi? Come possono accogliere il flusso continuo del tempo e la molteplicità di prospettive incarnate? Le mappe digitali possono ancora mostrare il territorio? Le mappe del potere possono diventare delle vie di liberazione?
Brian Holmes ha trascorso l’ultimo decennio sviluppando un mapkit online per problemi di ecologia politica e dilettandosi allo stesso tempo nella propria attività di ricerca preferita: vagare per i paesaggi fluviali degli Stati Uniti medio occidentali, la costa del Pacifico nord-occidentale e il Bacino del Rio de La Plata in Sudamerica (spesso lui parla scherzosamente di “cartografia fatta con i piedi”). Holmes era già conosciuto nei circoli artistici e attivisti europei come saggista e oratore pubblico; nel corso di questi anni ha inventato un genere nuovo ma stranamente familiare, la mappa saggio, ricca di testi scritti, di visualizzazione scientifica e di iconografia multimediale. Ciascuno dei suoi progetti sviluppa un proprio quadro concettuale, una struttura narrativa, uno stile visivo e un registro metaforico, elementi che esprimono una soggettività indagatrice. Allo stesso tempo, ognuno di questi nasce dal dialogo territoriale, con diversi input da artisti, specialisti, persone locali e movimenti sociali, tutti in qualche modo interessati da aspetti del mondo non umano. La mappa saggio è pertanto non un prodotto individuale, bensì una pratica incarnata e immersiva, un modo di protendersi, di testare le acque, di tuffarsi. Nel corso di diverse visite prolungate al Künstlerhaus Stuttgart, Holmes e i suoi collaboratori riveleranno un numero di esplorazioni in corso, dando inizio contemporaneamente a una nuova indagine sulle acque del fiume Neckar.
Il Künstlerhaus Stuttgart non ospita mostre tradizionali, cerca bensì di creare ambienti o “atmosfere” pervasive. L’idea è di far sì che un modo espressivo abbandoni le sue forme immediatamente tangibili, permeando in relazioni, lessici, abitudini giornaliere e risorse comuni. Le atmosfere emergono lentamente, nelle transizioni stagionali, come un giardino che germoglia sotto la nuda terra e che produce diversi frutti nel periodo di raccolta. Rivermap è stato ideato in base a questa sequenza stagionale. Inizia al momento dell’equinozio d’autunno, in un piccolo angolo di un’ampia galleria al quarto piano; nel corso graduale dei sei mesi successivi si riempirà e traboccherà di immagini, voci, idee e incontri.
È Learning from Cascadia a dare il tono. Il progetto—non una semplice mappa, ma un vero e proprio atlante—fu iniziato lungo un periodo di due anni a Portland (Oregon) e dintorni, in collaborazione con Mack McFarland, organizzatore culturale, e con lo speciale contributo di Sara Siestreem, artista indigena. Esso è basato su una terra sia reale sia immaginaria: la bioregione di Cascadia, che si estende dalla California settentrionale fino alla Columbia Britannica. Cascadia nacque dai “movimenti di ritorno alla terra” degli anni Settanta come un nuovo possibile progetto di insediamento e amministrazione. Ma Cascadia non è solo una delle tante utopie degli anni ‘70. Dal momento che il Pacifico nord-occidentale è patria di diverse popolazioni indigene che godono di diritti sovrani e del supporto sempre in crescita degli alleati colonizzatori, la regione ha sviluppato delle forme emergenti di governance bioculturale, dedite soprattutto al riparare i danni del modernismo industriale e al mettere in atto nuove pratiche di ristorazione ecologica. Learning from Cascadia offre un modello per l’esplorazione di simili processi riparativi e per la loro prefigurazione in luoghi dove non esistono ancora.
Atmosfera è sinonimo di mutevolezza. A novembre la mostra cambierà aspetto e includerà le opere eco-attiviste del gruppo Casa Río dell’Argentina, con cui Holmes ha collaborato negli ultimi sette anni; a gennaio si uniranno altri due progetti del video maker Jeremy Bolen, focalizzati sulle origini e le conseguenze del cambiamento ecologico globale, ovverosia l’Antropocene. In questi, le preoccupazioni incarnate e localizzate incontrano quelle che lo studioso Dipesh Chakrabarty battezza “le atmosfere della storia”: processi planetari che colpiscono tutti gli esseri viventi.
Link: kuenstlerhaus.de
