{"id":9999,"date":"2006-06-01T12:00:00","date_gmt":"2006-06-01T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-015\/when-the-dj-goes-to-the-cinema\/"},"modified":"2020-10-21T14:51:06","modified_gmt":"2020-10-21T13:51:06","slug":"when-the-dj-goes-to-the-cinema","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-015\/when-the-dj-goes-to-the-cinema\/","title":{"rendered":"Quando Il Dj Va Al Cinema"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"justify\">In queste settimane \u00e8 apparsa la notizia che <span class=\"testo_iframebold\">Thomas Bangalter e Guy-Manuel De Homen Cristo<\/span> hanno terminato un lungometraggio dal titolo <span class=\"testo_iframebold\">Daft Punk&#8217;s Electroma<\/span> che illustra l&#8217;odissea di due robot che intendono ritrovare la propria umanit\u00e0.<\/p>\n<p align=\"justify\">In pratica hanno messo in immagini il concept che sta dietro il loro ultimo album in studio <span class=\"testo_iframebold\">Human After All<\/span> e a buona parte della loro estetica &#8220;furbescamente ereditata&#8221; dai <span class=\"testo_iframebold\">Kraftwerk<\/span>. Ma non \u00e8 tanto dell&#8217;estetica daftpunkiana che vogliamo parlare ma piuttosto del fatto che due produttori\/dj decidano di diventare registi portando in qualche modo la musica elettronica dance al centro dell&#8217;azione. Quante volte la club culture e la dj culture sono diventate cinema? Quante volte il cinema ha attinto dalla club culture per costruire le proprie storie? Quante volte la dj culture \u00e8 stata trasposta visivamente in modo corretto?<\/p>\n<p align=\"justify\">Queste alcune delle domande a cui abbiamo cercato di rispondere visionando un po&#8217; di film che in un modo o nell&#8217;altro hanno raccontato o sono stati influenzati dal mondo dei dj, dei club, dei musicisti elettronici con tutto ci\u00f2 che vi ruota attorno.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag15\/articoli\/img\/elettronica_alexdandi06.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Ovviamente non basta che sia presente una scena in una discoteca perch\u00e9 un film possa essere legato in qualche modo alla club culture altrimenti avremmo dovuto includere l&#8217;intera produzione dei Vanzina e almeno una manciata dei film di Nino D&#8217;Angelo! Cos\u00ec come in larga parte non si possono considerare strettamente legati alla club culture buona parte dei film di fine anni &#8217;70 e primi &#8217;80 che capitalizzarono il successo della disco music. Anche &#8220;Saturday Night Fever&#8221;, considerato il capostipite di questi film, in qualche modo poneva l&#8217;accento sul ballo, non tanto sulla musica o sulla figura del dj. A sancire la poca credibilit\u00e0 underground del film c&#8217;era il fatto che la colonna sonora fosse affidata ai Bee Gees e non ai pi\u00f9 credibili artisti neri della musica disco del periodo. Ecco perch\u00e9 alla fine i film arrivati quasi un ventennio dopo sono quelli che meglio raccontano le atmosfere di quegli anni, film come <span class=\"testo_iframebold\">54 (1998, Mark Cristopher) e The last days of disco (1998, Whit Stillman).<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Con la caduta della disco anche la figura del dj perde il suo fascino mainstream e quindi negli anni &#8217;80 il dj \u00e8 visto soprattutto come una sorta di animatore turistico alla Cecchetto o alla Seimandi e nel cinema narrativo americano il dj \u00e8 solo colui che &#8220;scratcha&#8221;, il turntablist, il motore musicale del rap e dell&#8217;hip hop che conquista i giovani di ogni etnia ed estrazione sociale del periodo.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag15\/articoli\/img\/elettronica_alexdandi02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Ecco quindi che, quando l&#8217;house music e la techno sono ancora fenomeni strettamente sotterranei relegati alla sola area di <span class=\"testo_iframebold\">Chicago e Detroit<\/span> e la scena disco newyorkese \u00e8 roba pericolosa per veri animali notturni al limite dell&#8217;umano come rappresentato da <span class=\"testo_iframebold\">Party Monster (2003, Fenton Bailey, Randy Barbato)<\/span> diversi anni dopo, \u00e9 la breakdance a catalizzare l&#8217;attenzione dell&#8217;industria cinematografica a met\u00e0 anni &#8217;80. Film come <span class=\"testo_iframebold\">Beat Street (1984, Stan Lathan) e Breakin&#8217; (1984, Joel Silberg)<\/span> sono b-movies di discreto successo commerciale legati al cinema dell&#8217;exploitation.<\/p>\n<p align=\"justify\">I giganteschi <span class=\"testo_iframebold\">ghetto blaster <\/span>che diffondono electro sono quasi pi\u00f9 importanti dei dj stessi che quegli electro breaks li producono. Gli anni &#8217;80 stanno per tramontare, le commedie giovanilistiche iniziano a dare i primi segni di cedimento e l&#8217;universo giovanile rappresentato dalle sceneggiature di John Hughes inizia a scricchiolare. E&#8217; la musica rap che sconfigge la new wave; \u00e8 la nuova borghesia nera che sostituisce le commedie di giovani bianchi: questa \u00e8 l&#8217;essenza di <span class=\"testo_iframebold\">House Party (1990, Reginald Hudlin)<\/span>. La festa in casa, due giradischi e un microfono al posto dei noiosi e leziosi balli di fine anno.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag15\/articoli\/img\/elettronica_alexdandi03.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Ecco quindi che nei primi anni &#8217;90 la club culture non \u00e8 praticamente rappresentata. I giovani fanno delle feste in casa secondo il cinema mainstream. Che ne \u00e8 dei rave? Dov&#8217;\u00e8 la <span class=\"testo_iframebold\">summer of love dell&#8217;88<\/span>? Non sembra essercene traccia. Qualche piccolo film indipendente riesce ad inserire qualche scorcio di ci\u00f2 che si muove nell&#8217;underground musicale, ma \u00e8 solo uno scenario, qualcosa di non ben comprensibile, quasi angosciante: roba da reitetti. <span class=\"testo_iframebold\">Night Owl (1993, Jeffrey Arsenault)<\/span> ad esempio descrive la scena degli arty club newyorkesi come qualcosa di pericoloso dove si possono incontrare addirittura dei vampiri mentre \u00e9 <span class=\"testo_iframebold\">Screamin&#8217; Rachel<\/span> ad urlare su qualche ritmo house dell&#8217;epoca.<\/p>\n<p align=\"justify\">Gli anni &#8217;90, musicalmente parlando, tornano appannaggio del rock grazie al cosiddetto &#8220;Seattle sound&#8221; e tutto ci\u00f2 che vi gira attorno a livello di hype. La house, pur nascendo negli USA, ottiene successo soprattutto in Europa ma, allo stesso tempo, in Inghilterra viene vissuta come un problema di ordine pubblico: ecco quindi che viene cinematograficamente ignorata. Siccome sono gli Stati Uniti a fare i giochi dell&#8217;universo cinematografico \u00e8 ovvio che il connubio musica-giovani sia rappresentato nei primi anni &#8217;90 da una commedia &#8220;MTV Style&#8221; come <span class=\"testo_iframebold\">Singles (1002, Cameron Crowe)<\/span>.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ma la club culture non si ferma e se \u00e8 vero che \u00e8 l&#8217;aspetto legato alle droghe che viene esplorato maggiormente dal cinema inglese \u00e8 anche vero che a met\u00e0 anni &#8217;90 emergono i primi validi documentari che testimoniano la vera rivoluzione musicale appena avvenuta: dal francese <span class=\"testo_iframebold\">Universal Techno (1996, Dominique Deluze)<\/span> fino al fondamentale <span class=\"testo_iframebold\">Modulations (1998, Iara Lee)<\/span>. A livello di cinema narrativo, invece, da una parte ci sono gli eccessi e i drammi di <span class=\"testo_iframebold\">Trainspotting (1996, Danny Boyle)<\/span> con una martellante &#8220;Born Slippy&#8221; degli Underworld che diventa generazionale, dall&#8217;altra il gioioso rito liberatorio del connubio MDMA e club culture tratteggiato senza remore in <span class=\"testo_iframebold\">Human Traffic (1999, Justin Kerrigan)<\/span>, in cui serpeggia un certo buonismo di fondo in cui un ipotetico motto da comitato dei genitori sembra essere &#8220;sono strafatti, ma alla fine sono pur sempre i nostri figli e quindi dei bravi ragazzi&#8221;. Ma se in Inghilterra la club culture \u00e8 ormai discussione da salotti bene, in Francia un piccolo film d&#8217;arte, intimista e sperimentale, descrive alla perfezione come pu\u00f2 nascere un amore a un rave, dove la musica \u00e8 protagonista pi\u00f9 dei dialoghi; si tratta di <span class=\"testo_iframebold\">Clubbed to death (1996, Yolande Zouberman)<\/span>.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag15\/articoli\/img\/elettronica_alexdandi05.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Alla fine degli anni &#8217;90 finalmente anche gli Stati Uniti sembrano accorgersi della presenza di numerosi rave sul proprio territorio e bench\u00e9 la maggior parte dei giovani siano bombardati da rock e hip hop c&#8217;\u00e8 anche una rumorosa minoranza di assidui frequentatori di rave. Sono due film indipendenti a ruotare intorno all&#8217;universo rave americano si tratta di <span class=\"testo_iframebold\">Go &#8211; una notte da dimenticare (1999,Doug Liman) e Groove (2000, Greg Harrison)<\/span>. Entrambi usano la rave culture come humus per sviluppargli intorno delle storie trasversali ma lo scenario di partenza \u00e8 molto importante per lo sviluppo dell&#8217;impianto narrativo. GROOVE in particolare, pur essendo complessivamente meno riuscito di GO, dimostra un vero amore per ci\u00f2 che \u00e8 la dj culture.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ma \u00e8 in questa prima tranche di anni 2000 che sono emersi alcuni film davvero interessanti che colmano alcune lacune in tema di crossover cinema-dj\/club culture. <span class=\"testo_iframebold\">24 Hours Party People (2002, Michael Winterbottom)<\/span> parte dagli anni &#8217;80 dei New Order per descrivere l&#8217;edonistica e selvaggia scena di Manchester di fine &#8217;80, la cosiddetta Madchester dove house music e pop rock convivevano senza troppi problemi tra un eccesso e l&#8217;altro. <span class=\"testo_iframebold\">It&#8217;s all gone Pete Tong<\/span> <span class=\"testo_iframebold\">(2004, Michael Dowse)<\/span> si spinge oltre e costruendo un &#8220;mockumentary&#8221; intorno alla figura del dj <span class=\"testo_iframebold\">Frankie Wilde<\/span> porta sullo schermo la tecnica del mixaggio in battuta all&#8217;interno di un lineare contesto narrativo. Lo schermo si suddivide in due parti, l&#8217;audio a destra ci fa sentire il disco che suona in pista, l&#8217;audio a sinistra quello in cuffia e una dissolvenza fra pubblico e &#8220;crossfader&#8221; ci svela la magia del momento, il mixaggio perfetto. La magia del mixaggio \u00e8 una questione di pochi istanti, di sfumature, di &#8220;frame&#8221;. E possono bastare pochi &#8220;frame&#8221; un solo piano sequenza, una situazione appena abbozzata per cogliere il momento: l&#8217;essenza emotiva della club culture. CI sono riusciti grandi registi in film che solo incidentalmente finiscono per avere almeno una scena di musica in un club: capolavori come <span class=\"testo_iframebold\">HIgh Fidelity &#8211; Alta fedelt\u00e0 (2000, Stephen Frears), 25th Hours (2002, Spike Lee) e After Hours (1985, Martin Scorsese)<\/span>.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag15\/articoli\/img\/elettronica_alexdandi04.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Sul fronte dei documentari si segnala il fondamentale <span class=\"testo_iframebold\">Maestro (2003, Josell Ramos)<\/span>, quattro anni di interviste ai protagonisti dei club che hanno fatto un epoca, dal Loft al Paradise Garage fino al Warehouse: sono i maestri a dar voce alle emozioni.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ed emerge anche un misconosciuto documentario, quasi introvabile a meno che non facciate una gita a Chicago, dal titolo <span class=\"testo_iframebold\">The unusual suspects: once upon a time in house music (2005, Chip Eberhart)<\/span> in cui il regista \u00e8 quel CHIP E., autore di uno dei primo brani house in assoluto: come dire, la storia raccontata e vista dagli occhi dei protagonisti. Il dj con la macchina da presa parafrasando il titolo del celebre capolavoro dell&#8217;epoca del muto di Dziga Vertov. La macchina da presa che spiega la magia degli uomini che giocavano con le macchine del suono. Umani dopo tutto.<\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In queste settimane \u008f apparsa la notizia che Thomas Bangalter e Guy-Manuel De Homen Cristo hanno terminato un lungometraggio dal titolo Daft Punk&#8217;s Electroma che illustra l&#8217;odissea di due robot che intendono ritrovare la propria umanit\u0088<\/p>\n","protected":false},"author":107,"featured_media":30118,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[239,168],"tags":[32,39,40],"class_list":["post-9999","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-articles","category-issue-015","tag-clubbing","tag-electronic-music","tag-focus"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v22.4 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Quando Il Dj Va Al Cinema &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-015\/when-the-dj-goes-to-the-cinema\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Quando Il Dj Va Al Cinema &#8226; 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