{"id":9764,"date":"2005-06-05T12:00:00","date_gmt":"2005-06-05T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-004\/italiano-steve-mc-queen-videoarte-emozionale\/"},"modified":"2020-10-13T17:37:37","modified_gmt":"2020-10-13T16:37:37","slug":"italiano-steve-mc-queen-videoarte-emozionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-004\/italiano-steve-mc-queen-videoarte-emozionale\/","title":{"rendered":"Steve Mc Queen, Videoarte Emozionale"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"justify\"><span class=\"testo_iframe\">Guardare non \u00e8 pi\u00f9 abbastanza. Nell&#8217;ultima personale di Steve McQueen alla Fondazione Prada, lo spettatore si muove in un&#8217;atmosfera che da soffusa diventa sempre pi\u00f9 oscura, in una spirale in cui \u00e8 messa in campo la sua stessa immagine. Un percorso fatto di visioni dal forte taglio memoriale e interiorizzato, segnate dal montaggio discontinuo e dall&#8217;attenzione che si sposta sui singoli particolari, in cui si compenetrano dettagli personali e riferimenti universali.<\/span><\/p>\n<p>Partendo da una matrice cinematografica (in particolare i movimenti degli Anni &#8217;60, cin\u00e9ma v\u00e9rit\u00e9 in testa), McQueen ha infatti saputo conquistare un proprio linguaggio videoartistico, in cui le riprese variano agilmente da soggetto a soggetto, passando dalle ampie vedute ai particolari insistiti, e la destrutturazione del montaggio, fatto di singoli frammenti sequenziali o bruscamente giustapposti, porta lo spettatore ad un libero &#8220;riempire gli spazi&#8221; di quella che \u00e8 una narrazione solo parziale. L&#8217;organizzazione della mostra offre un percorso ideale e immersivo attraverso la variegata produzione di McQueen, seguendo un ordine quasi emozionale, che sembra ricalcarne il &#8220;manifesto&#8221; artistico: &#8220;Voglio che il pubblico si trovi in una situazione in cui ognuno diviene sensibile al massimo grado verso se stesso&#8230;&#8221;.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag04\/articoli\/img\/videoart_monicaponzini03.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testo_iframe\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nSi parte dallo still frame del lightbox<\/span><span class=\"testo_iframebold\"> New Year&#8217;s Day 2002<\/span><span class=\"testo_iframe\"> e dalla calma rarefatta delle due proiezioni di <\/span><span class=\"testo_iframebold\">Caribs&#8217; Leap<\/span><span class=\"testo_iframe\">, un viaggio silenzioso nel presente (con le riprese di una giornata nella baia di Grenada) e nel passato dei Caraibi (l&#8217;evocazione del suicidio di massa dei Caraibici nel 1651, estremo atto di contrasto alla dominazione francese), affiancato in un&#8217;altra sala da <\/span><span class=\"testo_iframebold\">Charlotte<\/span><span class=\"testo_iframe\">, film in 16 mm realizzato &#8220;sulla pelle&#8221; di Charlotte Rampling. Si passa al &#8220;cuore&#8221; della mostra, il paesaggio notturno con specchi, destabilizzante e affascinante allo stesso tempo, dell&#8217;installazione <\/span><span class=\"testo_iframebold\">Pursuit<\/span><span class=\"testo_iframe\">: una sala immersa nel buio in cui lo spettatore vede rispecchiarsi sulle pareti la proiezione di un&#8217;indefinito personaggio (in realt\u00e0 l&#8217;autore), di se stesso e degli altri visitatori, senza che nessuno sia davvero riconoscibile nella sua identit\u00e0 di persona e nel suo status fisico di corpo, riflesso o proiezione. <\/span><\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag04\/articoli\/img\/videoart_monicaponzini02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testo_iframe\">Il cammino continua con <\/span><span class=\"testo_iframebold\">Girls, Tricky<\/span><span class=\"testo_iframe\">, un&#8217;esperienza in sala di registrazione, e termina con<\/span><span class=\"testo_iframebold\"> Western Deep<\/span><span class=\"testo_iframe\">, discesa in Super8 (spesso contrassegnato dal fuori fuoco e da un forte cromatismo) in una profonda miniera d&#8217;oro in Sud Africa. In una sorta di viaggio dai risvolti iniziatici, si assiste alla sfibrante routine dei minatori: l&#8217;ascensore che li porta alla vena, in un&#8217;avvicendamento di rumore assordante e buio totale; il lavoro sottoterra (a cui si alternano immagini e suoni che richiamano scrosci d&#8217;acqua), sottolineato da silenzi ovattati che segnano un contrasto paradossale tra lo scavo &#8211; distruttivo per chi lo compie e per l&#8217;ambiente che lo subisce &#8211; e la presenza nel ventre della terra &#8211; idealmente un utero rigenerante; gli esercizi di depurazione corporale, che, ancora una volta, portano con s\u00e8 l&#8217;ossimoro di una realt\u00e0 disumanizzata da una parte e il richiamo, dall&#8217;altra, ad antiche danze tribali, cadenzate qui da nient&#8217;altro che da un rumore disturbante&#8230;<\/span><\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nell&#8217;ultima personale di Steve McQueen alla Fondazione Prada, lo spettatore si muove in un&#8217;atmosfera che da soffusa diventa sempre pi\u009d oscura, in una spirale in cui \u008f messa in campo la sua stessa immagine. 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