{"id":60588,"date":"2020-11-17T15:10:47","date_gmt":"2020-11-17T14:10:47","guid":{"rendered":"http:\/\/digicult.it\/?p=60588"},"modified":"2020-11-17T15:10:47","modified_gmt":"2020-11-17T14:10:47","slug":"introduzione-al-libro-intervista-con-la-new-media-art-il-fascino-dellincompleto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/art\/introduzione-al-libro-intervista-con-la-new-media-art-il-fascino-dellincompleto\/","title":{"rendered":"Introduzione al libro &#8220;Intervista con la New Media Art&#8221;: Il fascino dell\u2019incompleto"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">Uno dei quadri pi\u00f9 sconosciuti, ma al contempo iconici, della ricca produzione del pittore austriaco Gustav Klimt \u00e8 formalmente un incompleto. Il ritratto postumo di Maria Munk, una delle ragazze pi\u00f9 in vista della societ\u00e0 viennese di inizio Novecento, morta suicida il 28 dicembre 1911 per una delusione d\u2019amore, \u00e8 invero un\u2019opera incompiuta. Dopo che il massimo pittore di Vienna in quel periodo vide rifiutate due versioni dell\u2019opera da parte della madre inconsolabile, non riusc\u00ec infatti a terminare la terza perch\u00e9 mor\u00ec dopo aver iniziato il bozzetto e dato le prime pennellate. Il dipinto, mai portato a termine, mostra altres\u00ec il complesso e alquanto unico processo di ideazione e creazione del soggetto da parte di Klimt e per questo motivo affascin\u00f2 gli appassionati e i critici dell\u2019epoca, rappresentando ancora oggi una delle testimonianze pi\u00f9 fulgide del gesto artistico di uno dei padri del Secessionismo viennese.<\/p>\n<p>La morfologia dell&#8217;arte e della cultura in generale, agli inizi del nuovo millennio, descrive e caratterizza i tratti di un organismo alquanto complesso. Un bozzetto ancora incompleto, che sta prendendo forma, alle prime spruzzate di colore. Una creatura in trasformazione, caratterizzata \u2013 in modo ancora non del tutto consapevole, ma per questo cos\u00ec attraente &#8211; da una progressiva decostruzione delle strutture sociali, disciplinari, linguistiche e creative fino ad allora conosciute. Lo sviluppo tecnologico, le reti e la ricerca scientifica contribuiscono, gi\u00e0 dalla met\u00e0 degli anni Novanta, a un assottigliamento costante e progressivo del paradigma che ha governato la creazione di significato e valore nelle societ\u00e0 occidentali. Separazione, specializzazione, caratterizzazione, sono le parole vetuste di un passato che tende rapidamente a scomparire in favore di un nuovo linguaggio espressivo stratificato, dinamico e interdisciplinare, i cui confini erano al tempo ancora sconosciuti. Ma che da l\u00ec a poco avrebbe pervaso i campi dell&#8217;arte, del design, della cultura e della creativit\u00e0. Essere stati testimoni di questa trasformazione, anzi, esserne stato uno dei principali osservatori a livello nazionale e internazionale, \u00e8 uno dei grandi privilegi della mia vita professionale. E sono convinto, anche di quella dei critici, dei teorici, dei ricercatori e degli artisti che sono i veri protagonisti di questa pubblicazione.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-60592\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9779-scaled.jpg\" alt=\"\" width=\"2560\" height=\"1920\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9779-scaled.jpg 2560w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9779-300x225.jpg 300w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9779-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9779-768x576.jpg 768w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9779-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9779-2048x1536.jpg 2048w\" sizes=\"auto, (max-width: 2560px) 100vw, 2560px\" \/><\/p>\n<p>Il libro <span style=\"font-style: normal !msorm;\"><em>Intervista con la New Media Art. L\u2019osservatorio Digicult tra arte, design e cultura digitale<\/em><\/span> si basa, infatti, sull\u2019esperienza di una delle pi\u00f9 importanti piattaforme editoriali indipendenti di critica della New Media Art, che nel corso degli ultimi quindici anni ha monitorato lo sviluppo e l\u2019impatto della tecnologia e della scienza sulla produzione artistica e culturale contemporanea. Attraverso una serie di saggi scritti da alcuni dei suoi autori pi\u00f9 rappresentativi e una serie di interviste a molti tra gli artisti e designer pi\u00f9 innovativi di questo inizio millennio, il volume si pone l\u2019obiettivo di costituire una risorsa che diffonda e approfondisca gli ambiti di ricerca e di produzione a cavallo tra arte, tecnologia e scienza a livello nazionale e internazionale. Oltre a rappresentare un importante documento storico, questa pubblicazione recupera l\u2019esperienza professionale e umana del progetto Digicult, fornendo al contempo un utile strumento di navigazione e di comprensione della poetica artistica odierna grazie alla pluralit\u00e0 delle voci proposte, degli angoli di osservazione suggeriti e della spinta innovativa che lo caratterizza.<\/p>\n<p>Ho avuto tante volte l\u2019occasione di presentare pubblicamente Digicult o di essere intervistato a riguardo. Una di queste \u00e8 stata per una piccola ma seminale pubblicazione dal titolo <em>Cultural Bloggers Interviewed <\/em>edita da Nicola Mullenger e Annette Wolfsberger per il LabforCulture<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>, insieme ad altri importanti editori e critici dell\u2019epoca che si occupavano di New Media Art come Marta Peirano e Jos\u00e8 Luis de Vicente di Elastico.net, Regine Debatty di We Make Money Not Art, Michelle Kasprzak di Curating.info e Alessandro Ludovico di Neural.it, tra gli altri. La filosofa e storica dell\u2019arte Mercedes Bunz, fondatrice della rivista De:Bug, nel testo introduttivo del libro, afferma: \u201cper questi autori indipendenti, perseguire uno scopo, un dovere \u2013 per quanto auto-imposto \u2013 \u00e8 pi\u00f9 importante che mai nell\u2019era del capitalismo digitale. Dal momento che il mondo culturale (e non solo) si \u00e8 completamente capovolto, il concetto di do it yourself \u00e8 stato completamente ridefinito, da un gesto di pura resistenza a una pratica consigliata\u201d. Tenendo conto di come anche il pensiero di filosofi come Theodor Adorno e Max Horkheimer considerasse la cultura come un campo di produzione del tutto autonomo, fatto di regole difficilmente classificabili, all\u2019interno del contesto capitalistico imperante, Bunz ricorda nel suo testo come un\u2019intera generazione di professionisti che hanno deciso di lavorare nel campo della cultura del nuovo millennio, soprattutto in mancanza di fondi e supporti statali o privati, ha dovuto farlo inventandosi delle modalit\u00e0 alquanto varie e creative, senza alcuna garanzia di sopravvivenza. \u201cIn ambito culturale, tu produci per l\u2019interesse di farlo, a prescindere che ci\u00f2 che fai sar\u00e0 un successo o un fallimento\u201d.<\/p>\n<p>Nell\u2019intervista presente all\u2019interno del libro, racconto essenzialmente di come Digicult sia nato da un\u2019esigenza, personale e condivisa con una primitiva batteria di colleghi e amici: quella di creare in Italia un progetto che agisse da punto di incontro e di riferimento per un\u2019intera generazione di professionisti (curatori, accademici, critici, studenti, attivisti) che iniziavano in quegli anni a occuparsi di arte e cultura digitale in tutte le sue forme e derivazioni interdisciplinari. L\u2019intenzione fu quella di creare una vetrina per promuovere un certo tipo di cultura d\u2019avanguardia all\u2019interno del nostro paese, capace di esportare la voce di una generazione di autori anche al di fuori dei patri confini, convogliando l\u2019esperienza e le reti di conoscenza di ciascun membro del Network su un progetto centrale, in modo tale da sopperire alla mancanza endemica di aiuti e finanziamenti da parte delle istituzioni preposte e al disinteresse di editori e investitori, rompendo le rigide regole editoriali della stampa e sfruttando le potenzialit\u00e0 e la gratuit\u00e0 di Internet per crescere, sopravvivere e diffondersi. Una forma di attivismo culturale dal basso, in piena logica <span style=\"font-style: normal !msorm;\"><em>open<\/em><\/span> e <em>free<\/em> che tale \u00e8 rimasta nell\u2019arco di quindici anni al punto da rappresentare oggi uno degli archivi di informazioni, interviste, saggi e articoli in rete pi\u00f9 ampi e citati. Gratuito, a libero accesso e a disposizione di una community sempre pi\u00f9 ampia di studiosi e ricercatori a livello globale.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-60594\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9781-scaled.jpg\" alt=\"\" width=\"2560\" height=\"1920\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9781-scaled.jpg 2560w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9781-300x225.jpg 300w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9781-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9781-768x576.jpg 768w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9781-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9781-2048x1536.jpg 2048w\" sizes=\"auto, (max-width: 2560px) 100vw, 2560px\" \/><\/p>\n<p>Quando decisi di avviare il progetto \u2013 parliamo dell\u2019inverno del 2004, in quanto io stesso da circa dieci anni a contatto con un certo tipo di frequentazione contro-culturale di stampo politico e sociale, ma anche artistico e tanto, tanto interessata all\u2019uso creativo e critico della tecnologia \u2013 una cosa, ricordo, volevo fortemente: fare tesoro di alcune esperienze passate che ammiravo, per avviare una sperimentazione nuova e per certi versi autonoma. Una piattaforma che coinvolgesse in maniera collettiva alcuni dei soggetti che in Italia si stavano affacciando come me sulla scena artistica e culturale del paese, con background differenti e approcci spesso radicalmente opposti. Ai tempi eravamo tutti, chi pi\u00f9 e chi meno, figli delle dottrine della generazione precedente. Quella delle BBS, delle reti autonome come FidoNet, delle piattaforme come HackerArt, di eventi come Artmedia e di riviste storiche come Decoder da un lato o Leonardo dall\u2019altro, la cui influenza ci impegnavamo a traghettare all\u2019interno di specifiche sacche di resistenza politica e creativa in cui le nuove tecnologie, hardware, software e soprattutto di rete la facevano da padrone. Al contempo molti di noi si sono sentiti, in breve tempo, stretti da un lato da una comunit\u00e0 che, per quanto aperta e curiosa, non era pienamente in grado di comprendere e collocare la portata ampia di questo tipo di esperienze, dall\u2019altro da un timido tentativo di certificazione e riconoscimento da parte dei contesti e dei circuiti dell\u2019arte contemporanea e dei bastioni inaccessibili di un\u2019accademia arrogante e ottusa, dall\u2019altro ancora dal confronto con progetti editoriali che sembravano chiusi nella loro bellissima e inaccessibile autarchia. Da piattaforme come Rhizome e Media Art Net a siti come Furtherfield, Monoskop e Artificial.dk, da riviste come Neural e Metamute a blog come New Media Fix e GeneratorX, da mailing list pi\u00f9 politico-culturali come Nettime e Syndicate ad altre di stampo maggiormente artistico come NetBehaviour e Spectre, solo per citare alcuni esempi.<\/p>\n<p>Digicult si \u00e8 posto sin da subito come un\u2019alternativa: un progetto collettivo, quanto pi\u00f9 orizzontale possibile, che potesse estendere l\u2019idea stessa di network a differenti strutture, entit\u00e0 organizzative, rizomi di attivit\u00e0 e conoscenza. Perch\u00e9 se \u00e8 vero che il gruppo di autori \u00e8 stato il nucleo centrale, il perno, su cui anche questa pubblicazione ruota, \u00e8 anche vero che la piattaforma ha sperimentato altri tipi di reti di valore e conoscenza come la sua stessa redazione o le innumerevoli collaborazioni e partnership con una lista quasi infinita di festival, istituzioni, gallerie, eventi culturali e singoli professionisti sparsi in tutto il mondo, che hanno allargato a dismisura la considerazione internazionale della piattaforma. La sua riconoscibilit\u00e0. Digicult \u00e8 stato lungimirante nell\u2019aver suggerito da subito una visione panoramica del contesto della cultura digitale contemporanea. \u00c8 stato abile nell\u2019aver creato ponti, avvicinato ambiti disciplinari che fino a poco prima nemmeno si parlavano e che oggi &#8211; il tempo ci ha dato ragione \u2013 si impegnano a dialogare come fosse quasi l\u2019unico modo per poter sopravvivere all\u2019accelerazione imposta dallo sviluppo tecnologico e scientifico alla societ\u00e0 in cui viviamo. \u00c8 stato quasi oltraggioso nell\u2019aver contribuito a rompere le barriere tra una cultura \u201calta\u201d e accademica e una \u201cbassa\u201d e autodidatta, processo testimoniato dalle tantissime citazioni in libri, tesi di laurea e dottorati di ricerca, nonch\u00e9 dalle innumerevoli presentazioni in universit\u00e0 e accademie, in Italia e all\u2019estero. \u00c8 stato infine coraggioso nell\u2019aver sperimentato nuove forme di economia della cultura; in modo non del tutto spontaneo, certo, ma secondo traiettorie comunque funzionali e soprattutto indipendenti. Sfruttando unicamente gli strumenti a disposizione in quel determinato momento storico. Come quelli del digital publishing su tutti, che hanno garantito un nuovo formato e una sostanziale archiviazione della rivista storica di Digicult, quel Digimag il cui primo numero risale al giugno del 2005 e che, ancora oggi attivo, si \u00e8 trasformato negli anni da rivista mensile a journal scientifico trimestrale.<\/p>\n<p>Se mi doveste chiedere se tutto questo fosse stato programmato, per lo meno immaginato, vi risponderei francamente di no. Nulla di ci\u00f2 che \u00e8 oggi Digicult \u00e8 stato studiato a tavolino: tutto si \u00e8 sempre sviluppato in modo spontaneo, fluido, adattivo. Senza una formula matematica da seguire, senza uno schema logico prefissato. Probabilmente avremmo suscitato la curiosit\u00e0 di uno come Kurt Friedrich G\u00f6del, ritenuto uno dei pi\u00f9 grandi logici di tutti i tempi, matematico e filosofo finissimo, passato alla storia per i suoi Teoremi di Incompletezza<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, enunciati nel 1931 e dal quel momento punto cardine della logica formale e della filosofia contemporanea. Il primo teorema soprattutto, dimostra che qualsiasi sistema consistente (privo cio\u00e8 di contraddizioni) \u00e8 per sua stessa natura incompleto: esso contiene affermazioni di cui non si pu\u00f2 dimostrare n\u00e9 la verit\u00e0 n\u00e9 la falsit\u00e0. Parafrasando: ogni insieme assiomatico coerente (composto cio\u00e8 di affermazioni dimostrabili, quindi certe) \u00e8 dotato di proposizioni che non possono essere n\u00e9 dimostrate n\u00e9 altres\u00ec confutate sulla base degli assiomi di partenza. In altre parole, la coerenza di un sistema \u00e8 tale proprio perch\u00e9 non pu\u00f2 essere dimostrata. Afflitto sin da giovane da una serie di ipocondrie e fobie di varia natura, G\u00f6del ne svilupp\u00f2 una in particolare verso l\u2019avvelenamento da cibo. Disturbo ossessivo-compulsivo che lo port\u00f2 negli anni a evitare sempre di pi\u00f9 gli alimenti, di qualsiasi tipo e natura e che lo port\u00f2 a una graduale denutrizione, anoressia e inedia che ne decretarono infine la morte. \u00c8 sempre stato per me interessante osservare come G\u00f6del abbia rappresentato la personificazione in vita della validit\u00e0 del suo rivoluzionario postulato: anche una mente finissima, un sistema apparentemente perfetto e intriso di logica, pu\u00f2 essere imperfetto ed evidenziare una serie di meccanismi fallaci al suo interno. Una distopia difficile da comprendere, non dimostrabile nella sua efficacia o disfunzionalit\u00e0, ma altres\u00ec affascinante nella sua evidenza di incompletezza. Un sistema che, proprio nelle sue mancanze, rivela tutta la sua unicit\u00e0 e bellezza.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-60593\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9780-scaled.jpg\" alt=\"\" width=\"2560\" height=\"1920\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9780-scaled.jpg 2560w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9780-300x225.jpg 300w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9780-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9780-768x576.jpg 768w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9780-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/IMG_9780-2048x1536.jpg 2048w\" sizes=\"auto, (max-width: 2560px) 100vw, 2560px\" \/><\/p>\n<p>Come gi\u00e0 ampiamente illustrato nel mio precedente libro <em>Arte, Tecnologia e Scienza. Le Art Industries e i nuovi paradigmi di produzione nella New Media Art contemporanea<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\"><strong>[3]<\/strong><\/a><\/em>, il termine \u201cNew Media Art\u201d \u00e8 di per s\u00e9 vettore di complessit\u00e0, che riteniamo ormai consistente per la sua valenza interdisciplinare e che ha come centro nevralgico l&#8217;uso delle tecnologie e la vicinanza con la ricerca scientifica. I sottoinsiemi culturali che si sono generati negli ultimi anni, i vari ambiti disciplinari e i differenti linguaggi espressivi, possono essere considerati come entit\u00e0 singole e paradigmatiche che solo nel loro insieme riescono a descrivere un percorso produttivo che si \u00e8 sviluppato in modo spontaneo e irregolare e che si \u00e8 velocemente diffuso fino a toccare quasi tutto lo scenario creativo contemporaneo. Una serie, questa, di assiomi difficilmente contestabili, per lo meno alla luce di quanto accaduto nel corso degli ultimi vent\u2019anni anni a livello globale. In questo arco di tempo, l&#8217;aspetto tecnologico e quello artistico si sono intrecciati lungo diversi orizzonti che sono diventati veri e propri ambiti di riflessione sui nuovi media in senso ampio: il medium, in altre parole, \u00e8 divenuto contemporaneamente strumento di raccolta, di elaborazione, di produzione e di condivisone dell&#8217;informazione, nonch\u00e9 spazio e oggetto della progettazione stessa. La generazione dei \u201cmediatori\u201d di questa transizione \u2013 molti dei quali, per lo meno in Italia, troverete all\u2019interno di questa pubblicazione &#8211; \u00e8 stata impegnata in un\u2019operazione contemporaneamente di auto apprendimento e di formulazione di parametri di orientamento per individuare le traiettorie del suo movimento, in un continuo rapporto di scambio e permutazione fra conoscenze disciplinari eterogenee. Per raccontare le storie di chi in questo mondo si muove e produce, per agevolare processi conoscitivi, per innescare riflessioni, per facilitare la comprensione di specifici <em>case study<\/em>.<\/p>\n<p>Assodata la validit\u00e0 di tutti questi postulati, \u00e8 anche vero che non saprei dire, a oggi, se questa complessit\u00e0 e vastit\u00e0 di approcci sia stata un punto di forza di Digicult o una sua debolezza. Questa serie di assiomi, di proposizioni culturali che hanno dettato l\u2019unicit\u00e0 del progetto, possono anche essere letti alla luce di un\u2019impossibilit\u00e0 intrinseca di dimostrarne la veridicit\u00e0. O tanto meno la falsit\u00e0. \u00c8 in altre parole Digicult un progetto riuscito? O forse, per sua stessa natura, incompleto? Ha confermato i suoi propositi di partenza? Ci ha donato un lascito facilmente misurabile? Nell\u2019arco della sua esperienza, Digicult non \u00e8 mai diventato &#8211; o non ha mai voluto diventare &#8211; pi\u00f9 di quello che \u00e8 sempre stato. Un progetto fieramente indipendente, lontano dalle mode, ma anche pieno di lacune e imperfezioni. Che ha perso tanti autori nel tempo e tanti ne ha anche trovati. Mai veramente capace di raggiungere una reale stabilit\u00e0 economica e fare il grande salto verso l\u2019olimpo dell\u2019editoria d\u2019arte a livello internazionale. Anche se forse, in questa imperfezione, in questa incompletezza, ha sublimato la sua vera bellezza.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> N. Mullenger, A. Wolfsberger, LabforCulture (a cura di), <em>Cultural Bloggers Interviewed<\/em><em>, <\/em><i><span style=\"font-weight: normal !msorm;\">Metamute Ltd<\/span><\/i>, <i><span style=\"font-weight: normal !msorm;\">Berlino, 2010<\/span><\/i><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Per maggiori informazioni sui Teoremi di Incompletezza di G\u00f6del, si consiglia la lettura della relativa pagina dell\u2019Enciclopedia della Matematica (2013) del sito della Enciclopedia Treccani<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> M. Mancuso, <em>Arte, Tecnologia e Scienza. Le Art Industries e i nuovi paradigmi di produzione nella New Media Art contemporanea, <\/em><i><span style=\"font-weight: normal !msorm;\">Mimesis Edizioni, Milano 2018<\/span><\/i>\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Uno dei quadri pi\u00f9 sconosciuti, ma al contempo iconici, della ricca produzione del pittore austriaco Gustav Klimt \u00e8 formalmente un incompleto. Il ritratto postumo di Maria Munk, una delle ragazze pi\u00f9 in vista della societ\u00e0 viennese di inizio Novecento, morta suicida il 28 dicembre 1911 per una delusione d\u2019amore, \u00e8 invero un\u2019opera incompiuta. 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