{"id":53459,"date":"2018-02-15T11:00:38","date_gmt":"2018-02-15T10:00:38","guid":{"rendered":"http:\/\/digicult.it\/?p=53459"},"modified":"2018-02-21T15:08:51","modified_gmt":"2018-02-21T14:08:51","slug":"projection-video-sculpture-1974-1995","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/articles\/art\/projection-video-sculpture-1974-1995\/","title":{"rendered":"Before Projection: Video Sculpture, 1974-1995"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\"><strong><em>Before Projection: Video Sculpture 1974-1995<\/em><\/strong> fa luce su un corpus di opere nella storia della videoarte che \u00e8 stato in gran parte trascurato fin dai suoi esordi. La mostra esplora le connessioni tra il momento che stiamo vivendo e quello subito prima che la videoarte fosse drammaticamente trasformata dall&#8217;ingresso delle installazioni cinematografiche su larga scala nello spazio della galleria.<\/p>\n<p>La mostra presenta una rivalutazione della scultura a monitor, a partire dalla met\u00e0 degli anni &#8217;70, con un&#8217;indagine puntuale focalizzata su opere esposte raramente negli ultimi vent&#8217;anni, presentando sia artisti canonici sia figure poco conosciute negli Stati Uniti. Fin dalle origini della videoarte, gli artisti hanno indagato le propriet\u00e0 scultoree del televisore, e le possibilit\u00e0 offerte dalla combinazione di pi\u00f9 immagini in movimento l&#8217;una accanto all&#8217;altra.<\/p>\n<p>Gli artisti hanno assemblato i monitor in molteplici configurazioni e pareti video, e dagli anni &#8217;80 in poi, hanno incorporato i televisori in ambienti e ambientazioni architettoniche elaborate. In sintonia con i progressi tecnologici, anche l&#8217;editing e gli effetti video sono diventati via via pi\u00f9 sofisticati.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-53460\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before1.jpg\" alt=\"\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before1.jpg 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before1-300x202.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/p>\n<p>Opere di questo tipo hanno messo in evidenza una serie di problematiche concettuali e tematiche legate al mezzo televisivo: l&#8217;immagine statica e in movimento, la serialit\u00e0, la figurazione, il paesaggio e l&#8217;identit\u00e0. Il peso materiale dello schermo a tubo catodico (prima dell&#8217;avvento dello schermo piatto) ha inoltre ancorato saldamente queste opere allo spazio tridimensionale e alla scultura.<\/p>\n<p><em>Before Projection<\/em> si concentra sul periodo successivo alle primissime sperimentazioni video, prima del definitivo arrivo della video arte nelle gallerie e nei musei &#8211; che coincide con un&#8217;ampia disponibilit\u00e0 di attrezzature per la videoproiezione &#8211; accanto alle opere di pittura e scultura. Collocando la video scultura ben in vista accanto a nastri e proiezioni a schermo singolo, piuttosto che in posizione isolata, questa mostra esalta particolari tipi di opere che sono cadute quasi istantaneamente nell&#8217;oblio a met\u00e0 degli anni &#8217;90, e da allora hanno ricevuto scarsa attenzione critica.<\/p>\n<p>Il video <strong><em>Pong-Pong<\/em><\/strong> di <strong>Ernst Caramelle<\/strong> (1974), creato al <strong>MIT<\/strong> quando l\u2019artista era un membro del <strong>Center for Advanced Visual Studies (CAVS)<\/strong>, esamina la relazione tra il corpo umano e il video registrando una partita di ping-pong, che viene riprodotta su due monitor montati su carrelli AV approssimativamente all&#8217;altezza degli occhi e posizionati di fronte a un tavolo da ping pong \u201creale\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-53461\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before2.jpg\" alt=\"\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before2.jpg 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before2-300x202.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/p>\n<p>La prima installazione video a due canali di <strong>Dara Birnbaum, <em>Attack Piece<\/em><\/strong> (1975), consiste in due monitor posizionati uno di fronte all&#8217;altro. Uno schermo mostra una serie di fotografie di uomini armati di telecamere Super 8 che si intromettono nel campo visivo del fotografo (Birnbaum), mentre quello opposto presenta il filmato ripreso da lei in contemporanea.<\/p>\n<p>Trasferito al video, lo spettatore viene catturato in un campo visivo di attacco che considera l&#8217;apparato della fotocamera, le dinamiche di genere, nonch\u00e9 il rapporto tra celluloide e segnale video elettronico.<\/p>\n<p>Per <strong><em>Equinox<\/em><\/strong> (1979), una meditazione sovversiva sulla natura e sul video,<strong> Mary Lucier<\/strong> ha messo a dura prova la sua videocamera puntandola sul sole per dodici giorni consecutivi, bruciando il tubo da ripresa e lasciando sempre pi\u00f9 segni sulle immagini, poi presentate su sette monitor di dimensioni crescenti montati su piedistalli.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-53462\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before4.jpg\" alt=\"\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before4.jpg 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before4-300x202.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/p>\n<p>In <strong><em>River<\/em><\/strong>, un&#8217;opera che contempla il flusso del segnale elettronico e l&#8217;idea di video come &#8220;realt\u00e0 liquida&#8221;, <strong>Shigeko Kubota <\/strong>(1979-81) monta tre monitor su un canale pieno d&#8217;acqua che riflette le immagini, comprese quelle di se stessa che nuota tra le onde. <strong><em>TV for TV<\/em><\/strong> di <strong>Takahiko limura<\/strong> (1983) compie il gesto umoristico di girare gli schermi di due televisori\u00a0 uno contro l&#8217;altro in modo che il segnale di trasmissione incessante riproduca solo la tecnologia stessa.<\/p>\n<p><strong><em>PAL or<\/em><\/strong> <strong><em>Never the Same Colour <\/em><\/strong>(1988) di <strong>Maria Vedder<\/strong>, un&#8217;opera esposta di rado e che sar\u00e0 ricostruita per la mostra, impiega uno dei primi sistemi di videowall e si interessa dei diversi standard di trasmissione PAL e NTSC stabiliti in Europa e Nord America, considerando le loro implicazioni estetiche e geopolitiche.<\/p>\n<p>Nella sua prima opera <strong><em>Snake River<\/em><\/strong> (1994), <strong>Diana Thater<\/strong>, esponente di una nuova generazione di artisti che lavorano con il video, utilizza tre monitor, ognuno dei quali mostra dei filmati in uno dei tre colori primari rosso, verde o blu, che insieme compongono l\u2019immagine a colori di un monitor CRT.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-53464\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before3.jpg\" alt=\"\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before3.jpg 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/before3-300x202.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/p>\n<p>Questo espediente rende visibile il sistema &#8220;additivo&#8221; di miscelazione del colore, che di solito \u00e8 impercettibile, evidenziando non solo gli standard tecnologici, ma anche i meccanismi della percezione visiva umana. <em>Before Projection: Video Sculpture 1974-1995<\/em> \u00e8 curata da <strong>Henriette Huldisch<\/strong>, direttrice dell&#8217;ufficio mostre presso il <strong>MIT List Visual Arts Centre<\/strong>.<\/p>\n<p>L&#8217;esposizione \u00e8 accompagnata da un catalogo illustrato, curato da Henriette Huldisch con il contributo di <strong>Edith Decker-Phillips ed Emily Watlington<\/strong>, e pubblicato da <strong>Hirmer Verlag <\/strong>in collaborazione con il MIT List Visual Arts Center. La mostra \u00e8 offerta come parte di una partnership tra istituzioni artistiche e scolastiche organizzata per celebrare il ruolo\u00a0 fondamentale che la citt\u00e0 di Boston ha giocato nella storia e nello sviluppo della tecnologia.<\/p>\n<p>Questa partnership \u00e8 stata avviata dall&#8217;<strong>Institute of Contemporary Art\/Boston<\/strong> per realizzare una serie di mostre e programmi collaterali collegati ai temi della mostra dell\u2019ICA <strong><em>Art in the Age of the Internet, 1989 to Today<\/em><\/strong>. La mostra al List Center \u00e8 stata realizzata con il supporto di <strong>Fotene Demoulas e Tom Cot\u00e9, Audrey e James Foster, Jane &amp; Neil Pappalardo, Cynthia &amp; John Reed e Terry &amp; Rick Stone<\/strong>.<\/p>\n<hr \/>\n<p><a href=\"https:\/\/listart.mit.edu\/events-programs\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">https:\/\/listart.mit.edu\/events-programs<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella serie di eventi e programmi collaterali collegati ai temi della mostra all&#8217;ICA Art in the Age of the Internet, 1989 to Today. 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