{"id":49421,"date":"2016-09-09T11:03:26","date_gmt":"2016-09-09T09:03:26","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/?p=49421"},"modified":"2016-10-28T09:55:02","modified_gmt":"2016-10-28T07:55:02","slug":"lawrence-abu-hamdan-the-political-implications-of-sound-and-silence","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/articles\/lawrence-abu-hamdan-the-political-implications-of-sound-and-silence\/","title":{"rendered":"Lawrence Abu Hamdan: le implicazioni politiche del suono e del silenzio"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\"><p><em>Il seguente articolo e intervista \u00e8 stato prodotto e scritto in collaborazione con un&#8217;altra autrice di Digicult: Roberta Busechian<\/em><\/p>\n<p><strong>Lawrence Abu Hamdan<\/strong> \u00e8 un artista, ricercatore e artista classe 1985 nato ad Amman (Giordania) con base attuale a Beirut (Libano). In pochi anni ha fatto parlare molto si s\u00e9 per via della sua ricerca artistica e scientifica pionieristica che analizza da una parte le tecnologie di sorveglianza e le pratiche di ascolto forense (nell\u2019ambito delle udienze legali) e si concentra dall\u2019altra sulla linguistica e fonetica di determinati confronti legali o politici.<\/p>\n<p>Nei suoi lavori audiovisivi si individua l\u2019ascolto come tecnologia politica concreta, e la voce in tutto ci\u00f2 \u00e8 il mezzo per arrivare alla verit\u00e0 legale.<\/p>\n<p>La voce nella linguistica forense \u00e8 l\u2019unico modo per arrivare alla verit\u00e0, e l\u2019esempio che fa l\u2019artista sulle inutili analisi sull\u2019accento dei richiedenti d\u2019asilo \u00e8 una critica sulle svariate lacune all\u2019interno dei forum giuridici, dove scopre molta incompetenza riguardo alle pratiche d\u2019ascolto e registrazione, di cui parla nei video <strong><em>The Freedom of Speech Itself<\/em><\/strong> e <strong><em>The Whole Truth<\/em><\/strong> (entrambi del 2012). Il primo \u00e8 anche il titolo della sua prima esposizione personale tenutasi a Londra, dove attraverso un video di 30 minuti spieg\u00f2 l\u2019applicazione contemporanea della linguistica forense, e tiro in ballo le modalit\u00e0 di analisi dell\u2019accento dei richiedenti d\u2019asilo politico, analizzati dal <strong>Ministero degli Interni<\/strong> per identificare la loro provenienza nazionale.<\/p>\n<p>Recentemente la stessa esposizione \u00e8 stata presentata come installazione sonora con alcuni calchi vocali che illustrano la frequenza e l\u2019ampiezza di due voci che pronunciano la parola \u201cyou\u201d. In questo caso, viene applicata una tecnica cartografica sulla base spettrale della voce, in modo da rappresentare insieme le nozioni di voce e territorio, come critica delle incongruenze legali in merito all\u2019accento.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan2.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-49428\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan2.png\" alt=\"AbuHamdan2\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan2.png 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan2-300x201.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Abu Hamdan<\/strong> \u00e8 ricercatore e docente presso <strong>Forensic Architecture<\/strong> (<a href=\"http:\/\/www.forensic-architecture.org\">http:\/\/www.forensic-architecture.org<\/a>), un\u2019agenzia affiliata al <strong>Goldsmiths College<\/strong> di Londra che esegue ricerche in ambito architettonico e mediatico, a nome di procuratori internazionali, organizzazioni per i diritti umani, gruppi di giustizia ambientali e politici. L\u2019agenzia partecipa attualmente alla <strong>15esima Esposizione Internazionale di Architettura<\/strong> (2016), organizzata da <strong>La Biennale di Venezi<\/strong>a con una mostra dal titolo <strong>\u201cReporting from the Front\u201d.<\/strong><\/p>\n<p>La sua attivit\u00e0 lo ha portato a dover lavorare su un caso molto controverso quando nel maggio 2014 alcuni soldati israeliani durante una sparatoria presso la <strong>West Bank (Palestina)<\/strong> che era sotto occupazione, uccisero due ragazzi. L\u2019organizzazione per i diritti umani <strong>\u201cDefense for Children International\u201d<\/strong> si rivolse all\u2019agenzia di architettura forense e all\u2019artista fu richiesto di indagare con un\u2019analisi audio balistica sul sonoro derivante dagli spari dei soldati per capire se si trattasse di pallottole di gomma, come asserivano i soldati, o fossero proiettili veri.<\/p>\n<p>L\u2019installazione <strong><em>Rubber Coated Steel<\/em><\/strong> che deriva da questa esperienza dell\u2019artista\u00e8 composta soprattutto da un video che rappresenta il tribunale e le vittime, amplificando il loro silenzio, facendo domande su come i diritti vengono ascoltati oggi. Il video \u00e8 stato presentato anche a Milano ad aprile 2016, ospitato dall\u2019<strong>Istituto Svizzero in collaborazione con la libreria RIVIERA<\/strong>. Attualmente \u00e8 visibile presso la <strong>Biennale di Liverpool,<\/strong> che finir\u00e0 ad ottobre 2016.<\/p>\n<p>Le modalit\u00e0 attraverso le quali presenta le proprie ricerche artistiche sono diverse: tra performances, lavori grafici, fotografie, sermoni islamici, composizioni per musicassette,\u00a0saggi e lectures, vi sono anche svariate installazioni audiovisive tra cui <strong><em>Convention of Tiny Movements<\/em><\/strong> (2011) , lavoro commissionato dall\u2019<strong>Armory Show<\/strong> che mima una realt\u00e0 futura in cui le nostre relazioni verso gli oggetti e la parola sono completamente alterati, come lo \u00e8 la paura di essere ascoltati.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan3.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-49429\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan3.png\" alt=\"AbuHamdan3\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan3.png 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan3-300x201.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il fatto di essere continuamente ascoltati, si riversa, in certi suoi interventi , nel suo contrario, ovvero la pratica dell\u2019ascoltare. In un\u2019altra sua installazione del 2014, Tape Echo, riflette l\u2019atto dell\u2019ascoltare che non sembra essere un processo naturale legato alla percezione, bens\u00ec un risultato delle condizioni spazio-temporali del contemporaneo. L\u2019installazione indaga l\u2019architettura sonora del Cairo, prendendo in considerazione l\u2019uso degli abitanti di girare con i propri altoparlanti portatili per le vie della citt\u00e0, ritraendosi uno spazio sonoro personale per isolarsi dal rumore di una delle citt\u00e0 pi\u00f9 rumorose al mondo. Queste sfere sonore personali multiple producono una densit\u00e0 acustica molto elevata nella citt\u00e0. L\u2019artista ha sviluppato Tape Echo attraverso diversi elementi come sermoni islamici registrati su musicassette e usati a loro volta per registrarvi le sonorit\u00e0 della citt\u00e0, presentati in tre installazioni sonore diverse con delle scansioni ottiche delle superfici delle musicassette, che indagano, insieme, la parte ormai evanescente dell\u2019ascolto tradizionale dei sermoni e ricercano le nuove dinamiche sonore della citt\u00e0.<\/p>\n<p><strong>All\u2019interno delle sue multiple sfere d\u2019azione,<\/strong> <strong>Abu Hamdan<\/strong> riesce a far collimare l\u2019estetica dell\u2019artista visivo con delle installazioni sonore che si nutrono di una solida base scientifica, e che probabilmente mirano pi\u00f9 lontano che ad un pubblico di collezionisti e addetti al settore e vogliono sensibilizzare il pubblico a quello che \u00e8 il forte legame tra suono, ascolto, lingua e la politica, in un\u2019era dove la voce \u00e8 diventata uno stetoscopio, soggetta alle accurate analisi della legge, che mira all\u2019interiorit\u00e0 dei suoi soggetti.<\/p>\n<p>I suoi lavori sono stati esposti in molte mostre personali: <strong>\u201cThe Freedom of Speech Itself\u201d<\/strong> (2012) allo Showroom di Londra, UK; <strong>\u201cThe Whole Truth\u201d<\/strong> (2012) al Casco di Utrecht, Paesi Bassi; <strong>\u201cTape Echo\u201d<\/strong> (2013) presso Beirut al Cairo, Egitto; e <strong>\u201cEarshot\u201d<\/strong> (2016) al Portikus di Francoforte, Germania. E\u2019 stato parte anche di mostre collettive come \u201cWord.Sound.Power\u201d (2013) al Tate Modern di Londra, UK; al CAC La Synagogue de Delme, Francia; \u201cHacking Habitat\u201d (2016) Utrecht, Paesi Bassi; \u201cVoices Outside the Echo Chamber\u201d (2016), Framer Framed, Amsterdam, Paesi Bassi. E\u2019 parte del Centre for Research Architecture al Goldsmiths College di Londra, UK, capitanato da Eyal Weizman.<\/p>\n<p>La pratica artistica di <strong>Lawrence Abu Hamadan<\/strong> si \u00e8 sviluppata in maniera coerente intorno alla nozione di ascolto e alle sue varie connotazioni. Se nella prima produzione la sua ricerca era diretta pi\u00f9 verso un\u2019esplorazione dello spazio architettonico e sui modi in cui il nostro agire sonoro definisce quello stesso spazio, nei lavori successivi l\u2019attenzione dell\u2019artista nei confronti del suono si \u00e8 trasformata in un interesse per la voce e l\u2019atto del parlare, come elementi generativi di specifici modi di ascoltare, arrivando anche a considerazioni sulla tecnologia in termini di riappropriazione ed implicazione politica.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan1.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-49424\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan1.png\" alt=\"AbuHamdan1\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan1.png 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan1-300x201.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/a><\/p>\n<p>I lavori iniziali di Lawrence, come <strong><em>Marches<\/em><\/strong> (2008), indagano l\u2019ambiente urbano, intervenendo su di esso in maniera performativa al fine di aumentare la percezione delle sue qualit\u00e0 acustiche: l\u2019architettura viene trattata \u201ccome musica assopita, che si risveglia [\u2026] attraverso l\u2019atto del camminare\u201d<sup><sup>[1]<\/sup><\/sup>. Questo tipo di lavoro propone un modo di navigare specifici spazi dichiarando una presenza che va a ripercuotersi sull\u2019ambiente stesso. Questa presenza \u00e8 determinata dal suono emesso da scarpe realizzate su misura, con tacchi e suole che producono molto rumore nel camminare, permettendo a chi le indossa di essere influenzato a propria volta dalla riflessione del suono che esse producono. <strong><em>Marches<\/em> trasforma il paesaggio sonoro in uno spazio di presenza<\/strong>, o se vogliamo, di rappresentazione; il salto verso spazi dedicati alla voce e verso l\u2019analisi delle voci in relazione al loro ruolo politico \u00e8 stato breve.<\/p>\n<p>La trasformazione della ricerca dell\u2019artista \u00e8 avvenuta durante lo sviluppo del progetto<strong><em> The Freedom of Speech Itself<\/em><\/strong> allo Showroom di Londra nel 2012. Questo ha segnato un punto di svolta nel lavoro di Lawrence, portandolo a concentrarsi su spazi creati specificamente per la produzione e l\u2019ascolto di voci. L\u2019immagine della corte giudiziaria ha giocato un ruolo centrale in ci\u00f2, implicando la nozione e l\u2019azione della voce in contesti giuridici. Allo Showroom l\u2019artista ha tenuto e documentato workshops in cui i partecipanti venivano guidati nell\u2019ambiente della corte giudiziaria, impersonando tutti i ruoli presenti in esso (il microfono, il dattilografo, etc), esercitando diverse modalit\u00e0 di ascolto e di enunciazione.<\/p>\n<p>Un progetto tuttora in corso \u00e8 <em><strong>Aural Contract<\/strong><\/em>, iniziato nel 2010; un archivio audio attivato tramite il <strong>Bosch Ultro Discussion System<\/strong>, uno strumento utilizzato in molte corti giudiziarie, incluso il <strong>Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra<\/strong> e la <strong>Corte Penale Internazionale a L\u2019Aia<\/strong>, per amplificare e trasmettere testimonianze. Questo strumento permette di ascoltare le testimonianze raccolte dall\u2019artista nello stesso modo in cui sono prodotte ed ascoltate nei luoghi dove il sistema viene effettivamente utilizzato. Per selezionare ed ascoltare le tracce disponibili nell\u2019archivio, l\u2019ascoltatore deve pronunciare nel microfono il titolo della traccia cui \u00e8 interessato. Ci\u00f2 significa che la macchina potrebbe anche non riconoscere, ascoltare, o meglio \u201caccettare\u201d, la voce del richiedente, negando quindi l\u2019accesso all\u2019archivio.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan7.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-49430\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan7.png\" alt=\"AbuHamdan7\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan7.png 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan7-300x201.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/a><\/p>\n<p>La corte diventa per l\u2019artista uno degli spazi simbolo di produzione della verit\u00e0, produzione che avviene tramite l\u2019enunciazione di verdetti (etimologicamente: \u201cverit\u00e0\/parola\u201d), e luogo in cui le voci sono ascoltate e giudicate tramite una serie di rituali che si affidano principalmente al linguaggio parlato. Questi rituali rendono \u201cudibili i discorsi legalmente inudibili\u201d<sup><sup>[2]<\/sup><\/sup>, trasformando il parlato in testimonianza, e rendendo la parola responsabile a livello legale. Una doppia duplicit\u00e0 sfocia da questa semplice asserzione: da una parte la differenza tra il diritto alla parola e il diritto al silenzio; dall\u2019altra l\u2019idea che ci\u00f2 che viene ascoltato sia giudicato su un duplice livello: sulla base di ci\u00f2 che viene detto e sul modo in cui il corpo produce ci\u00f2 che viene detto. <strong>Lawrence definisce il primo elemento come \u201cil detto\u201d, e il secondo come \u201cil dire\u201d.<\/strong><\/p>\n<p>Nel primo caso il problema \u00e8 che la libert\u00e0 di parola \u00e8 un diritto umano, mentre il diritto al silenzio non lo \u00e8. Questa discrepanza porta alla luce una malattia della odierna societ\u00e0 dell\u2019ascolto incessante e della parola onnipresente, in cui siamo costantemente forzati ad esprimerci, perch\u00e9, quando manchiamo di esprimerci, attiriamo sospetti; i nostri silenzi potrebbero automaticamente implicare che stiamo nascondendo qualcosa, rendendoci identificabili come una minaccia alla democrazia.<\/p>\n<p>Nella seconda duplicit\u00e0 menzionata sopra \u00e8 importante sottolineare l\u2019idea che se su un livello la parola, la testimonianza, \u00e8 basata sul contenuto pronunciato dalla persona che testimonia, su un altro livello la voce in se stessa diventa passibile di scrutinio legale, a prescindere da ci\u00f2 che dice. In un certo senso il corpo che testimonia si divide in due s\u00e9, estendendo quella nozione di \u201ctestis unis, testis nullus\u201d<sup><sup>[3]<\/sup><\/sup> che implica la mancata validit\u00e0 di una testimonianza, se non corroborata o invalidata da almeno un\u2019altra.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan5.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-49431\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan5.png\" alt=\"AbuHamdan5\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan5.png 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan5-300x201.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Questo interesse per la duplicit\u00e0 della voce come produttrice di linguaggio e, mentre produce linguaggio, anche generatrice di specifici modi di ascoltare, ha condotto Lawrence a diversi progetti, tra cui:<strong><em> ContraDiction: speech against itself<\/em><\/strong> e <strong><em>Conflicted Phonemes<\/em><\/strong> (2012).<\/p>\n<p><strong><em>ContraDiction<\/em><\/strong> (2014) \u00e8 un \u201csaggio audio dal vivo\u201d che affronta l\u2019argomento della duplicit\u00e0 della parola analizzando la nozione di Taqqiya, una componente della giurisdizione islamica praticata da alcune minoranze esoteriche, e che permette ai credenti di nascondere o rinnegare la propria fede, o commettere atti criminali, sotto condizioni di persecuzione o di apolid\u00eca. L\u2019analisi della Taqqyia operata da Abu Hamdan scaturisce dall\u2019osservazione di documentazioni video di presunte conversioni di massa delle comunit\u00e0 Druze nel nord della Siria alla fine del Dicembre 2013, intrecciando queste storie all\u2019identificazione e all\u2019esame di una tradizione tipica dei Druze. Questa tradizione, Taqqiya per l\u2019appunto, implica l\u2019apprendimento della pronuncia impeccabile di tutti i fonemi arabici, creando le condizioni per nascondere la verit\u00e0 nei modi in cui le parole sono pronunciate, offrendo anche l\u2019opportunit\u00e0 di nascondere il silenzio nella parola stessa.<\/p>\n<p>I Druze, come Abu Hamadan spiega in uno dei suoi saggi audio dal vivo, \u00e8 una fede esoterica espressa privatamente, non nelle moschee, e la coesione di questa comunit\u00e0 \u00e8 mantenuta tramite la pratica complessa ed ambigua dell\u2019esenzione politica e della dissimulazione offerta dalla Taqqiya. La Taqqiya implica l\u2019adattamento del linguaggio al ricevente cui ci si rivolge, \u00e8 una pratica vocale che spinge il linguaggio (come contenuto) sullo sfondo, rendendo il rispetto per le parole, per la verit\u00e0 del linguaggio in quanto pronuncia<sup><sup>[4]<\/sup><\/sup>, una modalit\u00e0 di identificazione. Se la pronuncia fonetica di alcune parole non \u00e8 corretta, allora la verit\u00e0 non viene pronunciata, e la Taqqiya sta avendo luogo, nascondendo i credenti sotto lo scudo del linguaggio, e creando anche una contraddizione tra ci\u00f2 che viene detto e come questo viene pronunciato.<\/p>\n<p>Qui un \u201clive audio essay\u201d dell\u2019artista: <a href=\"http:\/\/lawrenceabuhamdan.com\/#\/contra-diction\/\" target=\"_blank\">http:\/\/lawrenceabuhamdan.com\/#\/contra-diction\/<\/a><\/p>\n<p>Nel caso di <strong><em>Conflicted Phonemes<\/em><\/strong> l\u2019analisi della voce ha luogo in relazione ad una specifica situazione sociopolitica, quella delle migrazioni. Le domande dei richiedenti asilo possono essere accettate o rifiutate in base ai loro accenti. In questo caso la voce stessa, come un oggetto che pu\u00f2 essere presumibilmente analizzato attraverso parametri oggettivi, collide con l\u2019idea burocratica di nazione stato, i confini che definiscono la stessa, e la conseguente nozione di nazionalit\u00e0. I metodi applicati per il riconoscimento degli accenti non sono affatto scientifici, nonostante siano rivendicati come tali, e non riescono ad ammettere le qualit\u00e0 palinsestiche delle voci che analizzano, vale a dire: la storia stratificata e complessa dei movimenti e delle contaminazioni che una voce ha operato e subito durante la sua vita.<\/p>\n<p>Una voce \u00e8 una biografia di movimenti, non un elemento di identificazione statica di appartenenza nazionale. Ci\u00f2 \u00e8 vero soprattutto per quelle persone che vivono vite itineranti, e che sono nella maggior parte dei casi costrette a nascondere il proprio accento per ragioni di sopravvivenza. <strong><em>Conflicted Phonemes<\/em><\/strong> esiste sotto forma di mappe, che mostrano le relazioni tra accenti, luoghi di nascita, scambi culturali, migrazioni, e le politiche e le tecnologie progettate per valutare questi elementi, legando un accento, una voce, ad una categoria statica, quella di nazionalit\u00e0.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan9.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-49434\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan9.png\" alt=\"AbuHamdan9\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan9.png 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan9-300x201.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/a><\/p>\n<p>La preoccupazione nei confronti della voce, insieme alla moltiplicazione di strumenti che ci ascoltano costantemente, \u00e8 stata supportata da una serie di incontri ed interviste dell\u2019artista ad esperti in analisi della voce, propagazione sonora, e registrazioni. <strong>L\u2019artista cita uno tra tutti, Peter French<\/strong>, esempio della pratica contemporanea che si occupa di disseminare ed analizzare le voci come oggetti che si trovano nel cuore della pratica giuridica, come prova, come testimonianza, come parte di un rituale che poggia sul fatto che, per essere efficace, la legge deve \u201cessere pronunciata e deve essere ascoltata\u201d<sup><sup>[5]<\/sup><\/sup>.<\/p>\n<p>Non lontano dalla voce, ma tangente ai paesaggi sonori e alla ossessione per l\u2019ascolto, possiamo citare A convention of tiny movements, un progetto presentato all\u2019<strong>Armory Show 2015<\/strong>. Questo lavoro, secondo l\u2019artista, mostra il possibile futuro prossimo dell\u2019ascolto. Il suo punto di partenza \u00e8 stata una ricerca del <strong>MIT<\/strong>, che mostra come sia possibile registrare discorsi e suoni attraverso dati catturati da videocamere ad alta velocit\u00e0 ed emessi da oggetti posti in vibrazione. Ci\u00f2 significa che quando uno specifico materiale viene fatto vibrare da un suono, \u00e8 capace di registrare uno specifico suono, come se fosse una sorta di microfono visivo. Sembra una immagine distopica per il nostro futuro, ma la posizione di Lawrence nei confronti di essa \u00e8 basata sull\u2019idea che tali tecnologie debbano essere oggetto di riappropriazione da parte della gente comune, e che si debba partecipare nello svilupparle, invece di relegare lo sviluppo e l\u2019uso di esse dal solo <strong>MIT in conversazione con la NSA<\/strong>, ad esempio.<\/p>\n<p>Parte dell\u2019intervento dell\u2019artista all\u2019Armory Show \u00e8 stato un certo numero di buste di patatine distribuite durante la fiera. Sui pacchetti era stampato un testo che spiegava la ricerca del MIT secondo cui, come abbiamo detto, il suono pu\u00f2 essere recuperato da certi materiali, rendendo un oggetto insospettabile complice del gigantesco apparato di sorveglianza che ci circonda, soprattutto in un contesto fieristico dove trattazioni e discussioni avvengono quasi sussurrando.<\/p>\n<p>In questo stato di sorveglianza costante, secondo l\u2019artista, non abbiamo bisogno di eliminare e distruggere gli strumenti usati per ascoltarci. Dovremmo invece moltiplicarli, ed usarli per ascoltare chi ci ascolta, per poi utilizzarli come strumenti di intervento politico. Nella nostra attuale era la trasparenza totale \u00e8 considerata come fondamento della democrazia, ma dobbiamo riconoscere che, nonostante il nostro diritto alla parola sia ancora intatto, le condizioni sotto cui veniamo ascoltati sono cambiate. Abbiamo bisogno di pi\u00f9 ascolto, dobbiamo ascoltare a nostra volta, dato che la verit\u00e0 che viene estrapolata dalle registrazioni che ci riguardano sar\u00e0 sempre parziale, e mancher\u00e0 sempre di riconoscere importanti pezzi e frammenti necessari e cruciali per rendere quella verit\u00e0 completa, vale a dire: complessa e stratificata.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan6.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-49433\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan6.png\" alt=\"AbuHamdan6\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan6.png 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan6-300x201.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/a><\/p>\n<p>L\u2019esempio pi\u00f9 recente di questo modo di pensare \u00e8 dato da <em><strong>Rubber Coated Steel<\/strong><\/em>, un lavoro presentato &#8211; come detto in precedenza &#8211; durante la mostra &#8220;Earshot&#8221; al Portikus di Francoforte, ed ora alla Biennale di Liverpool. Il caso su cui <em>Rubber Coated Steel<\/em> si basa &#8211; come gi\u00e0 descritto &#8211; \u00e8 l\u2019omicidio di Nadeem Nawara e Mohamad Abu Daher ad opera di soldati israeliani lungo la West Bank. Dopo l\u2019omicidio, l\u2019organizzazione <strong>Defence for Children International<\/strong>, ha contattato <strong>Forensic Architecture<\/strong>, che ha le sue basi al Goldsmiths di Londra, e di cui l\u2019artista fa parte.<\/p>\n<p>Il video presentato nella mostra \u00e8 un video silenzioso. I suoni da cui questo lavoro ha preso le mosse sono evocati dalla trascrizione di una interrogazione giudiziaria, in cui viene discussa l\u2019analisi forense degli spari. Non sentiamo nessuna voce, nessun suono, vediamo solo materiale visivo presentato tramite un meccanismo che richiama i poligoni di tiro, e che raccontano una storia mentre rendono chiara la differenza tra il suono di una pallottola di gomma e il suono di munizioni vere mascherate da pallottole di gomma. Metallo coperto di gomma, come dice il titolo.<\/p>\n<p>La stratificazione della costruzione della verit\u00e0 \u00e8 qui sviluppata in modo narrativo, combinando immagini e parole scritte. Il silenzio che ascoltiamo \u00e8 un silenzio non ammesso nella nostra contemporaneit\u00e0, ma soprattutto, come Lawrence mi ha detto citando Edward Said, ci\u00f2 che non viene ascoltato quando si tratta di rappresentare o parlare dei popoli che vivono in Medio Oriente.<\/p>\n<p>\u201cMi sembrava davvero che il miglior modo per parlare di questo caso fosse da un contesto di silenzio e dalla questione della soppressione del suono&#8221; &#8211; <strong>dice\u00a0 Lawrence Abu Hamdan<\/strong> &#8211; &#8220;Tutto, in questo caso, \u00e8 ritornato alla domanda su come i suoni siano filtrati, soppressi, e come queste azioni riflettano anche un argomento pi\u00f9 ampio che riguarda le voci che riescono a scivolare verso l\u2019udibilit\u00e0, il problema del contesto legale, di un processo legale. Propongo una scenografia molto diversa per quegli eventi che sono accaduti. In un certo senso, anche se non si vede la realt\u00e0 di ci\u00f2 che \u00e8 successo, ossia il momento in cui quelle persone vengono uccise, \u00e8 possibile vedere un\u2019altra realt\u00e0, una che permette all\u2019evento vero di emergere. Il video \u00e8 stato ispirato da un discorso postcolonialista in cui Edward Said, ad esempio, dice in Orientalismo, riguardo le persone dell\u2019Oriente: non si tratta di dar loro voce, si tratta di fatto di ascoltare i loro silenzi\u201d.<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/player.vimeo.com\/video\/157655639?portrait=0\" width=\"759\" height=\"427\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<p><strong>Lawrence ha analizzato i suoni degli spari<\/strong> utilizzando programmi disponibili a chiunque produca musica o faccia il deejay, mettendo in secondo piano la nozione di esperienza, portando invece in primo piano l\u2019importanza di riprogettare, di dare nuovi obiettivi agli strumenti che abbiamo a disposizione nelle industrie creative. La sua modalit\u00e0 di ricerca rifiuta gli strumenti classici della critica, implicandosi in prima persona nelle storie che analizza, utilizzando le tecnologie a sua disposizione, insieme alla preparazione artistica, per produrre un risultato estetico capace di far collassare la relazione tra estetica e politica. Per Abu Hamdan qualsiasi tipo di estetica pu\u00f2 avere implicazioni ed impatto politici, come anche conseguenze critiche. Le pratiche estetiche possono produrre narrative.<\/p>\n<p>Nel caso di <strong><em>Rubber Coated Steel<\/em><\/strong>, il lavoro \u00e8 esistito inizialmente come relazione per i Diritti Umani. Quando invece \u00e8 diventato un video, l\u2019artista \u00e8 stato capace di dire tutto quello che non aveva potuto esprimere in un rapporto ufficiale. L\u2019idea che emerge dalle immagini del video, ossia l\u2019idea che gli spari portino con s\u00e9 una certa verit\u00e0, genera non solo una critica della verit\u00e0 stessa, ma anche della nozione stessa di diritti umani. L\u2019installazione funziona come un altro tipo di relazione, che rappresenta qualcosa di molto diverso dal rapporto ufficiale scritto.<\/p>\n<p><strong>Lawrence Abu Hamdan:<\/strong> \u201cNella West Bank stavano sparando munizioni vere, ed entrambi gli adolescenti sono stati uccisi da munizioni vere. Tuttavia, i soldati hanno coperto e soppresso il suono delle munizioni mettendo all\u2019estremit\u00e0 dei loro fucili un adattatore per pallottole di gomma. A livello visivo, sembrava stessero sparando pallottole di gomma, e anche a livello sonoro, sembrava che stessero sparando pallottole di gomma, fatta eccezione per un dettaglio: gli spari hanno di fatto rotto la barriera del suono, c\u2019\u00e8 uno schiocco, un suono alto ed acuto, che non \u00e8 presente quando una pallottola di gomma viene sparata. Con mia totale sorpresa mi sono accorto che i suoni non erano n\u00e9 quelli di pallottole di gomma n\u00e9 quelli di munizioni vere, ma qualcosa nel mezzo, una sorta di amalgama dei due. Questi suoni, nell\u2019essere analizzati, mi hanno insegnato che la questione non riguarda l\u2019uso di armi letali contro l\u2019uso di armi non letali, ma riguarda il modo in cui l\u2019idea di violenza non letale permetta alla pi\u00f9 brutale violenza di emergere. Il dibattito \u00e8 stato quindi mosso contro le pallottole di gomma, perch\u00e9 \u00e8 la legge internazionale ad ammetterle, provvedendo anche a fornire un alibi per l\u2019uso di munizioni vere con fucili camuffati con adattatori per munizioni di gomma. Ed \u00e8 l\u00ec: quello schiocco, da cui si diramano tutte queste implicazioni politiche. E\u2019 stato difficile per me ascoltarlo, davvero non riuscivo a sentirlo. Potevo discernere la differenza solo visualizzando i suoni. Questo \u00e8 il motivo per cui ho prodotto degli spettrogrammi. In termini estetici \u00e8 interessante notare come io non potessi ascoltare ci\u00f2 che era possibile ascoltare solamente tramite la vista. E per tornare all\u2019idea di esperienza: i veri esperti sono quei ragazzi sul campo, che nel momento in cui i soldati iniziano a sparare riescono a capire che tipo di armi stiano usando, e quali munizioni. Possono valutare in maniera forense dal suono stesso; quelle persone, soggette a quei suoni ogni giorno, sono i veri esperti. Il loro udito \u00e8 una strategia di sopravvivenza. Tuttavia, il fatto che questi suoni siano divenuti visibili \u00e8 stato importante. Queste sono immagini forti che sono circolate molto pi\u00f9 di quanto un suono non potesse fare, e sono finite anche sulla CNN. Queste grafiche erano un modo di comunicare l\u2019evento, e ci\u00f2 \u00e8 accaduto totalmente al di fuori dell\u2019idea di esperienza\u201d.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 fa emergere la questione di come un artista si implichi nel proprio lavoro, e di come riesca a gestire le conseguenze politiche del lavoro stesso. Ma per Lawrence la posizione dell\u2019artista \u00e8 importante, e considera la galleria uno spazio molto produttivo, specie a livello legale, essendo uno degli ultimi spazi dove \u201cnon sei responsabile, dove ci\u00f2 che dici non implica responsabilit\u00e0 legale\u201d.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan8.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-49432\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan8.png\" alt=\"AbuHamdan8\" width=\"759\" height=\"510\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan8.png 759w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/AbuHamdan8-300x201.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 759px) 100vw, 759px\" \/><\/a><\/p>\n<p>E\u2019 uno spazio dove possono essere prodotte specifiche condizioni d\u2019ascolto, facilitando i modi in cui suoni e voci debbano essere ascoltati, reinventando e ridefinendo ci\u00f2 che costituisce la parola stessa. E\u2019 un ulteriore sistema di produzione di verit\u00e0, e Lawrence sembra navigare tra tutti i sistemi che incontra e che utilizza in maniera molto consapevole.<\/p>\n<p><strong>Abu Hamdan \u00e8 anche consapevole che la verit\u00e0 viene prodotta<\/strong>, specie a livello della legge internazionale, da un universo bianco e maschile, che ha le proprie radici nel progetto universalista moderno, che ha causato, tra gli altri, colonialismi e genocidi. La questione della verit\u00e0, della verit\u00e0 legale, in tutti i suoi contesti, \u00e8 ancora un agente colonizzatore, uno dei modi principali in cui il colonialismo occidentale persiste non solo nel medio Oriente ma anche in molti altri contesti.<\/p>\n<p>La formula per la produzione di verit\u00e0 si articola in elementi come testimonianza, confessione, giuramento, ed \u00e8 applicata in contesti in cui \u00e8 pi\u00f9 che probabile che altri modi di capire e produrre verit\u00e0 siano usati.<\/p>\n<p>In un\u2019era in cui l\u2019ascolto algoritmico e la libert\u00e0 di parola sono usate come armi contro le persone, dovremmo considerare fino a che punto i nostri modi di produrre la verit\u00e0, anche la verit\u00e0 legale, siano ancora validi. Lawrence Abu Hamdan rivendica lo spazio offerto dalle pratiche estetiche per suggerire modi in cui possiamo implicarci negli argomenti che critichiamo e contestiamo, per poter recuperare quella possibilit\u00e0 di azione politica che non pu\u00f2 esserci restituita, ma va ripresa attraverso la costituzione di nuovi propositi per gli strumenti che abbiamo a disposizione.<\/p>\n<hr \/>\n<p><a href=\"http:\/\/lawrenceabuhamdan.com\/\">http:\/\/lawrenceabuhamdan.com\/<\/a><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.portikus.de\/en\/exhibitions\/199_earshot\">http:\/\/www.portikus.de\/en\/exhibitions\/199_earshot<\/a><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.biennial.com\/2016\/exhibition\/artists\/lawrence-abu-hamdan\">http:\/\/www.biennial.com\/2016\/exhibition\/artists\/lawrence-abu-hamdan<\/a><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.forensic-architecture.org\/exhibition\/reporting-front\/\">http:\/\/www.forensic-architecture.org\/exhibition\/reporting-front\/<\/a><\/p>\n<p><strong>Note:<\/strong><\/p>\n<p><em><sup><strong><sup>[1]<\/sup><\/strong><\/sup><\/em> Lawrence Abu Hamdan, booklet del progetto Marches, pag.3 <a href=\"http:\/\/www.thewire.co.uk\/files\/pdf\/marching.pdf\">http:\/\/www.thewire.co.uk\/files\/pdf\/marching.pdf<\/a><\/p>\n<p><em><sup><strong><sup>[2]<\/sup><\/strong><\/sup><\/em> Lawrence Abu Hamdan, Aural Contract: Forensic Listening and the Reorganization of the Speaking Subject , Cesura\/\/Acceso, p.204<\/p>\n<p><em><sup><strong><sup>[3]<\/sup><\/strong><\/sup><\/em> \u201cun solo testimone non ha alcun valore\u201d<\/p>\n<p><sup><sup>[4]<\/sup><\/sup> Il linguaggio, per una fede i cui testi sacri sono scritti nella lingua che viene parlata correntemente all\u2019interno delle comunit\u00e0 che la praticano, viene visto come ulteriore modalit\u00e0 di esistenza del mondo, e non semplicemente una rappresentazione di esso.<\/p>\n<p><em><sup><strong><sup>[5]<\/sup><\/strong><\/sup><\/em> Lawrence Abu Hamdan, Aural Contract: Forensic Listening and the Reorganization of the Speaking Subject , Cesura\/\/Acceso, p.204<\/p>\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p class=\"qtranxs-available-languages-message qtranxs-available-languages-message-it\">Ci spiace, ma questo articolo \u00e8 disponibile soltanto in <a href=\"https:\/\/digicult.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/49421\" class=\"qtranxs-available-language-link qtranxs-available-language-link-en\" title=\"English\">English<\/a>.<\/p>\n","protected":false},"author":11,"featured_media":49422,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[239,308],"tags":[29,39,53],"class_list":["post-49421","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-articles","category-sound","tag-audiovideo","tag-electronic-music","tag-interviews","agenda-2016-09"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v22.4 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Lawrence Abu Hamdan: the political implications of sound and silence<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Lawrence Abu Hamdan is an artist, researcher. 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