{"id":10914,"date":"2011-11-07T12:00:00","date_gmt":"2011-11-07T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-069\/designing-complexity-remarks-about-design-modeling-symposium\/"},"modified":"2020-11-02T17:18:38","modified_gmt":"2020-11-02T16:18:38","slug":"designing-complexity-remarks-about-design-modeling-symposium","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/design\/designing-complexity-remarks-about-design-modeling-symposium\/","title":{"rendered":"Designing Complexity. Riflessioni Sul Design Modeling Symposium"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">Lo psicologo canadese<strong> Laurence J. Peter<\/strong> ha scritto: \u201cAlcuni problemi sono cos\u00ec complessi da richiedere una grande intelligenza ed informazione anche solo per essere indecisi al riguardo\u201d.<\/p>\n<p>Il design contemporaneo si adatta alla perfezione a questa definizione: le conseguenze dell\u2019information technology nei grandi sistemi architettonici incrociano grandi moli di dati digitali con nuove metodologie progettuali e rivoluzionarie tecniche di produzione materiale. La terza edizione del<strong> Design Modelling Symposium<\/strong> che si \u00e8 tenuta a Berlino tra il 7 e il 12 Ottobre 2011 presso la <strong>Universit\u00e4t der K\u00fcnste Berlin (UDK)<\/strong>, \u00e8 stata un osservatorio privilegiato sulla sfida che stanno affrontando ricercatori e progettisti degli ambiti pi\u00f9 diversi per il controllo di questi sistemi complessi.<\/p>\n<p>In due giorni di <em>workshops, lectures<\/em> e <em>master classes,<\/em> i partecipanti hanno potuto mettere le mani direttamente su alcune delle metodologie pi\u00f9 avanzate del design digitale, guidati da esponenti di istituzioni, aziende e gruppi di ricerca di punta come <strong>Autodesk, Buro Happold, Live Architecture Network, Institute for Advanced Architecture of Catalonia, Princeton University, Evolute GmbH<\/strong>. I successivi tre giorni di conferenza, densissimi, hanno visto l\u2019avvicendarsi di molti dei principali teorici e progettisti del parametric design, tra cui<strong> Robert Aish (Autodesk), Enrico Dini (D-Shape), Neil Katz (SOM), Arnold Walz (Design to Production), David Rutten (Mc Neel).<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-02.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-39261\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-02.png\" alt=\"numero69_Designing Complexity 02\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-02.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-02-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Invitati come osservatori da <strong>Joannis Zonitsas<\/strong>, uno dei curatori del simposio insieme a <strong>Christoph Gengnagel e Norbert Palz<\/strong>, abbiamo dovuto affrontare una lunga discussione prima di decidere di organizzare questo articolo come un dialogo. Un report tradizionale non avrebbe avuto molto senso, perch\u00e9 non sarebbe stato in grado di rendere la complessit\u00e0 scaturita dai quasi quaranta appuntamenti del simposio.<\/p>\n<p>Per Digimag, abbiamo preferito riprendere alcuni temi centrali del Symposium, leggendoli attraverso delle lenti non strettamente specialistiche e mettendo a frutto la differenza di punti di vista tra un sociologo (Bertram) che si occupa delle implicazioni sociali delle tecnologie digitali ed una designer (Sabina) che sta affrontando una mappatura delle metodologie di digital design.<\/p>\n<p><strong>Bertram Niessen:<\/strong> Una delle cose che mi ha colpito di pi\u00f9 nel Symposium \u00e8 il parallelismo tra la nuova centralit\u00e0 dei dati nella produzione materiale e le trasformazioni generali della societ\u00e0 dell\u2019informazione. E\u2019 un passaggio sul quale sto gi\u00e0 riflettendo da tempo per quello che riguarda l\u2019artigianato digitale e la produzione materiale peer-to-peer, ma non avevo mai realizzato appieno che fosse in atto anche nell\u2019architettura.<\/p>\n<p>La nuova centralit\u00e0 dell\u2019informazione \u00e8 uno dei principali cambiamenti nei sistemi sociali, culturali e produttivi, nei quali \u00e8 divenuto possibile raccogliere dati quantitativi e qualitativi tramite strumenti radicalmente nuovi, dai social network a sensori di ogni genere. Le API (Application Programming Interface) rendono possibile lo scambio in tempo reale di dati tra una molteplicit\u00e0 di piattaforme e programmi in parti diverse del mondo.Inoltre, librerie di oggetti per la programmazione rendono sempre pi\u00f9 accessibile l&#8217;analisi e la progettazione tramite software, aprendo continuamente nuovi scenari anche a quelle categorie (artisti, designer, ricercatori) non tradizionalmente deputate ad operare con l&#8217;informatica.<\/p>\n<p>Cos\u00ec come le API facilitano lo scambio tra programmi diversi, nuove concezioni della <em>User Interface<\/em> stanno rivoluzionando il modo in cui gli esseri umani possono intervenire sulle macchine, mutando i modelli cognitivi della progettazione e della produzione.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-03.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-39262\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-03.png\" alt=\"numero69_Designing Complexity 03\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-03.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-03-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Questi cambiamenti sono probabilmente pi\u00f9 evidenti nel campo dell&#8217;immateriale, perch\u00e9 l&#8217;utilizzo diffuso dei <em>social network <\/em>ci sta rendendo consapevoli dell\u2019onnipresenza dei dati e della loro complessit\u00e0. Ma anche la produzione materiale sta divenendo sempre pi\u00f9 &#8220;data centered&#8221;: il design parametrico e computazionale prende in considerazione grandi moli di dati e li tratta con metodologie della complessit\u00e0 nuove.<\/p>\n<p>In questo caso, il cambiamento in corso \u00e8 molto meno evidente: a livello sociale, siamo abituati a considerare la produzione materiale come un dato scontato, una serie di processi che si materializzano in oggetti e architetture verso le quali esercitiamo un livello di critica e consapevolezza molto minore.<\/p>\n<p>Per me il Symposum \u00e8 stato sostanzialmente questo: sollevare il &#8220;Velo di Maya&#8221; che nasconde ai non addetti ai lavori la trasformazione in corso tra dati e produzione materiale.<\/p>\n<p>La lecture <em>Modelling Hyperboloid Sound Scattering<\/em> di <strong>Jane Burry<\/strong>, ad esempio, \u00e8 stata una dimostrazione affascinante di come la realizzazione di prototipi per la dispersione nel suono negli auditori musicali possa essere affrontata mettendo in relazione analisi computazionale, grandi moli di dati e manifattura digitale. Si tratta di pratiche diffuse gi\u00e0 da qualche anno nel mondo dell\u2019ingegneria e dell\u2019architettura avanzate, ma che per un osservatore esterno offrono delle visioni quasi \u201cmagiche\u201d di come l\u2019informazione stia prendendo una forma materiale nel mondo fisico.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-04.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-39263\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-04.png\" alt=\"numero69_Designing Complexity 04\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-04.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-04-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong> Sabina Barcucci:<\/strong> Questo non \u00e8 che una parte una parte delle innovazioni tecnologiche portate dall&#8217;architettura parametrica. Guardando oltre le caratteristiche esteriori o tecnologiche che conferiscono alla produzione materiale, emerge la centralit\u00e0 che il processo ha acquisito nel design contemporaneo.<\/p>\n<p>Nella pratica, questa centralit\u00e0 \u00e8 la conseguenza di una necessit\u00e0 legata al livello di complessit\u00e0 reso possibile dalle nuove tecnologie. Da un lato ci sono le collaborazioni distribuite nei quali gruppi geograficamente dislocati lavorano tramite web a uno stesso progetto di grande scala (nominalmente <em>large-scale concurrent design<\/em>), dove la domanda di aggiornamenti e interrelazione non potrebbe funzionare con strumenti standard. Queste richiedono l&#8217;uso di <em>tools<\/em> gestionali che parlano la stessa lingua della complessit\u00e0 che gestiscono, innescando una multi-paternit\u00e0 allargata del manufatto finale.<\/p>\n<p>Un altro elemento discriminante la nuova architettura dalla \u201cvecchia\u201d \u00e8 l\u2019ottimizzazione. Si parla di <em>Building Information Modeling<\/em> (BIM), cio\u00e8 di forme e strutture che sono governate da dati numerici, sui quale \u00e8 umanamente difficile esprimere una preferenza oggettiva, se non sugli aspetti prettamente estetici.<\/p>\n<p>E&#8217; difficile dire cosa funziona meglio tra una facciata ottimizzata rispetto al consumo energetico dei suoi comparti e un sistema che ne ottimizza in percentuale maggiore la riduzione dell&#8217;ombra che l&#8217;architettura genera sul contesto in cui dovr\u00e0 installarsi. Queste decisioni si basano quasi completamente sulla totalit\u00e0 degli aspetti legati alla grande mole di dati interconnessi su cui si basa un\u2019architettura <em>BIM<\/em>. La sua valutazione \u00e8 possibile solo attraverso softwares che ne possano cogliere la totalit\u00e0 degli effetti.<\/p>\n<p>Lo scenario \u00e8 quello di un pacchetto software che gestisce gli individui e la complessit\u00e0 dei contenuti progettuali e di fabbricazione, unito ad un\u2019altra piattaforma in grado di valutare la totalit\u00e0 del manufatto, indirizzandolo di volta in volta lungo tutto il processo. Qui sta la nuova centralit\u00e0 del processo di cui parlavo all\u2019inizio. Lo sforzo pi\u00f9 grande \u00e8 quello di tenere insieme lo sciame di dati, individui e aggiornamenti che danno vita a un manufatto.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-05.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-39264\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-05.png\" alt=\"numero69_Designing Complexity 05\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-05.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-05-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong> Bertram Niessen:<\/strong> Il tema del Symposium di quest\u2019anno era \u201cComplexity and Responsibility \u2013 Computational Processes and the Physical Production of Space\u201d. Purtroppo non abbiamo potuto seguire tutte le giornate dell\u2019incontro, ma leggendo i paper contenuti negli atti, mi \u00e8 rimasto un dubbio pressante. Quando guardo agli sviluppi del design computazionale lo faccio con una sensazione ambivalente: da un lato sono entusiasta per le possibilit\u00e0 apparentemente infinite, dall\u2019altra continuo ad avere il timore che l\u2019iper-specializzazione possa portare ad una nuova forma di miopia riguardo al senso complessivo della produzione architettonica. Osservando le pratiche di comunit\u00e0 del design digitale nelle reti non mancano esempi incoraggianti di sguardi ecologici, ma in generale sembra che il focus sia pericolosamente sbilanciato sulla performance.<\/p>\n<p>Per questo credo che il rapporto tra prevedibilit\u00e0, controllo e responsabilit\u00e0 stia assumendo un ruolo del tutto nuovo nel campo del design parametrico. La figura del designer che lavora con metodologie computazionali si sta spostando sempre pi\u00f9 verso l\u2019ingegneria. E\u2019 sicuramente un processo interessante, che fa convergere saperi disciplinari diversi, nel quale nuovi software e metodologie facilitano l\u2019integrazione del pensiero \u201cvisivo\u201d dell\u2019architetto e di quello numerico dell\u2019ingegnere.<\/p>\n<p>Tuttavia, per chi viene dalle discipline sociali, politiche e filosofiche \u00e8 sempre stato difficile rapportarsi con l\u2019idea di responsabilit\u00e0 che sembra implicita in alcuni approcci alla professione dell\u2019ingegnere: \u201cresponsabilit\u00e0\u201d sembra venire tradotta con \u201cqualit\u00e0\u201d, un impegno deontologico verso il committente, al quale bisogna fornire il prodotto con la migliore performance possibile, facendo passare in secondo piano le implicazioni ecologiche in senso lato. In questa visione manca la dimensione politica, sociale ed olistica della reponsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Ovviamente non si tratta di un problema di cattiva coscienza, quanto della difficolt\u00e0 in progetti complessi di cogliere la portata sistemica del proprio lavoro. Ecco, mi chiedo quanto l\u2019ingegnerizzazione di alcune pratiche legate al design parametrico non corra il rischio di incentrare tutta l\u2019attenzione sulla qualit\u00e0 del prodotto, diminuendo le possibilit\u00e0 di una visione ecologica.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-06.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-39265\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-06.png\" alt=\"numero69_Designing Complexity 06\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-06.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-06-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong> Sabina Barcucci:<\/strong> A questo riguardo c&#8217;\u00e8 da precisare un aspetto: l\u2019ottimizzazione della performance non \u00e8 unicamente sinonimo di impegno deontologico con la committenza. Molto pi\u00f9 frequentemente la performance costituisce il metro di misura della sostenibilit\u00e0 del progetto architettonico.<\/p>\n<p>Le strutture<em> freeform<\/em>, calcolabili solo con software parametrici, possono essere costruite con molto meno materiale di quelle standard; i processi di ottimizzazione permettono di operare un&#8217;ulteriore riduzione della materia. Oppure, \u00e8 possibile parametrizzare la quantit\u00e0 di materiale anche in base al trasporto su ruote che la costruzione pu\u00f2 generare, e lavorare su quello ottimizzandone il trasporto. Anche questa \u00e8 sostenibilit\u00e0. Teoricamente si pu\u00f2 riuscire a lavorare con maggiore facilit\u00e0 su moltissimi parametri che implicano una riduzione di costi, materiale e consumi, con una filosofia del &#8220;more with less&#8221;.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo, non a tutti i livelli \u00e8 possibile veder affiorare scenari di innovazione sostenibile. Queste grandi macchine collaborative hanno generato iper-specializzazioni professionali arricchendo lo scenario professionale con consulenti, progettisti, costruttori, fabbricanti, coordinatori e molte altre figure nuove. E\u2019 ancora poco chiaro come costruire una regia del processo che veramente tenga conto dei parametri sostenibili qualitativi. Se le macchine collaborative lavorano con visioni parziali, non \u00e8 conseguente che il risultato finale possieda qualit\u00e0 veramente olistiche. Sebbene la selezione di dati che si mettono in gioco nel processo del <em>BIM<\/em> abbia una base qualitativa, il prodotto finale maneggiato da centinaia di mani e cervelli difficilmente riesce a tenere un indirizzo rigido e controllato.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 un grande margine di non prevedibilit\u00e0 che scaturisce dal fatto che solo le singole fasi ultra-specializzate del processo progettuale e costruttivo sono controllate in maniera tecnologicamente avanzata. Questo rimette in discussione il discorso che facevo prima sull\u2019affidabilit\u00e0 del software come strumento di valutazione, e lascia aperte diverse domande su come costruire una coscienza della responsabilit\u00e0 del progetto. Le metodologie parametriche configurano uno scenario post-autoriale dell&#8217;architettura: nel momento in cui un progetto ha un network di autori, in definitiva non ne ha nessuno e le figure di riferimento a cui attribuire responsabilit\u00e0 diventano vaghe.<\/p>\n<p>Credo che questo generer\u00e0 delle forme di organizzazione professionale e di coordinamento diverse, alla quale le figure professionali dovranno adeguarsi. Lo storico dell\u2019architettura Mario Carpo, ad esempio, sostiene che la figura dell&#8217;architetto rischia di estinguersi, come la carta stampata o i rullini fotografici.<strong> [1]<\/strong><\/p>\n<p>Non ritengo questa visione particolarmente drammatica: la figura dell&#8217;architetto \u00e8 comunque in una posizione critica da troppo tempo, e una radicale revisione dei suoi compiti e responsabilit\u00e0 &#8211; che lo trasformi in un attore di un processo allargato \u2013 \u00e8 una mutazione auspicabile.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-07.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-39266\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-07.png\" alt=\"numero69_Designing Complexity 07\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-07.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-07-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong> Bertram Niessen:<\/strong> Per concludere \u00e8 interessante provare a fare il punto su una questione sulla quale discutiamo assieme da anni. Per chi viene dall\u2019arte elettronica, molte estetiche e metodologie del design parametrico non sono qualcosa di nuovo. Lo sviluppo di gruppi di tipologie geometriche a partire dal codice, l\u2019organizzazione evolutiva delle forme, la trasformazione secondo gradi di libert\u00e0 controllata sono alla base dell\u2019opera di molti artisti importanti, da<strong> Golan Levin<\/strong> a <strong>Marius Watz<\/strong> (e, se \u00e8 per questo, di tutti gli autori trattati nel libro che abbiamo recensito assieme l\u2019anno scorso, <em><strong>Form+Code<\/strong><\/em>). <strong>[2]<\/strong><\/p>\n<p>Tuttavia, credo che la somiglianza delle forme ottenute con processi simili, tenda a generare degli equivoci sul rapporto tra forma e funzione. Gli artisti digitali possono permettersi di ignorare molti aspetti funzionali della forma, e quindi tendono a dare poco peso agli sforzi progettuali in questo senso. Allo stesso tempo, nei non addetti ai lavori, le forme parametriche tendono a generare uno <em>\u201c<\/em>wow effect<em>\u201d<\/em> che pone eccessivamente in secondo piano tutti gli altri aspetti.<\/p>\n<p>Questi due elementi (l\u2019Art &amp; Research e la difficolt\u00e0 di comunicazione delle implicazioni progettuali del design parametrico) rendono indispensabili nuove formule didattiche e comunicative, anche e soprattutto fuori dai circoli degli accademici e degli addetti ai lavori. Come sociologo, trovo la questione tutt\u2019altro che astratta. Da un lato perch\u00e9 sono chiare le possibilit\u00e0 favolose offerte dal digital design dal punto di vista della ricerca, dell\u2019innovazione e della sostenibilit\u00e0, e credo che per sfruttarle nel modo pi\u00f9 intelligente sia necessario inventare nuovi modi per parlarne; dall\u2019altra perch\u00e9 credo che ci sia l\u2019urgenza di evitare i colpi di coda dell\u2019<em>\u201d<\/em>Effetto Guggenheim<em>\u201d<\/em> che ha popolato le citt\u00e0 di edifici \u201caltamente iconici\u201d, talvolta anche esteticamente interessanti, ma spesso ecologicamente e socialmente poco sostenibili.<\/p>\n<p>Come se il fascino fantascientifico delle architetture parametriche funzionasse da grimaldello per dubbie operazioni urbanistiche. Anche il <em>Metropol Parasol<\/em> progettato da <strong>Jurgen Mayer<\/strong> a Siviglia (discusso proprio al Symposium) \u00e8 stato accusato di spettacolarit\u00e0 e insostenibilit\u00e0; io non ho ancora deciso che cosa ne penso, ma credo che il rischio esista.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-08.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-39267\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-08.png\" alt=\"numero69_Designing Complexity 08\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-08.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/07\/numero69_Designing-Complexity-08-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong> Sabina Barcucci: <\/strong> L&#8217;architettura contemporanea \u00e8 sempre stata proiettata sul futuro lavorando per un uomo che non c&#8217;era ancora. Quello che<strong> Le Corbusier<\/strong> disegnava negli anni \u201920 era pensato per quello che avrebbe potuto essere l\u2019uomo trenta anni dopo; l\u2019architettura modernista si basava sulla convinzione che il sistema di produzione in serie avrebbe standardizzato bisogni e costumi nelle societ\u00e0.<\/p>\n<p>Considerando la funzione, bisogna tenere presente che il salto formale in architettura \u00e8 dato dalle nuove potenzialit\u00e0 con cui la forma pu\u00f2 seguire la funzione. All\u2019inizio del ventesimo secolo Il biologo matematico <strong>D&#8217;Arcy Thompson <\/strong>descriveva le forme naturali come risposte alle forze ambientali. La migliore architettura \u00e8 sempre stata concepita in questo modo. Oggi continua farlo, prendendo in considerazione molte dimensioni in pi\u00f9, dando vita a un linguaggio geometrico pi\u00f9 complesso. La tecnologia ci permette di costruire manufatti che rispondono sempre pi\u00f9 dettagliatamente alle forze esterne, consumando il quantitativo di energia e materia minimi necessari per far funzionare le cose.<\/p>\n<p>Le forme che abiteremo sono la risultante di queste forze, non una scelta formale basata su un&#8217;idea di uomo futuro che abita nelle menti dell&#8217;architetto. L\u2019architettura parametrica non si basa sull\u2019idea di un uomo, ma sulla capacit\u00e0 di costruire sistemi di relazioni umane. E in questo senso ci sono esempi riusciti come il <strong>Rolex Learning Center di SANAA<\/strong> a Losanna.<\/p>\n<p>Il <em>\u201c<\/em>Guggenheim effect<em>\u201d<\/em> \u00e8 un fenomeno a parte, che non riguarda necessariamente l\u2019architettura parametrica. Ha piuttosto a che fare con le grandi manovre speculative che usano i contesti urbani come terreno di sfruttamento e deposito di capitale. Sarebbe bello se le rivoluzioni digitali fossero in grado di allargare i processi decisionali al punto da rendere la cittadinanza davvero in grado di partecipare alla sorte del loro territorio urbano, in modo da dare vita a un processo di formazione urbana veramente sistemico. Ma questo discorso lo teniamo per un prossimo articolo.<\/p>\n<hr \/>\n<p><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.design-modelling-symposium.de\/intro\/index.php?&amp;lang=en\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.design-modelling-symposium.de\/intro\/index.php?&amp;lang=en<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.betameta.net\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.betameta.net<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/b3rtramni3ss3n.wordpress.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/b3rtramni3ss3n.wordpress.com\/<\/a><\/p>\n<p><strong>Note:<\/strong><\/p>\n<div id=\"sdendnote1\">\n<p><strong>[1]<\/strong> &#8211; <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.berfrois.com\/2011\/02\/mario-carpo-post-authorial-creation\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.berfrois.com\/2011\/02\/mario-carpo-post-authorial-creation\/<\/a><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote2\">\n<p><strong>[2]<\/strong> &#8211; <a class=\"testo_iframebold\" href=\"https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1963\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1963<\/a><\/p>\n<\/div>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le conseguenze dell&#8217;information technology nei grandi sistemi architettonici, incrociano grandi moli di dati digitali con nuove metodologie progettuali e rivoluzionarie tecniche di produzione materiale. 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