{"id":10849,"date":"2011-05-02T12:00:00","date_gmt":"2011-05-02T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-064\/revealing-interstitial-spaces-part-2\/"},"modified":"2020-11-02T17:01:52","modified_gmt":"2020-11-02T16:01:52","slug":"revealing-interstitial-spaces-part-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-064\/revealing-interstitial-spaces-part-2\/","title":{"rendered":"Scoprire Gli Spazi Interstiziali. Parte 2"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">Questo saggio si propone di indagare il concetto di spazio interstiziale e l&#8217;interpretazione creativa che ne hanno dato pratiche artistiche site-specific basate su tecnologie digitali. Questa \u00e8 la seconda delle tre parti di cui si compone il saggio.<\/p>\n<p><strong> Interstizialit\u00e0 nell&#8217;arte site -specific<\/strong><\/p>\n<p>Nell&#8217;arte site-specific degli anni settanta, gli artisti si sono confrontati con l&#8217;uso dello spazio galleria, con il suo carattere funzionale ed istituzionale, tendendo sopratutto a modificarne i limiti fisici. Come ha commentato <strong>Miwon Know<\/strong> \u201cla condizione fisica dello spazio dedicato alla mostra rimane il punto primario di partenza&#8230;\u201d. <strong>[1]<\/strong><\/p>\n<p>Alcuni artisti estendono i loro interventi anche ad altri tipi di luoghi. Il lavoro di<strong> Gordon-Matta Clark<\/strong> ne \u00e8 un esempio lampante dato che l&#8217;artista apre letteralmente dei tagli in edifici abbandonati. Un caso caratteristico di sovversione del rapporto tra spazio esteriore ed interiore \u00e8 inoltre riscontrabile nel lavoro <em>Untitled Installation<\/em> (1970) di<span class=\"testo_iframebold\"> Michael Asher<\/span>. Attraverso il suo intervento architettonico, Asher trasforma l&#8217;usuale profilo rettangolare della galleria in una clessidra, distorcendo il flusso d&#8217;aria, il suono e la luce, alterando drasticamente l&#8217;accesso dei visitatori allo spazio.<strong>[2]<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-02.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38803\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-02.png\" alt=\"numero64_ Scoprire gli spazi 02\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-02.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-02-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Esperienze precoci di arte<em> site-specific<\/em> sono state realizzate attraverso una sorta di enigmatica, oscillante inversione tra materialit\u00e0 e immaterialit\u00e0, tra realt\u00e0 e illusione. Il lavoro di<strong> James Turrel <\/strong>costituisce un caso rappresentativo di intervento<em> in-situ<\/em> dove luce e spazio giocano un ruolo dominante. L&#8217;artista usa una combinazione di sorgenti di luce naturale e artificiale attraverso un semplice meccanismo di sensori controllati da computer. L&#8217;apparato tecnico rimane completamente nascosto agli spettatori. <strong>[3]<\/strong><\/p>\n<p>Nei lavori di <strong>Turrell<\/strong>, gli spettatori assistono a inquietanti inversioni della loro percezione visiva dello spazio. La luce sembra essere palpabile come un oggetto, mentre i confini dello spazio sembrano dissolversi, creando un senso di continua distorsione delle dimensioni e della profondit\u00e0. In lavori come <em>Alta (pink)<\/em> (1968), la nostra percezione della luce oscilla tra l&#8217;impressione di una costruzione luminosa triangolare bidimensionale posta in un angolo, quella di un <em>light-box<\/em> piramidale, di un solido 3D che ci proietta in una sorta di Ambiente Virtuale, o di un solido di dimensioni molto maggiori del reale, a seconda della distanza e dell&#8217;angolo dai quali si osserva<em> Alta.<\/em><\/p>\n<p>Secondo la visione di <strong>Turrel<\/strong> , la luce \u201cnon \u00e8 esattamente illusione\u201d e \u201csebbene la luce sia manifestazione di fenomeni ondulatori, ci\u00f2 nonostante \u00e8 sempre una cosa, \u00e8 un materiale ottico\u201d<strong>[4]<\/strong>. Di conseguenza, Turrel usa la natura ambivalente della luce stessa come mezzo di<em> space-making<\/em>. Questa costruzione \u00e8 realizzata \u201ccoinvolgendo e attivando&#8221; uno spazio interstiziale nella nostra percezione visiva della realt\u00e0 fisica che Turrel identifica cos\u00ec: \u201cL&#8217;arte che faccio occupa quel territorio tra forma e vera e propria formazione dello spazio usando la luce&#8230;lavorando questo spazio interstiziale in modo tale che sia esso stesso a limitare o espandere la penetrazione della visione&#8230;la luce \u00e8 il contenuto e la forma.\u201d<strong>[5]<\/strong><\/p>\n<p>Altre opere d&#8217;arte esplorano maggiormente il concetto di <em>environment<\/em>; un esempio \u00e8 il caso di<em> Rayzor <\/em>(1968), dove l&#8217;artista interviene fisicamente nello spazio attraverso la costruzione di un muro di partizione di fronte alle finestre, e utilizzando luce sia naturale che fluorescente in modo tale che, secondo la descrizione che ne da<strong> Craig Adcock [6]<\/strong>: \u201c\u2026piuttosto che la luce a costruire lo spazio, \u00e8 l&#8217;effettiva architettura della stanza a essere stata modificata per ottenere la luce [\u2026] si confonde cos\u00ec la separazione tra elementi dell&#8217;esperienza reale, che vengono percettivamente dissociati e risultano difficilmente intellegibili.\u201d<\/p>\n<p>In questo genere di lavori c&#8217;\u00e8 quindi una mutua interazione tra spazio e luce. Le contingenze dell&#8217;architettura tendono ad essere modificate o oscurate dalla presenza dominante di questo ambito spaziale soffuso che altera la nostra percezione della realt\u00e0. L&#8217;effimera e mutevole natura di tempo e luce \u00e8 posta in primo piano.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-03.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38804\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-03.png\" alt=\"numero64_ Scoprire gli spazi 03\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-03.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-03-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Nell&#8217;opera di <strong>HC Gilje<\/strong>, <em>Blink<\/em> (2009), esperiamo un tipo diverso di interstizialit\u00e0 raggiunta mediante la proiezione i<em>n-situ <\/em>di costruzioni digitali astratte. Avendo le sue radici nell&#8217;<strong>Expanded Cinema<\/strong>, questo genere d&#8217;opera d&#8217;arte audiovisiva \u00e8 realizzata attraverso una video proiezione digitale animata sulle pareti e sul pavimento della galleria. In questo modo, lo schermo del computer e la sua profondit\u00e0 di campo sono \u201caperte\u201c in una stanza sezionata da quelli che l&#8217;artista definisce \u201cabstract light paintings\u201d, che emergono grazie anche alla complementarit\u00e0 tra proiezione e riflesso. Attraverso interazioni visive prospettiche questi dipinti spaziali sfidano il nostro senso della profondit\u00e0. <strong>[7]<\/strong><\/p>\n<p><strong>Mitchell Whitelaw<\/strong> ci spiega che: \u201cI flussi di dati si trasformano in eventi pratici, suoni e immagini, che a loro volta genereranno nuovi flussi di dati, e cosi via\u201d. Di conseguenza, il lavoro opera tra l&#8217; illusione funzionale di genericit\u00e0 e immaterialit\u00e0 della tecnologia digitale, e la specificit\u00e0 e materialit\u00e0 dello spazio fisico effettivo, cos\u00ec da far emergere un interspazio implicito.<strong>[8]<\/strong><\/p>\n<p>Un&#8217;esperienza molto pi\u00f9 coinvolgente e straniante di spazio visivo esteso \u00e8 rappresentata dai lavori di<strong> Ian deGruchy<\/strong> che hanno le proprie radici principalmente nelle performance teatrali e negli enviroment ambientali. Le proiezioni digitali sono attentamente mappate sulle superfici della galleria e disegnano pieghe, \u201cvortici\u201d e giochi di superfici curve sovrapposte, causando l&#8217;apparizione di un disorientante spazio non euclideo. In questo modo, I confini tra figura e sfondo, oggetto e soggetto sono confusi come , ad esempio, in <em>Curved Space Project<\/em> (1998).<\/p>\n<p><strong>Suzie Attiwill<\/strong> descrive una terza condizione, definita anche come uno spazio di mezzo, che emerge perch\u00e9 \u201cla forma essenziale diventa forma continua estendendosi al di l\u00e0 dei limiti\u201d e lo fa attraverso la manipolazione della luce, dell&#8217;ombra e dell&#8217;estensione visiva delle caratteristiche dello spazio architettonico. Ad un certo punto, lo spazio sembra fondersi in un gioco luminoso e immateriale. Come spiega la Attiwill: \u201c la differenza tra rappresentazione e presentazione \u00e8 un elemento critico nel processo di comprensione della forma continua o dell&#8217;estensione.\u201d <strong>[9]<\/strong> Infatti, invece di rappresentare uno spazio, tali opere d&#8217;arte sono create dallo spazio; l&#8217;interstizialit\u00e0 di uno spazio cos\u00ec esteso ed eccessivo \u00e8 sempre <em>at work<\/em>.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-04.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38805\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-04.png\" alt=\"numero64_ Scoprire gli spazi 04\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-04.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-04-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Nelle installazioni audiovisive ad opera dell&#8217;etichetta europea <strong>AntiVJ<\/strong>, lo spazio interstiziale si presenta come una serie di rotture dinamiche e immateriali. Le installazioni a larga scala come <em>Murcof+AntiVJ<\/em> (2009) e <em>3Destruct <\/em>(2007) rompono visivamente i confini di architetture e pieghe spaziali autonome attraverso la proiezione di luce su schermi invisibili semitrasparenti sistemati nello spazio. In questo modo, invece di essere limitato al perimetro dello spazio costruito, anche lo spazio tra le superfici architettoniche viene utilizzato.<\/p>\n<p>Quando gli spettatori camminano attraverso <em>3Destruct<\/em>, si sentono disorientati come in un universo non lineare, la cui forma, oscilla rapidamente tra strati bidimensionali senza peso e labirinti lineari dal colore, opacit\u00e0 e densit\u00e0 cangianti. <strong>[10]<\/strong> In <em>Murcof+AntiVJ<\/em>, una pioggia di geometrie frantumate e in collisione, e di spazialit\u00e0 in rapida contrazione ed espansione, emerge attraverso videoproiezioni digitali su schermi simili ai precedenti. In entrambe le installazioni audiovisive, lo spazio \u00e8 esteso mediante livelli di luce e trasparenza che interagiscono. Appaiono cos\u00ec spazi frammentati, trans-materiali e fluttuanti di realt\u00e0 parallele. Formazioni spaziali non regolari e poco coerenti evidenziano il dinamico e fugace cambiamento della natura di tale interstizialit\u00e0.<\/p>\n<p>Una declinazione spaziale del concetto di Realt\u00e0 Aumentata e sistemi di mappatura 3D offrono la possibilit\u00e0 di creare sottili mutamenti dell&#8217;architettura costruita. Artisti come <strong>Pablo Valbuena<\/strong> concepiscono sistemi di proiezione per disegnare spazi liminali che destabilizzano la percezione. Il diagramma in situ di Valbuena viene realizzato attraverso processi mutuali e interattivi di input e output, creando una spazialit\u00e0 interstiziale. In opere come <em>Vanishing Points <\/em>(2010), la luce \u00e8 usata con la massima precisione per proiettare la mappatura delle superfici architettoniche sulle superfici stesse. Lo spazio architettonico viene poi esteso, come un \u201carchitettura fantasma\u201d che occupa il pavimento, il soffitto e le pareti. Questi interventi diagrammatici creano un \u201c para- luogo\u201d, ossia , una realt\u00e0 \u201c parallela\u201d che completa il luogo in maniera sottile e sfida la nostra percezione. <strong>[11]<\/strong><\/p>\n<p><strong>Pieter Van Bogaert<\/strong> offre una lucida descrizione di come questi interventi operano:[&#8230;] (la) proiezione scannerizza lo spazio con laser di precisione. Ma mentre lo scannerizza, inizia lentamente a ridisegnare le pareti, le finestre, i confini, il pavimento e le assi del pavimento stesso [\u2026] queste proiezioni non sono diverse da [\u2026] iniezioni di luce che fanno implodere lo spazio [\u2026] un incisione [\u2026] tagli profondi nella materia, scansioni in profondit\u00e0.<strong>[12]<\/strong><\/p>\n<p><em>Vanishing Points<\/em> rappresenta uno spazio aumentato che si trova in bilico tra diagramma e realt\u00e0. Realizzata, sulla base della descrizione di Pieter Van Bogaert, l&#8217;opera combina la solidit\u00e0 e la stabilit\u00e0 del luogo, la semplicit\u00e0 di una mappa, la linearit\u00e0 di un disegno digitale in 3D, le ipotesi e la potenzialit\u00e0 di un progetto. Prospettive combinate aggiungono una dimensione extra, quella della profondit\u00e0 al luogo reale. Rendendo apparentemente trasparenti le superfici grazie al mirroring, il diagramma proiettato in 3D sembra rivelare una dimensione spaziale che va al di l\u00e0 dei limiti tangibili dell&#8217;architettura. L&#8217;interstizialit\u00e0 emerge mediante una serie di interazioni come mappare ed estendere, tracciare e scannerizzare, proiettare e iniettare luce negli spazi architettonici.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-05.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38806\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-05.png\" alt=\"numero64_ Scoprire gli spazi 05\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-05.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-05-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>L&#8217;interstizialit\u00e0 pu\u00f2 anche emergere da intersezioni tra architettura reale e geometrie virtuali. Un modo di visualizzare tali intersezioni \u00e8 quella di delinearle mediante processi di disegno in-situ come si pu\u00f2 osservare nella serie<em> Impingement <\/em>di <strong>Gary Woodley<\/strong>. Qui l&#8217;artista delinea una sorta di collisione spaziale tra topologie reali e virtuali. Woodley usa tecnologie CAD\/CAM (con software di disegno architettonico come Form-z) per manipolare le coordinate dei volumi digitali, la trasformazione dei quali include variazioni del toro con le curve di M\u00f6bius, sezioni ellittiche, etc. Linee nere tracciano le aree in cui questi ideali volumi virtuali fuoriescono dalle superfici esistenti. Queste linee sono disegnate oppure tacciate con nastri flessibili o strisce elettro-luminescenti. <strong>[13]<\/strong><\/p>\n<p>In questo modo, realt\u00e0 e virtualit\u00e0 del luogo sono visibili contemporaneamente, dal momento che questo non \u00e8 al buio n\u00e9 ha subito modifiche spaziali. Gli spettatori sono circondati da questi disegni spaziali. Un senso di interstizialit\u00e0 emerge dalle tensioni tra l&#8217;immaterialit\u00e0 del disegno e la solidit\u00e0 delle superfici dello spazio; temporalit\u00e0 e permanenza; la distribuzione di topologie curve e rettangolari; profondit\u00e0 prospettica e forme \u201cfluttuanti\u201d in 2D; semplicit\u00e0 e complessit\u00e0; forme ideali e materializzate. Nonostante la semplicit\u00e0 di questi disegni lineari, la serie Impingement possiede un effetto molto forte sulla nostra percezione degli spazi.<\/p>\n<p>Un&#8217; espansione del concetto di interstizialit\u00e0 che emerge dalle intersezioni tra spazi reali e virtuali pu\u00f2 essere osservata nel lavoro di <strong>Carlo Bernardini<\/strong>. I disegni spaziali sono creati con la luce, con lo scopo di penetrare i confini dello spazio in modo da rivelare sconvolgenti interrelazioni tra spazi reali e ipotetici. L&#8217;artista usa fibre ottiche per creare installazioni a grande scala che non solo occupano ma percorrono uno o pi\u00f9 edifici senza restarne confinati all&#8217;interno delle superfici. L&#8217;apparato tecnico sempre nascosto e le particolari configurazioni di queste installazioni sbalordiscono e sconcertano gli spettatori. Non \u00e8 possibile raggiungere un punto di vista generale per ogni installazione, dato che queste penetrano stanze, piani e persino edifici differenti. Come possiamo leggere negli scritti di Bernardini, l&#8217;artista usa la luce per la sua natura ambivalente: la luce appartiene al mondo fisico e allo stesso tempo, supera i confini fisici. <strong>[14]<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-06.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38807\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-06.png\" alt=\"numero64_ Scoprire gli spazi 06\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-06.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-06-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Molto pi\u00f9 importante \u00e8 la natura complementare di luce e ombra che viene esplorata per rivelare ci\u00f2 che <strong>Bernardini <\/strong>definisce come impercettibili zone oscure. <strong>[15]<\/strong>In base alla descrizione di Bernardini, l&#8217;ombra aggiunge un&#8217;ulteriore dimensione alla materia e aumenta la percezione della realt\u00e0 fisica ma resta comunque indomabile in quanto \u201cevasiva ed incontenibile\u201d. <strong>[16]<\/strong> Per Bernardini, i confini dell&#8217;architettura sono (ri)definiti tramite un&#8217;interazione dinamica di forze centrifughe e centripete tra il perimetro e il vuoto presente all&#8217;interno, forze che agiscono su entrambi. La creazione di questi disegni spaziali di luce \u00e8 basata sul seguente ragionamento:\u201cSe la linea delimitante, sintetizza apparentemente sia il volume che il vuoto, pu\u00f2 invertire da s\u00e9 queste coordinate, il primo d\u00e0 vita all&#8217;ultimo e viceversa.\u201d<strong>[17]<\/strong><\/p>\n<p>Opere come <em>The Light that Generates Space<\/em> (2009-2010) e <em>Spacial Code<\/em> (2009) presentano una sorta di interdimensionalit\u00e0. Per uno spettatore statico, I disegni di luce sembrano essere uno livello alieno in 2D nella nostra normale visione prospettica della realt\u00e0 fisica. Mentre se lo spettatore \u00e8 in movimento, l&#8217;avvolgente scala ambientale delle installazioni \u00e8 molto pi\u00f9 enfatizzata. Sembra non abbiano origine e siano di dimensioni molto elevate. Uno dei punti pi\u00f9 stimolanti di questi interventi riguarda il modo in cui l&#8217;artista sfrutta le tensioni irrisolte tra spazio reale e spazio immaginario. Bernardini lo descrive con queste parole: &#8220;Nella tensione principale tra le due \u2013 spazio reale e spazio immaginario \u2013 uno tende a penetrare e ad impregnare l&#8217;atro; l&#8217;intercomunicazione tra i due porta alla trasformazione ambientale della percezione&#8221;. <strong>[18]<\/strong><\/p>\n<p>Cos\u00ec l&#8217;interstizialit\u00e0 emerge nei disegni iperstrutturali di Bernardini attraverso questo concetto di inversione spaziale che altera radicalmente la nostra percezione della realt\u00e0 fisica, sfidando nozioni ormai consolidate di esperienza dello spazio e di ordine dell&#8217;architettura. Uno degli aspetti pi\u00f9 interessanti di questi avori \u00e8 quanto siano in grado di inspirare analogie metaforiche e poetiche, possono essere infatti percepite come tracciati lineari di varie costellazioni geometriche intersecate con le nostre costruzioni terrestri, o come diagrammi architettonici di rimanenze utopiche o atopiche interstiziali.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-07.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38808\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-07.png\" alt=\"numero64_ Scoprire gli spazi 07\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-07.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/numero64_-Scoprire-gli-spazi-07-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"left\"><strong>Riferimenti:<\/strong><\/p>\n<p align=\"left\"><strong>[1] &#8211; <\/strong>Kwon, Miwon, \u201cOne place after another: notes on site-specificity\u201d, <em>Space site intervention: situating installation art<\/em>, ed., E. Suderburg, University of Minnesota Press, Minneapolis, London,2000, p.40.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>[2] &#8211; <\/strong>Crow, Thomas, <em>Modern art in the common culture<\/em>, Yale University Press, New Haven, London, 1996, pp.138-140 (see also Fratzeskou, Eugenia, \u201cVisualising Boolean Set Operations: Real &amp; Virtual Boundaries in Contemporary Site-Specific Art\u201d, LAP &#8211; Lambert Academic Publishing, 2009)<\/p>\n<p><!-- @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } A:link { color: #0000ff } --><\/p>\n<p><strong>[3] &#8211; <\/strong>&#8220;<span lang=\"en\">Magazine,<\/span> \u201cJames Turrell\u201d, 2010, http:\/\/5magazine.wordpress.com\/2010\/11\/13\/james-turrell\/, accessed: 28\/1\/2011, Graham-Dixon, Andrew, 1991, \u201cThe calm before the form\u201d, <em>The Independent <\/em>(1987 \u2013 1999), <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.andrewgrahamdixon.com\/archive\/readArticle\/670\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.andrewgrahamdixon.com\/archive\/readArticle\/670<\/a>, accessed: 28\/1\/2011.<\/p>\n<p><!-- @page { margin: 2cm } P.sdendnote { margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } P { margin-bottom: 0.21cm } A:link { color: #0000ff } --><\/p>\n<p><strong>[4] &#8211; <\/strong>James Turrell in King, Elaine A., \u201cInto The Light: A Conversation with James Turrell\u201d, <em>Sculpture<\/em>, Vol.21 No.9, November 2002, <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.sculpture.org\/documents\/scmag02\/nov02\/turrell\/turrell.shtml\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.sculpture.org\/documents\/scmag02\/nov02\/turrell\/turrell.shtml<\/a>, accessed: 10\/2\/2011.<\/p>\n<p><strong>[5] &#8211; <\/strong>James Turrell in Ibid.<\/p>\n<p><!-- @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } --><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>[6] &#8211; <\/strong>Craig Adcock, <em>James Turrell. The Art of Light and Space<\/em>, University of California Press, 1990, p.34.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>[7] &#8211; <\/strong>HC Gilje, \u201cBlink\u201d, in <em>Trust (an exhibition on the occasion of ISEA 2010 RUHR)<\/em>, eds.,<span lang=\"en-US\"> Andreas Broeckmann, Stefan Riekeles &amp; <\/span>Thomas Munz, <span lang=\"en-US\">Kehrer, Heidelberg-Berlin<\/span><span lang=\"en-US\">, 2010, pp. 70-73, <\/span>Gilje, HC, <em>Conversation with spaces (superreal),<\/em> <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/hcgilje.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/hcgilje.com<\/a>, accessed: 28\/1\/2011].<\/p>\n<p><strong>[8] &#8211; <\/strong>W<span lang=\"en-GB\">hitelaw, <\/span><a href=\"http:\/\/rhizome.org\/profiles\/mitchellwhitelaw1\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><span class=\"testo_iframebold\" lang=\"en-GB\">Mitchell, <\/span><\/a><span lang=\"en-GB\">2009, \u201c<\/span><a href=\"http:\/\/rhizome.org\/editorial\/2009\/dec\/30\/right-here-right-now-hc-giljes-networks-of-specifi\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><span class=\"testo_iframebold\" lang=\"en-GB\">Right Here, Right Now &#8211; HC Gilje&#8217;s Networks of Specificity<\/span><\/a><span lang=\"en-GB\">\u201d, <em>Rhizome News<\/em>, <\/span><a href=\"http:\/\/rhizome.org\/editorial\/archive\/2009\/?page=1\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><span class=\"testo_iframebold\" lang=\"en-GB\">http:\/\/rhizome.org\/editorial\/archive\/2009\/?page=1<\/span><\/a><span lang=\"en-GB\">, accessed: 15\/2\/2011. <\/span><\/p>\n<p><!-- @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } A:link { color: #0000ff } --><\/p>\n<p><strong>[9] &#8211; <\/strong>Attiwill, Suzie, \u201c<span lang=\"en\">Project. Towards an appreciation of Ian de Gruchy\u2019s work\u201d, <\/span><em><span lang=\"en\">Transition, <\/span><\/em><em><span lang=\"en\">Nos.<\/span><\/em><span lang=\"en\">61\/62, 2000, (pp. 98\u2013102),<\/span> <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.artprojection.com.au\/html\/articles\/transition.htm\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.artprojection.com.au\/html\/articles\/transition.htm<\/a>, accessed: 24\/9\/2010.<\/p>\n<p><strong>[10] &#8211; <\/strong>AntiVJ, <em>3Destruct,<\/em> <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.antivj.com\/3Destruct\/index.htm\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.antivj.com\/3Destruct\/index.htm<\/a>, accessed: 24\/9\/2010. <!-- @page { margin: 2cm } P.sdendnote { margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } P { margin-bottom: 0.21cm } --><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong>[11] &#8211; <\/strong>Laboral \u2013 Centro de Arte y Creati<\/span><span lang=\"it-IT\">\u00d3<\/span><span lang=\"it-IT\">n Industrial,<\/span><span lang=\"it-IT\"> \u201c<\/span><span lang=\"it-IT\">Pablo Valbuena. Para-Sites\u201d<\/span><span lang=\"it-IT\">,<\/span><span lang=\"it-IT\">2010, http:\/\/www.laboralcentrodearte.org\/exhibitions\/show\/135, accessed: 28\/1\/2011<\/span><\/p>\n<p><strong>[12] &#8211; <\/strong>Van Bogaert, Pieter, 2009, \u201cProjection \u2013 Injection \u2013 Incision. About Pablo Valbuena\u2019s \u2018Extension Series\u2019\u201d, <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.squarevzw.be\/pieter\/specters\/valbuenaen.htm\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.squarevzw.be\/pieter\/specters\/valbuenaen.htm<\/a>, accessed: 28\/1\/2011. <!-- @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } A:link { color: #0000ff } --><\/p>\n<p><strong>[13] &#8211; <\/strong>Chelsea Space, 2005, \u201cGary Woodley: <em>Impingement no. 47\u201d<\/em>, <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.chelseaspace.org\/archive\/woodley-pr.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.chelseaspace.org\/archive\/woodley-pr.html<\/a>, accessed: 28\/1\/2011, Woodley, Gary, in <em>2006 Bridges Exhibit of<\/em> <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.bridgesmathart.org\/amsmaa.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Mathematical Art<\/a><em>, <\/em><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.bridgesmathart.org\/art-exhibits\/bridges06\/woodley.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.bridgesmathart.org\/art-exhibits\/bridges06\/woodley.html<\/a>, accessed: 28\/1\/2011, personal interview with Gary Woodley at The Slade School of Fine Art, London, 27 April 2001, Lydie Rekow Galerie, <em>Gary Woodley, Architectonic Drawing: Impingement 33<\/em>, 1997<\/p>\n<p><strong>[14] &#8211; <\/strong> <!-- @page { margin: 2cm } P.sdendnote { margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } P { margin-bottom: 0.21cm } A:link { color: #0000ff } --> <span lang=\"it-IT\">Bernardini, Carlo, 2002, <em>Mental Design &amp; Virtual Volume,<\/em><\/span> <a href=\"http:\/\/www.carlobernardini.it\/pdf\/uk\/WRITINGS_OF_CARLO_BERNARDINI.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><span class=\"testo_iframebold\" lang=\"it-IT\">http:\/\/www.carlobernardini.it\/pdf\/uk\/WRITINGS_OF_CARLO_BERNARDINI.pdf<\/span><\/a><span lang=\"it-IT\">, accessed: 20\/9\/2010.<\/span> <!-- @page { margin: 2cm } P.sdendnote { margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } P { margin-bottom: 0.21cm } A:link { color: #0000ff } --><\/p>\n<p><strong>[15] &#8211; <\/strong>Bernardini, Carlo, 1995, <em>Hypothesis for the Division of Visual Unity,<\/em> <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.carlobernardini.it\/pdf\/uk\/WRITINGS_OF_CARLO_BERNARDINI.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.carlobernardini.it\/pdf\/uk\/WRITINGS_OF_CARLO_BERNARDINI.pdf<\/a>, accessed: 20\/9\/2010.<\/p>\n<p><strong>[16] &#8211; <\/strong>Ibid. <!-- @page { margin: 2cm } P.sdendnote { margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } P { margin-bottom: 0.21cm } A:link { color: #0000ff } --><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong>[17] &#8211; <\/strong>Bernardini, Carlo, 2000, <em>Permeable Space,<\/em><\/span><a href=\"http:\/\/www.carlobernardini.it\/pdf\/uk\/WRITINGS_OF_CARLO_BERNARDINI.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><span class=\"testo_iframebold\" lang=\"it-IT\">http:\/\/www.carlobernardini.it\/pdf\/uk\/WRITINGS_OF_CARLO_BERNARDINI.pdf<\/span><\/a><span lang=\"it-IT\">, accessed: 20\/9\/2010.<\/span><\/p>\n<p><strong>[18] &#8211; <\/strong> <!-- @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } A:link { color: #0000ff } --> Bernardini, Carlo, 2004,<em>The Experimental Line of Light,<\/em> <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.carlobernardini.it\/pdf\/uk\/WRITINGS_OF_CARLO_BERNARDINI.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.carlobernardini.it\/pdf\/uk\/WRITINGS_OF_CARLO_BERNARDINI.pdf<\/a>, accessed: 20\/9\/2010.\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo saggio si propone di indagare il concetto di spazio interstiziale e l&#8217;interpretazione creativa che ne hanno dato pratiche artistiche site-specific basate su tecnologie digitali. 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