{"id":10844,"date":"2011-05-02T12:00:00","date_gmt":"2011-05-02T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-064\/wefab-digital-fabrication-in-the-heart-of-milan\/"},"modified":"2020-11-02T17:00:35","modified_gmt":"2020-11-02T16:00:35","slug":"wefab-digital-fabrication-in-the-heart-of-milan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/design\/wefab-digital-fabrication-in-the-heart-of-milan\/","title":{"rendered":"Wefab: Make The Right Thing. Digital Fabrication Nel Cuore Di Milano"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">Se vuoi fare la rivoluzione, una prova generale non guasta. O meglio, un prototipo, visto che si parla di design. Al grido di &#8220;Make the right thing!&#8221; si \u00e8 svolto<span class=\"testo_iframebold\"> WeFab,<\/span> a Milano tra il 14 e il 16 aprile 2011 (<a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.wefab.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.wefab.it\/<\/a>). Tre giorni dedicati all&#8217;<em>open design<\/em>, il design <em>open source<\/em>, e al <em>fabbing<\/em>, la fabbricazione &#8220;casalinga&#8221;: pratiche che mandano in corto circuito i collegamenti tra atto creativo del designer, prototipazione e produzione industriale. WeFab \u00e8 stata un&#8217;interessante dimostrazione di come momenti diversi del ciclo produttivo possano collassare in un tempo e un luogo unici. Un &#8220;qui e ora&#8221; che si prende la briga di rimettere in discussione qualche secolo di storia, dalla rivoluzione industriale in poi.<\/p>\n<p align=\"left\">Un esempio: in programma c&#8217;era una sfida tra progettisti, che dovevano passare dall&#8217;idea all&#8217;oggetto finito in una notte. La notizia sta nel fatto che non stiamo parlando di una superfabbrica del lontano oriente, ma di un piccolo circolo culturale milanese. Impossibile?<\/p>\n<p align=\"left\">Metti insieme una ventina di designer, metti a disposizione i materiali con cui sbizzarrirsi (plastiche, legni, metalli, stoffe) e \u0096 dettaglio fondamentale \u0096 macchine economiche e facili da gestire per fabbricare direttamente gli oggetti che progettano. Prima di mezzanotte, avrai l&#8217;oggetto pronto per l&#8217;uso, replicabile, come uscito da una catena industriale.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-02.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38755\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-02.png\" alt=\"numero64_ Wefab 02\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-02.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-02-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Nella sala accogliente e colorata del circolo <span class=\"testo_iframebold\">Arci Biko<\/span> \u00e8 stato allestito il primo <em>fablab<\/em> milanese, seppure temporaneo. Il concetto \u00e8 mutuato dagli <em>hacklab<\/em>: si tratta solo di allargare l&#8217;ambito della sperimentazione collettiva sull&#8217;informatica che caratterizza la scena hacker alla produzione di oggetti. Esperienze di questo genere si moltiplicano in tutto il mondo e da un mese funziona a Torino <span class=\"testo_iframebold\">Fablab Italia<\/span>, il primo spazio permanente dedicato alla scena <em>maker<\/em>, cio\u00e8 chiunque voglia &#8220;essere inventore per un giorno&#8221; (<a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.fablabitalia.it\/?page_id=2\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.fablabitalia.it\/?page_id=2<\/a>).<\/p>\n<p align=\"left\">Con <span class=\"testo_iframebold\">WeFab<\/span> abbiamo potuto vedere come funzionerebbe uno spazio del genere a Milano. L&#8217;atmosfera \u00e8 stata frizzante, ludica e coinvolgente. Si \u00e8 vissuto un momento di puro <em>tinkering<\/em>, di libert\u00e0 di sperimentare, giocare, farsi venire idee nuove con spirito pionieristico. Il bello, insomma, di divertirsi sul serio.<\/p>\n<p align=\"left\">Gli organizzatori, <span class=\"testo_iframebold\">Openwear<\/span> (<span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.openwear.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.openwear.org\/<\/a><\/span>), gruppo di ricerca sul fashion design collaborativo, e <span class=\"testo_iframebold\">Vectorealism<\/span> (<span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.vectorealism.com\/chi-siamo\/chi-siamo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.vectorealism.com\/<\/a><\/span> ), un service di laser cutting che offre ai designer la possibilit\u00e0 di auto-produrre i propri progetti a cifre contenute, hanno raccolto intorno a s\u00e9 una serie di realt\u00e0 milanesi e internazionali dedite al DIY, all&#8217;autoproduzione, all&#8217;open source.<\/p>\n<p align=\"left\">La grande variet\u00e0 di attivit\u00e0 proposte \u0096 per tutti i gusti e le inclinazioni \u0096 sottendeva un discorso comune su sostenibilit\u00e0, ecologia e democratizzazione dei saperi specialistici. Si andava dal cot\u00e8 scientifico del seminario di autocostruzione di kit solari per l&#8217;alimentazione diretta di cellulari, impianti audio e proiettori, tenuto dall&#8217;associazione Alekos, ad attivit\u00e0 pi\u00f9 artistiche, come la gi\u00e0 citata gara tra designer, realizzata con l&#8217;aiuto di Design Smash, piattaforma di design collaborativo. Le giovani vincitrici sono state acclamate democraticamente dal pubblico in sala con l&#8217;antico ma funzionale sistema dell&#8217;applausometro, in virt\u00f9 della loro raffinata lampada snodabile in plexiglas. Nei giorni seguenti i partecipanti al workshop tenuto da <span class=\"testo_iframebold\">Dorkbot Milano<\/span> (&#8220;persone che fanno cose strane con l&#8217;elettricit\u00e0&#8221;, come si autodefiniscono) hanno messo le mani su Arduino, una delle prime piattaforme hardware open source, sperimentando le potenzialit\u00e0 della prototipazione elettronica e fabbricando una lampada a LED. Mentre gli smanettoni del banco accanto saldavano, collegavano e muovevano i primi passi nella programmazione, su un grande tavolo si creava la versione due punto zero di alcune camicie di seconda mano. Seguendo i dettami di Serpica Naro (il <em>meta-brand<\/em> collettivo nato nel 2005 da una storica azione provocatrice dei precari milanesi durante la Settimana della moda) prontamente trasformate in abitini e borse fashion grazie all&#8217;<em>upcyclin<\/em>g, cio\u00e8 al riciclo con upgrade. Insomma, &#8220;fabbrica la cosa giusta&#8221;.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-03.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38756\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-03.png\" alt=\"numero64_ Wefab 03\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-03.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-03-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Per capire in pieno il senso del motto di<span class=\"testo_iframebold\"> WeFab<\/span>, tuttavia, bisogna guardare al fulcro dell&#8217;evento: la dimostrazione pratica che la prototipazione rapida pu\u00f2 essere veramente accessibile a tutti. A disposizione di partecipanti e visitatori sono stati messi un laser cutter e una stampante 3D che hanno funzionato ininterrottamente, giorno e notte. Partendo da disegni vettoriali, le macchine sono in grado di fabbricare oggetti tridimensionali che possono essere assemblati per ottenere prodotti finiti.<\/p>\n<p align=\"left\">Con il laser \u00e8 possibile eseguire sofisticatissimi tagli e incisioni su diversi tipi di materiali: plastica, cartone, metallo, legno. Ma forse la vera differenza, per il suo costo contenuto, la fa il <em>MakerBot Thing-O-Matic<\/em>, printer open source venduto online in kit di assemblaggio per poco meno di 1300 Dollari. Il <span class=\"testo_iframebold\">MakerBot<\/span> riesce a materializzare, per accumulazione di materiale plastico (ABS), oggetti disegnati in vettoriale con un programma di modellazione 3D. Questo significa che si pu\u00f2 pensare: &#8220;anello con i baffi&#8221; (uno dei nostri oggetti preferiti realizzati durante WeFab, per la sua natura vagamente surrealista), disegnarlo, cliccare su &#8220;stampa&#8221; e, dopo qualche decina di minuti, averlo in mano. Se si mette in rete il disegno, magari con la licenza di modificarlo, chiunque abbia in casa una macchina prototipatrice pu\u00f2 replicare o migliorare l&#8217;oggetto, creandone una copia (quasi) identica. Saltando cos\u00ec in pieno il passaggio della produzione industriale, che si polverizza nella micro-fabbricazione personale. Oltretutto, riduce lo spreco di materiale ed energia.<\/p>\n<p align=\"left\">Non \u00e8 il replicatore di Star Trek, ma ci andiamo vicini. Riecheggiando il nome del luogo natio del <em>fabbing<\/em>, il<span class=\"testo_iframebold\"> Center for Bits and Atoms del MIT<\/span> diretto da <span class=\"testo_iframebold\">Neil Gershenfeld<\/span>, un media guru come <span class=\"testo_iframebold\">Chris Anderson<\/span> ha proclamato su <span class=\"testo_iframebold\">Wired USA<\/span> &#8220;gli atomi sono i nuovi bit&#8221;. Le nuove pratiche mettono in luce come le implicazioni sociali ed economiche della rivoluzione digitale possono passare dalla &#8220;prova concettuale&#8221; del web alla realt\u00e0 delle cose. Le parole d&#8217;ordine sono open source, crowdsourcing, contenuto generato dagli utenti: &#8220;se nei dieci anni appena trascorsi abbiamo esplorato i modelli sociali post-istituzionali sul web, nei prossimi dieci anni li applicheremo al mondo reale&#8221; (C. Anderson, <em>In the Next Industrial Revolution, Atoms are the New Bits<\/em>, Wired.com , 25 gennaio 2010, <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.wired.com\/magazine\/2010\/01\/ff_newrevolution\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.wired.com\/magazine\/2010\/01\/ff_newrevolution\/<\/a> t.d.r.).<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-04.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38757\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-04.png\" alt=\"numero64_ Wefab 04\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-04.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-04-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Nella dialettica tra immateriale e materiale, tra ideazione e produzione, si gioca l&#8217;idea fondamentale che non solo il software possa nascere e svilupparsi meglio in un ambiente di condivisione libera delle idee e dei processi, ma anche l&#8217;hardware. Inteso in senso lato: le &#8220;cose&#8221;. Adottare quindi una filosofia open source a tutto tondo, dalla concezione iniziale delle &#8220;cose&#8221; alla loro fabbricazione riapre la dialettica tra i professionisti della creativit\u00e0 (designer, artisti, scrittori, inventori, ricercatori) e i produttori, ossia le entit\u00e0 che investono economicamente per ingegnerizzare, industrializzare, fabbricare, pubblicare, distribuire e cos\u00ec via. \u00c8 gi\u00e0 accaduto nel mondo dell&#8217;informazione e dei grandi media, che hanno dovuto dividere l&#8217;audience con praticamente chiunque altro avesse una connessione a internet e pochi semplici strumenti a disposizione con cui esprimersi: forum, social network, linguaggi di programmazione e mezzi di produzione dei media flessibili e accessibili.<\/p>\n<p align=\"left\">\u00c8 un processo epocale che richiede una riflessione attenta. Il merito vero di<span class=\"testo_iframebold\"> WeFab <\/span>\u00e8 stato sia mettere in mostra le luci scintillanti della democratizzazione digitale, sia riflettere sulle potenziali zone d&#8217;ombra. Milano, &#8220;citt\u00e0 creativa&#8221;, per riprendere la definizione di <span class=\"testo_iframebold\">Adam Arvidsson, docente di Sociologia della globalizzazione all&#8217;Universit\u00e0 statale<\/span>, coinvolto nel progetto, sembra un luogo particolarmente adatto per farlo.<\/p>\n<p align=\"left\">Il capoluogo lombardo non \u00e8 esattamente un terreno neutrale dove compiere queste operazioni e il periodo della <span class=\"testo_iframebold\">Design Week<\/span> non \u00e8 stato scelto a caso: per il solo fatto di essere pensato, un progetto come WeFab implica una visione critica del modello economico e produttivo in vigore nell&#8217;industria della moda e del design, di cui Milano \u00e8 centro nevralgico.<\/p>\n<p align=\"left\">In un contesto simile, non \u00e8 cos\u00ec improbabile chiedersi se il modello open source, per chi investe anni di studi nel lavoro creativo, che \u00e8 sempre frutto di una lunga ricerca e di accumulo esperienziale, non sia un&#8217;arma a doppio taglio. Il giornalista <span class=\"testo_iframebold\">Jeff Howe<\/span>, nell&#8217;articolo celebre per aver lanciato il termine<span class=\"testo_iframebold\"> &#8220;crowdsourcing&#8221;<\/span>, racconta la storia di un fotografo specializzato in rare immagini medicali, il quale, dopo una lunga carriera costruita faticosamente, nel giro di pochi mesi vede le proprie competenze e il proprio sostentamento economico messi in discussione dalla nascita di iStockphoto, una banca di immagini online nata dalla libera condivisione tra professionisti e amatori del settore (J. Howe, <em>The Rise of Crowdsourcing<\/em>, in Wired.com, giugno 2006, <span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.wired.com\/wired\/archive\/14.06\/crowds.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.wired.com\/wired\/archive\/14.06\/crowds.html<\/a><\/span>. ).<\/p>\n<p align=\"left\">Tornando a Milano, Cristina, 24 anni, una delle brillanti concorrenti di<span class=\"testo_iframebold\"> Design Smash<\/span>, riassume la questione. Ai partecipanti \u00e8 stato chiesto di mettere in rete la propria creazione: &#8220;Lavorare a un progetto open \u00e8 stato stimolante. Il contatto con gli altri designer \u00e8 importante, capisci i limiti comuni, impari dagli altri, cresci. Un&#8217;esperienza sicuramente utile per confrontarsi, per\u00f2 l&#8217;idea non mi convince fino in fondo.<\/p>\n<p align=\"left\">Un designer non studia e lavora solo per diventare un numero tra i tanti, vuole emergere.&#8221; Cristina per\u00f2 conferma anche che molti professionisti che lavorano per una grande firma il pi\u00f9 delle volte ricevono al massimo una pacca sulla spalla come riconoscimento del proprio valore, nonostante contribuiscano alla creazione di progetti di successo.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-05.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38758\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-05.png\" alt=\"numero64_ Wefab 05\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-05.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-05-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Gli organizzatori di WeFab riflettono da molto tempo sulla relazione tra lavoro creativo, nuove tecnologie e modelli sociali. Per questo la doverosa premessa teorica \u00e8 stato un seminario pubblico all&#8217;Universit\u00e0 Statale di Milano, intitolato <em>Lavoro creativo tra precariet\u00e0 e auto-organizzazione<\/em>, che ha aperto la rassegna ed \u00e8 stato forse uno dei suoi momenti pi\u00f9 interessanti. Il moderatore era <span class=\"testo_iframebold\">Adam Arvidsson<\/span>, i relatori <span class=\"testo_iframebold\">Angela McRobbie<\/span>, ricercatrice del Goldsmith College di Londra, e<span class=\"testo_iframebold\"> Bertram Niessen<\/span>, ricercatore di <span class=\"testo_iframebold\">Openwear<\/span> e <span class=\"testo_iframebold\">EduFashion<\/span>, nonch\u00e8 membro di <span class=\"testo_iframebold\">Otolab<\/span> <span class=\"testo_iframebold\">e storico autore di Digicult.<\/span><\/p>\n<p align=\"left\">Durante le due ore di discussione, si sono affrontate questioni che raramente vengono dibattute tra gli addetti ai &#8220;lavori creativi&#8221;: la sovrabbondanza di professionisti in questo settore e il conseguente deprezzamento del valore del lavoro, la precariet\u00e0 come norma, la concentrazione geografica nelle &#8220;citt\u00e0 creative&#8221;, lo sfruttamento operato dal brand management delle competenze culturali, spesso molto articolate, dei lavoratori.<\/p>\n<p align=\"left\">Le conseguenze? McRobbie mette in guardia sulla costruzione del &#8220;mito&#8221; dell&#8217;effervescenza culturale, legata ai grandi brand. \u00c8 facile intuire come un costrutto ideologico simile finisca solo per &#8220;giustificare&#8221; il funzionamento della macchina del marketing in modo pressoch\u00e9 fine a se stesso (e non mirato ad una reale innovazione, che richiede indubbiamente di uscire dagli schemi). In modo acuto, la studiosa inglese rileva una cristallizzazione del vocabolario della creativit\u00e0, che sembra non avere termini per descrivere i nuovi fenomeni.<\/p>\n<p align=\"left\">Paradossalmente, per\u00f2, gli stessi fattori di crisi possono trasformarsi in punti di forza. La precariet\u00e0 originata dalla professionalizzazione di massa e dalla &#8220;facilit\u00e0&#8221; dei mezzi digitali \u00e8 una tendenza che pu\u00f2 essere posta in altra luce, come testimoniano le molte esperienze illustrate da Niessen in un&#8217;esaustiva panoramica di situazioni &#8220;open&#8221; che si rivelano un&#8217;opportunit\u00e0 per i creativi e non solo per le aziende che fanno outsourcing rivolgendosi a folle di potenziali collaboratori.<\/p>\n<p align=\"left\">Le nuove tecnologie permettono s\u00ec la massificazione della creativit\u00e0, ma anche la personalizzazione della produzione, ribaltando i termini tradizionali del processo di fabbricazione industriale delle &#8220;cose&#8221;. Il nodo sembra giacere tutto nella dialettica tra processi culturali e controllo del branding, tra capacit\u00e0 di fare rete dei singoli professionisti e sfruttamento corporativo della creativit\u00e0, tra la &#8220;vecchia&#8221; produzione industriale e il favoloso &#8220;ritorno al futuro&#8221; digitale che ripropone i meccanismi del lavoro artigianale.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-06.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38759\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-06.png\" alt=\"numero64_ Wefab 06\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-06.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2005\/06\/numero64_-Wefab-06-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Cosa accadr\u00e0 ora a Milano? &#8220;In tre giorni sono passate da WeFab pi\u00f9 di duemila persone. Abbiamo ampliato il nostro network e siamo entrati in contatto con un pubblico nuovo&#8221; dice <span class=\"testo_iframebold\">Zoe Romano di Openwear<\/span>,<span class=\"testo_iframebold\"> la seconda delle nostre autrici coinvolte nel WeFab<\/span> e instancabile animatrice dell&#8217;evento. &#8220;Ci piacerebbe che questo esperimento si tramutasse in un luogo permanente.<\/p>\n<p align=\"left\">Si parla tanto di riuso, ci basterebbero circa 200 mq, a Milano non sono tanti. Vorremmo un posto in cui chi lavora nel settore creativo e non ha occupazione fosse libero di inventare nuovi modi di fare. Ci sono un sacco di giovani in giro. Dopotutto, invece di andare a fare shopping potrebbero venire a divertirsi da noi\u0085&#8221;<\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se vuoi fare la rivoluzione, una prova generale non guasta. O meglio, un prototipo, visto che si parla di design. Al grido di &#8216;Make the right thing!&#8217; si \u008f svolto WeFab, a Milano tra il 14 e il 16 aprile 2011 (http:\/\/www.wefab.it\/). Tre giorni dedicati all&#8217;open design, il design open source, e al fabbing, la fabbricazione &#8216;casalinga&#8217;: pratiche che mandano in corto circuito i collegamenti tra atto creativo del designer, prototipazione e produzione industriale. WeFab \u008f stata un&#8217;interessante dimostrazione di come momenti diversi del ciclo produttivo possano collassare in un tempo e un luogo unici. 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Digital Fabrication Nel Cuore Di Milano &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/digicult.it\/design\/wefab-digital-fabrication-in-the-heart-of-milan\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Wefab: Make The Right Thing. Digital Fabrication Nel Cuore Di Milano &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"[:en]If you are looking to make the revolution, maybe it is worth a trial. Or, better to say, a prototype, for it is design we are talking about. To the shouts of Make the right thing, WeFab exhibition has taken place in Milan, between April 14 and 16 of 2011 (http:\/\/www.wefab.it\/). Three days entirely dedicated to open design, open source design and fabbing, the home-made fabrication: activities generating a short circuit in the relations between designer&#039;s creative act, prototyping and industrial production. WeFab has demonstrated how very different steps of production cycle can collapse to a unique time and place. A time and place that accept the burden of discussing about some century of our history, from the Industrial Revolution on.[:it]Se vuoi fare la rivoluzione, una prova generale non guasta. O meglio, un prototipo, visto che si parla di design. Al grido di &#039;Make the right thing!&#039; si \u008f svolto WeFab, a Milano tra il 14 e il 16 aprile 2011 (http:\/\/www.wefab.it\/). Tre giorni dedicati all&#039;open design, il design open source, e al fabbing, la fabbricazione &#039;casalinga&#039;: pratiche che mandano in corto circuito i collegamenti tra atto creativo del designer, prototipazione e produzione industriale. 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