{"id":10810,"date":"2011-02-02T12:00:00","date_gmt":"2011-02-02T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-061\/move-choreographing-you-art-dance-exhibition\/"},"modified":"2020-11-01T23:41:11","modified_gmt":"2020-11-01T22:41:11","slug":"move-choreographing-you-art-dance-exhibition","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-061\/move-choreographing-you-art-dance-exhibition\/","title":{"rendered":"Move: Choreographing You. Art &#038; Dance Exhibition"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\"><em>&#8220;Mai come ora la performance \u00e9 stata cos\u00ec importante, grazie all&#8217;impegno delle istituzioni artistiche nella sperimentazione di nuovi modi attraverso cui presentare materiale storico dell&#8217;arte dal vivo, allineandosi ai metodi interdisciplinari seguiti dagli artisti contemporanei&#8221; (RoseLee Goldberg) [1].<\/em><\/p>\n<p>La mostra <span class=\"testo_iframebold\"><em>Move: Choreographing You<\/em><\/span> all&#8217;<span class=\"testo_iframebold\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/move.southbankcentre.co.uk\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Hayward Gallery<\/a><\/span> di Londra mi ha lasciato semplicemente senza fiato e al colmo dell&#8217;eccitazione. Organizzata da <span class=\"testo_iframebold\">Stephanie Rosenthal<\/span>, curatore capo all&#8217;Hayward, \u00e8 in sostanza una mostra partecipativa che invita &#8220;a non essere pi\u00f9 meri spettatori passivi, rendendovi anzi compartecipi \u0096 o addirittura dei ballerini \u0096 nelle ambientazioni e nelle sculture create da artisti visivi e coreografi di livello internazionale&#8221;<span class=\"testo_iframebold\"> [2]<\/span>.<\/p>\n<p><em>Move<\/em> esplora il legame che intercorre fra la danza e le arti visive dagli anni Sessanta a oggi. Lo spettacolo presenta sia opere storiche realizzate dagli artisti di maggior rilievo quali<span class=\"testo_iframebold\"> William Forsythe, Lygia Clark, Trisha Brown e Simone Forti<\/span>, che nuove commissioni affidate ai principali professionisti contemporanei come<span class=\"testo_iframe\"> ad esempio <\/span><span class=\"testo_iframebold\">La Ribot e Isaac Julien<\/span>.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-02.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38232\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-02.png\" alt=\"numero61_ Move 02\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-02.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-02-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Entrando, il primo pezzo in cui ci si imbatte \u00e9 il <em>Green Light Corridor<\/em> di <span class=\"testo_iframebold\">Bruce Nauman<\/span> (1971), uno stretto corridoio immerso in una luce verde fluorescente. \u00c9 talmente angusto che non \u00e9 possibile percorrerlo camminando dritti; l&#8217;unico modo \u00e9 farlo lateralmente, simulando i movimenti del granchio <span class=\"testo_iframebold\">[3]<\/span>.<\/p>\n<p>Questo \u00e9, in un certo senso, l&#8217;ingresso della mostra: dal momento in cui si entra, la Rosenthal esorta i visitatori a pensare in che modo poter gestire lo spazio e come sentire il loro corpo e i movimenti in questa spazialit\u00e0. La Rosenthal ha curato una mostra che &#8220;realizza coreografie&#8221; per i visitatori, facendo leva sui loro movimenti corporali. Curando una serie di opere che, ai fini del loro compimento, richiedono l&#8217;interazione fisica dello spettatore, <em>Move<\/em> fa emergere la consapevolezza del proprio corpo all&#8217;interno dello spazio galleristico. In questo spettacolo le opere d&#8217;arte non sono disposte su un piedistallo e il visitatore non dovr\u00e0 quindi contemplarle a una distanza di sicurezza. Per contro, si tratta di opere partecipative, interattive, aperte o dinamicamente relazionali in diversi modi e il visitatore dovr\u00e0 interpretarle o foggiarle per poter dare vita allo spettacolo.<\/p>\n<p>L&#8217;esibizione prosegue pi\u00f9 o meno allo stesso modo in cui \u00e9 iniziata. <em>The House is the Body: Penetration, Ovulation, Germination, Expulsion<\/em> (1968), la scultura realizzata da<span class=\"testo_iframebold\"> Lygia Clark<\/span>, invita un visitatore alla volta a sperimentare una sorta di nascita all&#8217;interno di uno spazio costituito da quattro stanze che io definirei: scura, tenue e mutevole; sracolma di palloncini bianchi; piena di bolle d&#8217;aria trasparenti; soffice, lanuginosa e variopinta.<\/p>\n<p>La brillante opera di<span class=\"testo_iframebold\"> Robert Morris<\/span>, <em>Bodyspacemotioning<\/em> (inaugurata alla Tate Gallery nel 1971) invita invece gli spettatori a salire su un&#8217;altalena a bilico fatta di legno compensato e sul tronco che la sostiene, affinch\u00e9 possano prendere coscienza del loro peso corporeo e di come questo possa essere ridistribuito per mantenere l&#8217;equilibrio su quelle superfici, da soli o con altri.<\/p>\n<p>La superba creazione di<span class=\"testo_iframebold\"> William Forsythe<\/span>,<em> The Fact of Matter<\/em> (2009) \u00e9 ci\u00f2 che lo stesso l&#8217;artista definisce &#8220;un oggetto coreografico&#8221; che &#8220;pi\u00f9 che da osservare, \u00e8 da usare&#8221;<span class=\"testo_iframebold\">[4]<\/span>. <em>The Fact of Matter<\/em> \u00e9 una &#8220;foresta&#8221; di cerchi ginnici appesi al soffitto a diverse altezze, con cui i visitatori possono interagire. Cercando di coordinare i propri movimenti, rimanendo aggrappato a questi cerchi, il visitatore ha modo di apprezzare diversamente o di riconsiderare la sua forza, il peso e la coordinazione del corpo, molto pi\u00f9 di quanto non faccia un ballerino con la pratica.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-03.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38233\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-03.png\" alt=\"numero61_ Move 03\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-03.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-03-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Ma vi sono altre opere che campeggiano nell&#8217;esibizione: <em>Adaptation: Test Room Containing Multiple Stimuli Known to Elicit Curiosity and Manipulatory Responses<\/em> (1999) di <span class=\"testo_iframebold\">Mike Kelley<\/span>, \u00e9 uno spazio dedicato a una serie di oggetti scultorei provenienti da esperimenti condotti nel 1960 sulla natura affettiva dei primati, con cui gli spettatori sono esortati a interagire; in <em>Hangers,<\/em> di <span class=\"testo_iframebold\">Simone Forti<\/span>, tre ballerini (o spettatori) rimangono appesi nello spazio tramite delle corde, muovendosi solo per mezzo dell&#8217;impatto creato dai passanti; le sculture portatili realizzate da <span class=\"testo_iframebold\">Franz West<\/span>, chiamate <em>Adaptives o Fitting Pieces<\/em> (degli anni &#8217;70), con le quali gli spettatori sono invitati a interagire, sperimentando pose singolari e spesso grotteche.<\/p>\n<p>Il <em>Rooftop Routine <\/em>di <span class=\"testo_iframebold\">Christian Jankowski <\/span>(2007, ispirato al <em>Roof Piece<\/em> di Trisha Brown del 1973) coinvolge 25 volontari di hula-hoop ripresi nella Chinatown di New York, esortando cos\u00ec lo spettatore a fare l&#8217;hula-hoop guardando simultaneamente il video (si forniscono le hula-hoop con relative istruzioni); la grandiosa installazione filmica a multischermo di <span class=\"testo_iframebold\">Isaac Julien<\/span>, <em>Ten Thosand Waves<\/em> (2010) \u0096 girata in Cina, \u00e9 volta a &#8220;esplorare il movimento delle persone fra paesi e continenti e a riflettere sui viaggi incompiuti&#8221;<span class=\"testo_iframebold\">[5]<\/span> offrendo dunque una consapevolezza molto diversa e pi\u00f9 complessa (anche se meno legata alla danza) del movimento, rispetto alla maggior parte delle altre operein mostra.<\/p>\n<p>L&#8217;esibizione fornisce inoltre un archivio straordinariamente ricco di opere realizzate dal 1959 fino ai giorni nostri. L&#8217;archivio, una presenza forte nella mostra in virt\u00f9 di un design funzionale e attraente di marchio unit9, permette ai visitatori di cercare le opere per artista, decennio o argomento. L&#8217;obiettivo che si prefigge quindi il progetto consiste \u0096 spiega LA Rosenthal \u0096 nell&#8217;esortare gli spettatori a &#8220;contemplare l&#8217;arte non solo attraverso gli occhi ma con tutto il corpo&#8221; e a &#8220;penetrare le opere con il corpo e con la mente assieme&#8221;<span class=\"testo_iframebold\">[6] <\/span><\/p>\n<p>L&#8217;esibizione riesce perfettamente nel suo scopo: nelle due ore e mezza trascorse all&#8217;interno ho potuto constatare come ogni genere di persona interagisse fisicamente con le opere d&#8217;arte (alcune delle quali particolarmente impegnative), dai pi\u00f9 piccoli ai pi\u00f9 grandi, dai ballerini alle persone che, almeno all&#8217;inizio, si sentivano naturalmente a disagio nel &#8220;calcare la scena&#8221;. Tuttavia non \u00e9 del tutto consentito ai visitatori di &#8220;mettere in movimento&#8221; lo spettacolo: nello spazio espositivo erano sempre presenti 5 artisti a interpretare diverse pi\u00e8ce. Unitamente alla rappresentazione era previsto un ricco programma di performance dal vivo, repliche\/re-interpretazioni a cura di artisti e coreografi di livello internazionale come<span class=\"testo_iframebold\"> Thomas Lehmen, Tino Sehgal, La Ribot, Rosemary Butcher, Siobhan Davies<\/span> e molti altri.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-04.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38234\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-04.png\" alt=\"numero61_ Move 04\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-04.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-04-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&#8220;Pfff! <em>Move: Choreographing You?<\/em> \u00c9 come essere in un parco giochi&#8221; \u0096 ha commentato un amico (storico dell&#8217;arte). &#8220;Come molti dei recenti spettacoli alla Hayward \u00e9 pieno di trucchi, tutto \u00e9 interattivo e partecipativo&#8221;. &#8220;Che c&#8217;\u00e9 di sbagliato nell&#8217;interattivit\u00e0?&#8221;- ho contestato &#8211; &#8220;Che c&#8217;\u00e9 di male nel far partecipare i visitatori a uno spettacolo che verte sull&#8217;arte e sulla danza?&#8221;<\/p>\n<p>\u00c9 vero che molti dei recenti spettacoli tenutisi alla Hayward ( tra cui in particolare<em> Psycho Buildings<\/em> nel 2008) si sono caratterizzati per &#8220;l&#8217;interattivit\u00e0&#8221;, invitando gli spettatori a interagire giocosamente con le opere esposte. Situata presso il <span class=\"testo_iframebold\">Southbank Centre<\/span>, uno dei maggiori centri nevralgici culturali di Londra (e dell&#8217;Inghilterra), l&#8217;<span class=\"testo_iframebold\">Hayward Gallery<\/span> potrebbe anche essere sotto pressione per &#8220;democratizzare&#8221; il suo programma allestendo rappresentazioni che possono attirare una gamma pi\u00f9 vasta di visitatori, richiamando famiglie e turisti, ma anche un pubblico culturalmente pi\u00f9 attento.<\/p>\n<p>Se \u00e9 cos\u00ec allora, chapeau alla Hayward, che ha saputo trovare un delicato equilibrio tra l&#8217;aspetto sofisticato, contestuale e stimolante e una visione pi\u00f9 ludica, accessibile e alla portata di tutti.<em> Move<\/em> costituisce uno spettacolo incredibilmente eterogeneo in grado di soddisfare i gusti pi\u00f9 diversi. L&#8217;esaustivo archivio e le opere complesse come l&#8217;installazione filmica di Julien e la creazione elusiva<em> Walk the Chair<\/em> di <span class=\"testo_iframebold\">La Ribot <\/span>(2010) convivono armoniosamente con strutture &#8220;ricreative&#8221; come le installazioni\/gli ambienti realizzati da Kelley e Forsythe.<\/p>\n<p>Ne deriva un allestimento ingegnoso che offre agli spettatori una variet\u00e0 di contesti volti a stimolare una giocosit\u00e0 esuberante, pubblica stupidit\u00e0 e divertimento allo stato puro, ma presentando al contempo delle opere pi\u00f9 profonde, concettualmente complesse, intime, quasi introspettive nella loro essenza. Ma cosa ancor pi\u00f9 importante \u00e9 che tutte quelle opere consentono allo spettatore di confrontarsi con la propria fisicit\u00e0, testando le capacit\u00e0 e i limiti del proprio corpo, l&#8217;ambiente e i movimenti. <em>Move<\/em> esaudisce cos\u00ec il desiderio della Rosenthal: permettere a noi spettatori di sentire le opere attraverso i nostri corpi \u0096 senza limitarsi alle sole facolt\u00e0 visive \u0096 in un contesto spesso collaborativo e condiviso e concederci al contempo occasioni per una riflessione pi\u00f9 intima e raccolta.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-05.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38235\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-05.png\" alt=\"numero61_ Move 05\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-05.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero61_-Move-05-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&#8220;No, non \u00e9 stato un granch\u00e9 di spettacolo&#8221;, ha riferito un altra amica (storica dell&#8217;arte). &#8220;C&#8217;era poca sostanza. Naturalmente sono tornata due volte&#8221;. Mi sono messa a ridere e le ho chiesto come mai ci fosse ritornata. Forse le era piaciuto? &#8220;Beh, non penso che si dovrebbe provare un divertimento cos\u00ec sfrenato a uno spettacolo di arti visive!&#8221;, \u00e9 stata la sua risposta. Una risposta per\u00f2 illuminante che mi ha portato a una successiva riflessione: pu\u00f2 forse essere questa la ragione per cui gli spettacoli interattivi e di new media art vengono spesso snobbati allo stesso modo da critici di arte visiva e storici dell&#8217;arte? Ci si chiede, a questo punto, se queste mostre siano percepite come &#8220;campi da gioco&#8221; virtuali dove si debba necessariamente offrire un eccessivo divertimento affinch\u00e9 le opere vengano prese sul serio?<\/p>\n<hr \/>\n<p class=\"testo_iframebold\"><strong>Note:<\/strong><\/p>\n<p><strong> [1]<\/strong> Goldberg, RoseLee, 2010, <em>PERFORMA Year End Campaign<\/em>, <span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/performa-arts.org\/blog\/get-involved\/performa-year-end-campaign\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/performa-arts.org\/blog\/get-involved\/performa-year-end-campaign\/<\/a><\/span>.<\/p>\n<p><strong>[2]<\/strong> Hayward Gallery (<a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/move.southbankcentre.co.uk\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/move.southbankcentre.co.uk\/<\/a>), 2010, <em>Move: Choreographing You<\/em> exhibition leaflet.<\/p>\n<p><strong>[3]<\/strong> Davies, Siobhan, 2010, <em>Move: Choreographing You<\/em> Audiotour, <span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/move.southbankcentre.co.uk\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/move.southbankcentre.co.uk\/<\/a><\/span><\/p>\n<p><strong>[4]<\/strong>Forsythe, William, 2009, The Fact of Matter, <span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.williamforsythe.de\/installations.html?&amp;no_cache=1&amp;detail=1&amp;uid=29\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.williamforsythe.de\/installations.html?&amp;no_cache=1&amp;detail=1&amp;uid=29<\/a><\/span><\/p>\n<p><strong>[5]<\/strong> Julien, Isaac, 2010, TEN THOUSAND WAVES, <span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframe\" href=\"http:\/\/www.isaacjulien.com\/installations\/tenthousandwaves\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.isaacjulien.com\/installations\/tenthousandwaves<\/a><\/span><\/p>\n<p><strong>[6]<\/strong> Rosenthal, Stephanie, 2010, <em>Move: Choreographing You<\/em> Audiotour, <span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/move.southbankcentre.co.uk\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/move.southbankcentre.co.uk\/<\/a><\/span>\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La mostra Move: Choreographing You all&#8217;Hayward Gallery di Londra mi ha lasciato semplicemente senza fiato e al colmo dell&#8217;eccitazione. 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Curated by Stephanie Rosenthal, Chief Curator of the Hayward, Move is (yet) another participatory show at the Hayward, in that it &#039;invites you to become a participant -or even a dancer- in installations and sculptures by internationally renowned visual artists and choreographers.&#039;[:it]La mostra Move: Choreographing You all&#039;Hayward Gallery di Londra mi ha lasciato semplicemente senza fiato e al colmo dell&#039;eccitazione. 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