{"id":10799,"date":"2010-12-03T12:00:00","date_gmt":"2010-12-03T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-060\/the-lost-cemetery-of-images-a-conversation-with-carlos-casas\/"},"modified":"2020-11-01T23:35:46","modified_gmt":"2020-11-01T22:35:46","slug":"the-lost-cemetery-of-images-a-conversation-with-carlos-casas","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-060\/the-lost-cemetery-of-images-a-conversation-with-carlos-casas\/","title":{"rendered":"Il Cimitero Perduto Delle Immagini. Conversazione Con Carlos Casas"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"left\">La tendenza al ricorso al materiale d&#8217;archivio si \u00e8 affermata negli ultimi anni come pratica diffusa nelle contaminazioni audiovisive, una ricerca continua che apre ad infinite modalit\u00e0 di lavoro e coinvolge l&#8217;individualit\u00e0 dell&#8217;artista in una rielaborazione di tracce e memorie di un immaginario declinato al presente. Con<span class=\"testo_iframebold\"><em> Cemetery (Archive works) exhibition project<\/em><\/span> inaugurato il 28 Ottobre e in corso fino al 14 Gennaio negli spazi di Mars\u00e8lleria a Milano, <span class=\"testo_iframebold\">il filmmaker, video artista e sperimentatore sonoro Carlos Casas<\/span> s&#8217;inserisce a limine di questo percorso, in bilico tra antropologia visiva e ripensamento dell&#8217;immagine come memoria transculturale.<\/p>\n<p align=\"left\">L&#8217;opera di Casas spazia dal documentario sulle estremit\u00e0 della terra (<em>Aral, Fishing in an invisible sea; Hunters, Since the beginning of time; Solitude at the end of the world<\/em>) alla pura ricerca esplorativa di suoni e immagini, che si concretizza nelle esperienze dei <em>Fieldworks<\/em> e degli <em>Archive works<\/em> \u0096 progetti sviluppati contemporaneamente alla realizzazione dei film, di cui Casas si serve per sondare la ricerca sul campo, lavorando parallelamente ad una continua commistione di linguaggi.<\/p>\n<p><span class=\"testo_iframebold\">I <em>Fieldworks<\/em> nascono nel 2001, durante un viaggio nella Terra del Fuoco<\/span> per la preparazione di <em>Solitude at the end of the world<\/em>, come una serie di appunti liberi, antinarrativi, nei quali l&#8217;artista si prende il tempo per affondare lo sguardo sul senso del luogo, sul paesaggio, senza ricorrere alla necessit\u00e0 di definire una storia compiuta. Frammenti astratti dalla grammatica essenziale in cui il suono ambientale rielaborato (ogni episodio acustico \u00e8 composto da onde radio AM\/FM medie e corte registrate live), ripercorre e definisce il rapporto nascosto con l&#8217;immagine.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-02.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38599\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-02.png\" alt=\"numero60_ The lost cemetery of images 02\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-02.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-02-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><span class=\"testo_iframebold\">Per gli <em>Archive works<\/em> la pratica \u00e8 invece traslata sul versante opposto, la scoperta geografica avviene attraverso materiale filmico preesistente<\/span>. Si tratta anche in questo caso di uno studio fisico sui luoghi che Casas ha scelto di documentare, che avviene approfondendo le modalit\u00e0 d&#8217;analisi in cui questi territori sono stati rappresentati, utilizzati, manipolati diegeticamente attraverso film classici e contemporanei.<\/p>\n<p>Gli<em> Archive works<\/em>, realizzati tra il 2002 ed il 2010, sono sopralluoghi onirici, mappe di immaginari condivisi, memorie di visioni che hanno formato lo sguardo dell&#8217;autore; sketchbook preliminari per studiare soluzioni linguistiche e sonore di film in divenire a partire da altri film, dove la materia visiva viene virata attraverso un continuo riassorbimento iconografico.<\/p>\n<p>La ricerca di un immagine accensoria da cui tutto nasce e che possa trattenere in s\u00e9 le tensioni e le espressioni archetipiche della vastit\u00e0 del materiale utilizzato, \u00e8 una prassi costante degli Archive works, che si accorda direttamente alla modalit\u00e0 di produzione che Casas definisce in maniera non dissimile nei suoi documentari.<\/p>\n<p>Questa forma di sopravvivenza e di riorganizzazione transmnemonica riguarda per esteso una politica di ricerca autoriale, rivenibile soprattutto dove meno si esplicita: &#8220;All my films are an image hunt, a journey to envision again, a path to enlightment, a quest for that first image that ignites imagination, that lives inside and wants to reach out again throughout the years &#8211; for all such images that are part of ourselves and combine to form our inner life&#8221;.<span class=\"testo_iframebold\"> [1]<\/span><\/p>\n<p><span class=\"testo_iframebold\">Nel caso di <em>Cemetery<\/em>, progetto in progress presentato a Netmage lo scorso Gennaio 2010<\/span>, ora a Mars\u00e8lleria in un&#8217;ultima e inedita versione che include una terza parte in via di sviluppo, seguiamo la rotta verso un cimitero di elefanti al confine tra India e Nepal, sulla via del Maharajah Joodha Shumshere. Il complesso installativo ha la forma di un remoto diario di viaggio in perpetua definizione, pensato come un monumento alla memoria e strutturato in una variet\u00e0 di supporti che dialogano con la dimensione architettonica dello spazio espositivo, defraudandone il ruolo delimitativo e aprendo all&#8217;osservatore un bacino di fruizione libera dalle costrizioni ambientali.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 un rapporto diretto tra scrittura personale e lettura collettiva che chiama a referenza il modello percettivo sintomale di sopravvivenza iconografica, che presuppone l&#8217;analisi del divenire delle forme come insieme di processi tensivi, tratti di evidenza e tratti di impensato, rimanenze e ritornanze della forma iconografica stessa. <span class=\"testo_iframebold\">[2]<\/span><\/p>\n<p>Questa indicazione non \u00e8 accessoria ma definisce la composizione delle immagini di <em>Elephant Journey<\/em> ed<em> Elephant Cave<\/em>, dove l&#8217;uso stratificato di dissolvenze traccia un&#8217;impronta temporale che lavora costantemente sulla ricostruzione del presente.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-03.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38600\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-03.png\" alt=\"numero60_ The lost cemetery of images 03\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-03.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-03-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Pia Bolognesi: <\/strong>Iniziamo parlando della struttura di <em>Cemetery<\/em>. Visitando gli spazi di Mars\u00e8lleria non si pu\u00f2 far a meno di percepire il senso di un percorso che le immagini intraprendono attraverso la diversit\u00e0 dei supporti e dei dispositivi che hai utilizzato. Come \u00e8 nata questa necessit\u00e0 di andare oltre la bidimensionalit\u00e0 di un&#8217;unica proiezione?<\/p>\n<p><span class=\"testo_iframebold\"> <strong>Carlos Casas:<\/strong><\/span> <em>Cemetery<\/em> \u00e8 la<em> mise-en-sc\u00e8ne<\/em> di una ricerca, un modo per vedere questo work in progress. In realt\u00e0 non \u00e8 differente dal presentare gli schizzi preparatori per un quadro, ma la cosa che volevo provare \u00e8 stata trasformare questi Archive works in opere autonome, con un peso e un&#8217;indipendenza dal lavoro finale, dal film.<br \/>\nPer quanto riguarda la collocazione, per mostrare un lavoro d&#8217;archivio niente \u00e8 pi\u00f9 interessante di uno spazio con un quadro temporale modulabile, che permetta allo spettatore una sorta di flessibilit\u00e0 percettiva e di attenzione variabile. Mi interessava soprattutto l&#8217;idea di avere uno spazio su pi\u00f9 piani, dove poter lavorare su tipologie di attenzione differenti e anche attraverso modalit\u00e0 di sguardi e visioni diverse.<\/p>\n<p>Mi piace che nella mostra alla Mars\u00e8lleria ci siano quattro modalit\u00e0 di attenzione e quadri spaziali di cui ognuno ha una specificit\u00e0 propria: mi piace pensare che <em>Elephant Cave<\/em> possa essere vissuto nello spazio chiuso del sotterraneo. E credo sia importante guardare i montaggi fotografici in una prospettiva diversa e in un contesto pi\u00f9 leggero, come il piano superiore dove sono installati.<\/p>\n<p>Anche il lavoro sonoro rimanda ad uno spazio che \u00e8 occupato solo dalla fotografia, ed \u00e8 stato necessario usare i lightbox per presentare e cristallizzare la Stupa <span class=\"testo_iframebold\">[3]<\/span> come elemento che segna anche per me un inizio ed una fine nella ricerca.<\/p>\n<p><em>Elephant Journey<\/em>, il film che si trova retroproiettato al piano centrale, \u00e8 una sorta di meditazione nata dalla necessit\u00e0 di sperimentare attraverso la materia filmica una serie di concetti sul tempo nel buddhismo. La scena che si vede nel film \u00e8 usata per esemplificare e rappresentare fisicamente, poeticamente, ed esteticamente, il concetto di variazione temporale e di fusione simultanea del tempo stesso. Come tutto questo possa essere definito nello spazio audiovisuale: questo \u00e8 ci\u00f2 che maggiormente mi ha interessato.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-04.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38601\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-04.png\" alt=\"numero60_ The lost cemetery of images 04\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-04.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-04-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Pia Bolognesi: <\/strong>Una caratteristica molto forte degli <em>Archive works<\/em> \u00e8 infatti la relazione che la materia intrattiene con lo spazio. In <em>Cemetery<\/em> la continua trasformazione e rilocazione di immagini e suoni in un nuovo sistema architettonico \u00e8 affiancata ad una riflessione sulla spazialit\u00e0 dell&#8217;immagine stessa. Quali sono le problematiche che cerchi di approfondire nel rapporto spazio-immagine?<\/p>\n<p><strong>Carlos Casas:<\/strong> L&#8217;esperienza audiovisiva non \u00e8 cambiata molto in poco pi\u00f9 di un secolo, da quando esiste l&#8217;immagine in movimento. Il valore spaziale del dispositivo \u00e8 sempre stato una preoccupazione per me, sfortunatamente per adesso non ho potuto ancora svolgere un&#8217;analisi complessiva sotto questo aspetto, per\u00f2 devo dire che sempre di pi\u00f9 i miei lavori diventano site specific, nel senso che i film cambiano organicamente a seconda di dove li presento.<\/p>\n<p>Nei miei lavori c&#8217;\u00e8 una continua ricerca linguistica su questo codice che usiamo da tanto tempo, sulle possibilit\u00e0 effettive di rielaborarlo in modo organico, affinch\u00e9 non ci sia un cambiamento troppo sradicato.<br \/>\nPer certi aspetti cerco nei film le immagini che richiedono un tipo di attenzione pi\u00f9 profonda, una tipologia di sguardo diversa; mi interessa l&#8217;attenzione estatica, il viaggio che ognuno pu\u00f2 fare dentro se stesso mentre guarda delle immagini. Sono molto affascinato dal concetto di finestra, di apertura ad una dimensione al di fuori dello spazio contingente che porta alla creazione di uno stato mentale nell&#8217;esperienza audiovisiva.<\/p>\n<p><strong>Pia Bolognesi: <\/strong>Passando dall&#8217;archivio come concetto spaziale alla rappresentazione delle immagini che scegli, vorrei soffermarmi sull&#8217;importanza del trattamento digitale del materiale filmico. In<em> Cemetery<\/em> l&#8217;utilizzo di dissolvenze stratificate cambia totalmente il senso iconografico originario. In che modo procedi alla lavorazione sui supporti e qual&#8217;\u00e8 il processo preparatorio questo particolare tipo d&#8217;intervento?<\/p>\n<p><strong>Carlos Casas: <\/strong>\u00c8 una domanda interessante visto che il materiale filmico che io manipolo diventa quasi materiale scultoreo, fino a tendere alla ricerca di quell&#8217;immagine che mi suggerisce la visione. All&#8217;inizio il materiale di archivio mi serviva per rendere viva una sensazione: nei primi lavori che ho fatto ho riconvertito film classici russi girati in Chukotka (Siberia) in documentari. Alterando il montaggio sembrava che le immagini fossero diverse, le impostavo in un modo nuovo, quasi a creare dei collage filmici, quasi seguendo il modello delle rielaborazioni di Cornell, solo che utilizzavo la stessa colonna sonora del film, ricomposta, rimontata.<\/p>\n<p>Pian piano questi lavori d&#8217;archivio sono diventati pi\u00f9 complessi, soprattutto quando ho iniziato a sperimentare con la struttura e la sovrapposizione, proprio per capire come la struttura interna al film funzionasse. Ho iniziato a fare quelli che io chiamo Folded films, ossia piegavo materialmente il film in modo da creare una sorta di origami di immagini che mi permetteva di vedere nello stesso tempo sia l&#8217;inizio che la fine. Questi esperimenti mi suggerivano delle idee per capire come fare a rappresentare concetti un pi\u00f9 complicati.<\/p>\n<p>Da l\u00ec, la necessit\u00e0 di esplorare anche il modo per concretizzare le scie e le tracce dell&#8217;immagine, cercando al tempo stesso di capire come poter esprimere un concetto cos\u00ec complesso come la morte, e anche come rendere visibili le possibilit\u00e0 cognitive, in questo caso, vedere il mondo degli elefanti. Tutti questi esperimenti legati alla visione mi dovevano portare ad una soluzione linguistica per rappresentare la seconda parte del film, la parte nella quale l&#8217;elefante \u00e8 morto, la parte che io chiamo black; o la parte centrale del film, che immagino come una sorta di affresco in cui una moltitudine di immagini si sovrapporranno.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-05.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38602\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-05.png\" alt=\"numero60_ The lost cemetery of images 05\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-05.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-05-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Pia Bolognesi:<\/strong> Attraverso le alterazioni dei <em>Folded Films<\/em> il tempo interno a<em> Elephant Cave<\/em> si schiude e si dilata in un locked loop, come se tu applicassi un procedimento tipico del suono alla struttura visiva. C&#8217;\u00e8 un elemento specifico che ti ha portato a cercare questa nuova temporalit\u00e0?<\/p>\n<p><strong>Carlos Casas: <\/strong>Mentre lavoravo con il materiale d&#8217;archivio ho iniziato ad usare strumenti di montaggio video per elaborare il suono, nella pratica il risultato finale dell&#8217;immagine \u00e8 derivato dalle lavorazioni sul suono e viceversa\u0085e la cosa \u00e8 diventata veramente interessante perch\u00e9 ho cercato di sperimentare con la materia audiovisiva come se fosse unica, inscindibile. Devo dire che \u00e8 la prima volta che vedo un risultato cos\u00ec sinestesico; la cosa incredibile di lavorare cos\u00ec \u00e8 che si pu\u00f2 veramente rielaborare il tempo, rimettere in moto una serie di momenti.<\/p>\n<p>Un procedimento che utilizzo spesso, consiste nel guardare i film a velocit\u00e0 molto molto rallentata. Questo mi permette di dare un senso diverso alla temporalit\u00e0 e anche all&#8217;immagine. Tutto diventa nuovo, un po&#8217; come il lavoro di Douglas Gordon per <em>24hour Psycho<\/em>, dove il film classico di Hitchcock viene decostruito. In questo caso io uso la stessa tecnica per cercare di catturare l&#8217;istante, il momento che posso definire di magia inerente al frame, come per <em>Elephant Cave<\/em>, che \u00e8 un solo istante di film rielaborato e rimontato fino creare questo tempo sospeso.<br \/>\nIn relazione ad <em>Elephant Journey<\/em>, il procedimento era volto ad esprimere il concetto di temporalit\u00e0 nella visione buddhista, l&#8217;idea di tempo diffuso e simultaneo in cui presente e futuro si allacciano e diventano un unicum, e insieme si moltiplicano e si dilatano in un eterno ritorno che \u00e8 al contempo presente e futuro.<\/p>\n<p><strong> Pia Bolognesi:<\/strong> Le tue rielaborazioni filmiche sono molto diverse da quelle che siamo abituati a vedere \u0096faccio riferimento alle installazioni basate su materiale cinematografico \u0096 perch\u00e9 si caricano di una componente aggiuntiva che si pu\u00f2 definire pittorica; come se tu andassi a lavorare su ogni fotogramma con una china, in questo senso i tuoi lavori sembrano appartenere pi\u00f9 propriamente alla tradizione degli experimental film piuttosto che alla video arte.<\/p>\n<p><strong>Carlos Casas:<\/strong> Si hai ragione, questi nuovi esperimenti sono molti legati all&#8217;universo underground, per\u00f2 devo dire che anche il cinema sperimentale o almeno quello a cui io mi posso collegare, ha una relazione con una visione quasi mistica, di influenza che possiamo definire hindu-buddhistica. Il lavoro di Brakhage, Belson, etc, \u00e8 stato sempre una visione estatica; per me questo film sar\u00e0 un incontro tra queste tradizioni cinematografiche e la tradizione dei documentari classici, insieme ai film di avventura degli anni &#8217;30, &#8217;40, &#8217;50, &#8217;60. C&#8217;\u00e8 un&#8217;ulteriore lettura, legata anche alla mia volont\u00e0 di collaborare per la colonna sonora della parte centrale del film con Chris Watson, un artista che lavora ai margini della sperimentazione e dei field recordings classici.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-06.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38603\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-06.png\" alt=\"numero60_ The lost cemetery of images 06\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-06.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-06-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><span class=\"testo_iframebold\"><strong>Pia Bolognesi:<\/strong> <\/span>C&#8217;\u00e8 un forte dibattito in corso sulla &#8220;relativit\u00e0&#8221; del supporto digitale, soprattutto per quanto riguarda un senso d&#8217;incertezza che prova l&#8217;artista al riguardo. \u00c8 interessante mettere in relazione l&#8217;idea di eternit\u00e0 dell&#8217;immagine, della temporalit\u00e0 che ci hai descritto come processo di eterno ritorno nei tuoi Archive works, con questa problematica del medium.<\/p>\n<p><strong> Carlos Casas:<\/strong>\u00c8 vero, io sono estremamente spaventato da questo concetto di fragilit\u00e0 del lavoro digitale, questa frangibile eternit\u00e0 del formato d&#8217;archiviazione. Se penso che nella mia vita ci sono stati gi\u00e0 una decina di formati diversi, che alcuni sono spariti senza lasciare tracce, altri invece sono durati solo pochi anni, non posso fare a meno di chiedermi: come dobbiamo archiviare questi film?<\/p>\n<p>Dove e qual&#8217;\u00e8 il modo migliore per farli viaggiare nel tempo? Un po&#8217; come la figura del voyager che viaggia nello spazio in formati che adesso per noi sono quasi obsoleti: formati che abbiamo usato per comunicare con i nostri vicini nell&#8217;universo, a cui abbiamo riservato il compito di esserci testimoni divengono obsoleti quarant&#8217;anni dopo&#8230; questo mi fa veramente paura.<\/p>\n<p><strong>Pia Bolognesi: <\/strong>Parlando degli <em>Archive works<\/em> si fa spesso riferimento ai <em>Fieldworks<\/em> come progetti paralleli la produzione dei tuoi film. Trovo molto interessante questa pratica simultanea, soprattutto perch\u00e9 esprime un&#8217;esigenza di costellare attraverso linguaggi diversi l&#8217;esprimersi del tuo immaginario, che sembra muovere da una ricerca istintiva. Qual&#8217;\u00e8 il punto focale da cui si espande questa necessit\u00e0 di multivisione?<\/p>\n<p><strong>Carlos Casas:<\/strong> \u00c8 molto interessante come i <em>Fieldworks<\/em> siano nati come necessit\u00e0 di uscire delle elaborazioni dei film, e a sua volta gli Archive works siano ulteriormente una via di fuga da queste elaborazioni. In realt\u00e0 queste dimensioni preparatorie, questi lavori sono puro processo, esperimento, e mi danno una libert\u00e0 nella mia pratica che mi aiuta a dare un ritmo alla produzione.<\/p>\n<p>Mi piace l&#8217;idea che questi schizzi, che queste note, questi esperimenti, abbiano vite delle volte pi\u00f9 stabili e pi\u00f9 forti dei film. Questa \u00e8 una qualit\u00e0 dei tempi che corrono, la gente, il pubblico, d\u00e0 pi\u00f9 valore all&#8217;immediatezza, allo schizzo piuttosto che al quadro finito.<\/p>\n<p>Credo che ci\u00f2 sia anche il risultato di una mia volont\u00e0 di presentare tutto sul tavolo, di aprire al processo realizzativo e veramente lasciare il pubblico entrare in cucina. Questo mi piace molto. Gli <em>Archive works <\/em>per\u00f2 sono anche molto legati alla ricerca dell&#8217;immaginario, alla pratica di ricerca propria dell&#8217;oggetto che inseguo. Sono un viaggio alla scoperta del DNA delle idee, dei concetti, delle rivelazioni: <em>Cemetery<\/em> sta alla radice di queste visioni, l\u00e0 dove si intrecciano, dove trovano se stesse. Dove si ricostruiscono. I miti sono materia scultorea, come qualsiasi altro materiale. Vengono ricostruiti, rielaborati, sempre, di nuovo.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-07.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38604\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-07.png\" alt=\"numero60_ The lost cemetery of images 07\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-07.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-07-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Pia Bolognesi:<\/strong> <em>Cemetery<\/em> \u00e8 un taccuino di viaggio che porta alla nascita di un film. Credi che una parte del progetto confluir\u00e0 nel tuo nuovo documentario o rester\u00e0 una cellula di studio preliminare?<\/p>\n<p><strong> Carlos Casas:<\/strong> Queste intuizioni sono gi\u00e0 dentro il film, ogni sviluppo, ogni intuizione che ho elaborato, che ho messo in atto attraverso questi lavori, mi ha dato uno spunto, una visione per il film, spero e sono sicuro che il film avr\u00e0 un legame molto forte con queste intuizioni, Adesso sono ancora molto incerto della terza parte del film che pian piano inizio a vedere\u0085 per\u00f2 so che sicuramente mi porter\u00e0 ad un ulteriore fase di ricerca che spero di poter sviluppare all&#8217;inizio dell&#8217;anno prossimo.<\/p>\n<p><span class=\"testo_iframebold\"><strong>Pia Bolognesi:<\/strong> <\/span>Le tue opere sono articolate in organismi simbiotici di suono e immagine. In relazione alla pratica audiovisiva che sperimenti hai usato la definizione &#8220;Film and Mortar&#8221;, cosa significa esattamente?<\/p>\n<p><strong>Carlos Casas:<\/strong> Era un modo per spiegare l&#8217;idea che ho del lavoro di archivio, i film che utilizzo sono per me come materia scultorea, &#8220;brick and mortar&#8221; come dicono gli inglesi, materia di costruzione. Per arrivare a plasmare qualcosa di nuovo.<\/p>\n<p><strong> Pia Bolognesi:<\/strong> Per la struttura sonora di <em>Cemetery<\/em> ti sei ispirato alle ricerche sul linguaggio degli elefanti di Katharine Boynton Payne, una figura fondamentale per gli studi sulla bioacustica animale. Hai usato le tracce di ultrasuoni come elemento progettuale della colonna di <em>Cemetery<\/em>, o c&#8217;\u00e8 effettivamente una campionatura acustica che l&#8217;orecchio umano non riesce a percepire?<\/p>\n<p><strong>Carlos Casas: <\/strong>\u00c8 vero, questo tipo di ricerca \u00e8 iniziato da Kathy Payne, la prima scienziata che ha scoperto le modalit\u00e0 di comunicazione tra elefanti. Lo studio sugli ultrasuoni e il linguaggio degli elefanti occuper\u00e0 una parte del progetto che ancora devo sviluppare. Per questa parte della ricerca sto lavorando con Ariel Guzik, un artista che mi ha influenzato moltissimo negli ultimi anni, un vero genio, una persona che ha sviluppato da solo un sistema per comunicare con i cetacei.<\/p>\n<p>Guzik ha creato un dispositivo che permette di interagire con i delfini e le balene, di produrre dei suoni ai quali i cetacei rispondono, questi strumenti sono per me dei capolavori, e non saprei davvero come definirli: arte, science-fiction art, arte visionaria&#8230; il suo lavoro mi ha davvero fatto capire molte cose. Spero di riuscire a trovare i fondi per fare un viaggio con lui molto presto, per ideare una sorta di sistema che catturi gli infrasuoni e le vibrazioni. Devo ancora capire come procedere a ricostruire spazialmente e tonicamente questo sistema, in quale forma renderlo esplicito; la parte della ricerca che inizier\u00f2 a Gennaio partir\u00e0 proprio da qui&#8230; vi terr\u00f2 informati!<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-08.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38605\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-08.png\" alt=\"numero60_ The lost cemetery of images 08\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-08.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-08-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Pia Bolognesi:<\/strong> La relazione tra superficie sonora e visiva \u00e8 una costante espressiva che si ritrova anche in <em class=\"testo_iframebold\">Von archives<\/em>, label che hai fondato assieme all&#8217;artista Nico Vascellari&#8230;<\/p>\n<p><strong> Carlos Casas:<\/strong> <em>Von archives<\/em> cerca di pubblicare esplorazioni visive e sonore, vogliamo dare l&#8217;opportunit\u00e0 di portare avanti una ricerca sull&#8217;immagine e sul suono nella fusione di queste due pratiche. In questo senso il lavoro di Nico e il mio \u00e8 sempre una volont\u00e0 di creare questa simbiosi, sebbene quello che presentiamo sia proposto in una modalit\u00e0 di collaborazione, siamo veramente interessati ad artisti che lavorano in questa direzione.<\/p>\n<p><strong>Pia Bolognesi:<\/strong> Il 2010 \u00e8 stato denso d&#8217;impegni: hai portato la prima parte di <em>Cemetery<\/em> a Netmage, sviluppato la collaborazione con Phill Niblock per <em class=\"testo_iframebold\">Avalanche (overture)<\/em> che hai presentato al Sonar di Barcellona e al Palais des Beaux Arts di Brussel; hai inaugurato gli spazi dell&#8217;Hangar Bicocca di Milano con un allestimento site specific ed un live media della trilogia<em> End<\/em>, che \u00e8 anche stata mostrata per la prima volta alla Cineteca Mexicana. Quali sono i progetti in corso al momento, e quelli futuri?<\/p>\n<p><strong>Carlos Casas: <\/strong><em>Avalanche<\/em> \u00e8 stato presentato in una nuova versione adattata ad E\/static, la galleria di Torino che mi rappresenta. Presentiamo il film in due sessioni il 27 Novembre il 4 Dicembre in questo spazio installativo, fuori dal circuito tradizionale delle sale, durante il Festival del Cinema di Torino.<\/p>\n<p>Un modo per me di far vedere il lavoro nel contesto che meglio lo favorisce, senza legami di narrativit\u00e0 e con una struttura diversa dai film che siamo abituati a vedere in sala.\u0085lo spettatore \u00e8 seduto nella galleria e diviene parte integrante dello spazio e della proiezione. La gente si pu\u00f2 sdraiare, si pu\u00f2 addormentare, ha la possibilit\u00e0 di lasciarsi veramente portare dentro il film attraverso le sue immagini. Una dimensione molto fisica che vorrei risaltare!<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-09.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38606\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-09.png\" alt=\"numero60_ The lost cemetery of images 09\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-09.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/numero60_-The-lost-cemetery-of-images-09-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Nella prima parte del 2011 presenter\u00f2 <em class=\"testo_iframebold\">Instanbul Chorus<\/em>, un film su Istanbul alla <span class=\"testo_iframebold\">GAM di Torino<\/span>; inoltre devo chiudere la terza parte della ricerca per Cemetery, e dopo dovr\u00f2 partire per il centro Asia, per partecipare al film di mia moglie Saodat Ismailova che inizia a girare la sua prima opera di finzione in Uzbekistan. Nella seconda parte del 2011 sar\u00f2 di nuovo in Pamir per filmare ancora nello stesso villaggio la nuova parte di Avalanche. E far\u00f2 finalmente il primo viaggio in Nepal per cercare la location.<\/p>\n<hr \/>\n<p><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.carloscasas.net\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.carloscasas.net<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.vonarchives.com\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.vonarchives.com<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.marselleria.com\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.marselleria.com<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.estatic.it\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.estatic.it <\/a><\/p>\n<p class=\"testo_iframebold\"><strong>Note:<\/strong><\/p>\n<p><strong>[1] <\/strong>&#8211; Carlos Casas, <em>Prologue<\/em>, <em>END<\/em>, in corso di stampa.<\/p>\n<p><strong>[2]<\/strong> &#8211; Modello sintomale: simbolico, da leggersi come fortemente significativo. Georges Didi-Huberman, <em>L&#8217;immagine insepolta. Aby Warburg, la memoria dei fantasmi e la storia dell&#8217;arte<\/em>, Bollati Boringhieri, Torino, 2006; pp. 28-30.<\/p>\n<p><strong>[3]<\/strong> &#8211; Monumento spirituale buddhista per la conservazione di reliquie.\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La tendenza al ricorso al materiale d&#8217;archivio si \u008f affermata negli ultimi anni come pratica diffusa nelle contaminazioni audiovisive, una ricerca continua che apre ad infinite modalit\u0088 di lavoro e coinvolge l&#8217;individualit\u0088 dell&#8217;artista in una rielaborazione di tracce e memorie di un immaginario declinato al presente. 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