{"id":10794,"date":"2010-12-03T12:00:00","date_gmt":"2010-12-03T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-060\/passages-travels-in-hyperspace\/"},"modified":"2020-11-01T23:35:09","modified_gmt":"2020-11-01T22:35:09","slug":"passages-travels-in-hyperspace","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-060\/passages-travels-in-hyperspace\/","title":{"rendered":"Passages. Travels In Hyperspace"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">Con la mostra <em>Passages. Travels in Hyperspace<\/em> (16.10.2010 \u0096 21.02.2011), il <span class=\"testo_iframebold\">LABoral Centro de Arte y Creaci\u00f3n industrial di Gijon<\/span>, nelle Asturie, tenta chiaramente un salto di scala. Non che le mostre precedenti fossero meno ambiziose, tutt&#8217;altro: i grandi eventi che ha ospitato a partire dal suo primo consistente sforzo produttivo (<em>Feedback<\/em>, 2007) hanno pochi equivalenti a livello internazionale. Non a caso, il centro spagnolo ha attratto alcuni dei migliori curatori sulla piazza (da <span class=\"testo_iframebold\">Christiane Paul a Steve Dietz a Susanne Jaschko<\/span>), che l\u00ec hanno potuto concepire e produrre progetti che difficilmente avrebbero potuto essere realizzati altrove.<\/p>\n<p>Sotto la guida del nuovo <em>chief curator<\/em> <span class=\"testo_iframebold\">Benjamin Weil<\/span>, tuttavia, il LABoral ha dovuto affrontare nuovi problemi: la crisi economica che sta dilaniando la Spagna, e che non risparmia nemmeno il settore culturale; il relativo isolamento del museo, che solo in un paio di casi \u00e8 riuscito a far circolare le sue produzioni; la scarsa ricettivit\u00e0 del territorio, che finiva per penalizzare un&#8217;attivit\u00e0 realmente dinamica e all&#8217;avanguardia, ma proprio per questo difficile da comunicare persino agli addetti ai lavori.<\/p>\n<p><em>Passages<\/em>, curata dallo stesso Weil a quattro mani con<span class=\"testo_iframebold\"> Daniela Zyman<\/span>, <em>chief curator<\/em> della <span class=\"testo_iframebold\">collezione T-B A21<\/span>, cerca di rispondere a questi problemi e di offrire una possibile via d&#8217;uscita. La prima strada \u00e8 quella dell&#8217;attivazione di alleanze strategiche. La collezione <span class=\"testo_iframebold\">Thyssen-Bornemisza Art Contemporary (T-B A21)<\/span> \u00e8 stata fondata a Vienna nel 2002 da <span class=\"testo_iframebold\">Francesca von Habsburg,<\/span> che rappresenta la quarta generazione di una famiglia di collezionisti d&#8217;arte. T-B A21 dispone di una collezione eccezionale, ma la sua missione consiste principalmente nel sostenere la produzione di progetti ambiziosi, spesso site-specific.<\/p>\n<p>Ad esempio, solo negli ultimi mesi T-B A21 ha prodotto ben quattro progetti per la Biennale di Architettura di Venezia, e sta lavorando alla produzione di <em>The Morning Line<\/em>, una grande struttura pubblica concepita dall&#8217;artista <span class=\"testo_iframebold\">Matthew Ritchie con Aranda \\ Lasch e Arup AGU<\/span> per la prossima Biennale di Istanbul.Interdisciplinarit\u00e0 e vocazione produttiva sono due forti elementi di contatto tra il LABoral di Gijon e la T-B A21 di Vienna, e la presentazione di un esempio di successo non pu\u00f2 che giovare al primo. Del resto, nella conferenza stampa Francesca von Habsburg non ha mancato di delineare alle autorit\u00e0 asturiane le gioie della produzione, e di sottolineare il prestigio internazionale che porta, se indirizzata nel modo giusto.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-02.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38162\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-02.png\" alt=\"numero60_ Passages 02\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-02.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-02-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>La seconda strada \u00e8, per certi versi, conseguenza della prima. La T-B A21 \u00e8 una straordinaria collezione d&#8217;arte contemporanea <em>mainstream<\/em>, e include nomi di assoluto rilievo internazionale, da <span class=\"testo_iframebold\">Ai Weiwei a Doug Aitken, da Maurizio Cattelan a Olafur Eliasson, da Elmgreen &amp; Dragset a Jeppe Hein, da Carsten H\u00f6ller a Pipilotti Rist<\/span>: nomi che suonano familiari alle orecchie della stampa, e che possono portare al LABoral un pubblico meno selezionato di quello attratto dagli eventi precedenti, senza peraltro deludere quest&#8217;ultimo. Se il grande pubblico dell&#8217;arte, in Spagna e in Europa, si \u00e8 finalmente accorto dell&#8217;esistenza del LABoral, \u00e8 anche grazie a questi nomi e al <em>glamour<\/em> che li contraddistingue.<\/p>\n<p>Se vi sentite un po&#8217; sconcertati a seguire il filo di una recensione impostata su parole chiave come &#8220;glamour&#8221; e &#8220;strategia&#8221; dormite sonni tranquilli: passo immediatamente a considerare i contenuti, che in <em>Passages<\/em> sono tutt&#8217;altro che assenti. Anzi: la grande abilit\u00e0 dei curatori della mostra \u00e8 stata quella di lavorare sui vincoli imposti dalle scelte personali di un collezionista privato attraverso la selezione di una serie di lavori che si prestassero a illustrare, arricchendolo di insospettabili sfaccettature, un tema adatto alla peculiare missione del LABoral: &#8220;an exhibition centre for art, science, technology and advanced visual industrie&#8221;, ma anche &#8220;a venue for artistic and technological production, research and training; and for the dissemination of new forms of art and industrial creation&#8221;.<\/p>\n<p><em>Passages. Travels in Hyperspace<\/em> si fonda sull&#8217;idea, ben esplicitata da Benjamin Weil nella conversazione tra curatori pubblicata nella guida che accompagna la mostra (il monumentale catalogo sar\u00e0 pubblicato a posteriori, con le immagini dell&#8217;allestimento) che l&#8217;arte di oggi sia una sorta di realt\u00e0 aumentata, che apre &#8220;passaggi&#8221; su una nuova dimensione. Spiega Weil: &#8220;By restaging the real, artists trigger a perceptual shift, which in turn modifies our comprehension of the world that surrounds us. In that sense, the work of art is a doorway of sorts, a passage into a new dimension.&#8221;<\/p>\n<p>I due curatori sviluppano ulteriormente questo concetto facendo riferimento, da un lato, al tema dell&#8217;iperspazio discusso dal teorico del postmoderno Fredric Jameson come uno spazio destabilizzante che ci priva della facolt\u00e0 di &#8220;posizionare&#8221; il nostro corpo; e dall&#8217;altro, al tema dell&#8217;iperrealt\u00e0 introdotto da Umberto Eco, secondo il quale la replica del reale ne \u00e8, di fatto, una espansione, che ci impone di riconsiderare l&#8217;originale di partenza.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-03.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38163\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-03.png\" alt=\"numero60_ Passages 03\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-03.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-03-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>La mostra si configura come un itinerario libero, concettualmente stimolante e percettivamente destabilizzante, fra questi tre concetti, nati per descrivere il rapporto tra il reale e la sua rappresentazione (iperrealt\u00e0) o la sua implementazione (iperspazio e realt\u00e0 aumentata) mediatica. Lo fa, innanzitutto, disegnando un percorso tutt&#8217;altro che vincolante tra le opere, liberate dalle interferenze dell&#8217;<em>exhibition design<\/em> che, in altri casi, ha un po&#8217; appesantito le mostre del LABoral.<\/p>\n<p>E lo fa, in secondo luogo, scegliendo opere che tradiscono una realt\u00e0 instabile, sfuggente, fortemente condizionata dai limiti percettivi dello spettatore, in senso reale o figurato. Cos\u00ec, l&#8217;inglese <span class=\"testo_iframebold\">Cerith Wyn Evans<\/span> propone nella hall d&#8217;ingresso delle colonne di neon, che con i loro moduli irregolari di luce sembrano ad un tempo sostenere lo spazio e renderlo obliquo e instabile. Nella stanza successiva, <span class=\"testo_iframebold\">Olafur Eliasson<\/span> espone <em>Your Uncertain Shadow<\/em> (2010), uno dei suoi lavori pi\u00f9 semplici e affascinanti: una serie di proiettori lanciano dei fasci di luce colorata che, interrotta dallo spettatore, disegna sulla parete dello spazio espositivo un&#8217;ombra multipla, che a sua volta si riflette nel <em>Reflecting Object<\/em> (2006) di <span class=\"testo_iframebold\">Jeppe Hein<\/span>, una sfera d&#8217;acciaio lucidissima che rotola senza scopo sul pavimento.<\/p>\n<p>Entrando nello spazio espositivo principale, lo spettatore viene letteralmente catturato dalla realt\u00e0 congelata di <span class=\"testo_iframebold\">Los Carpinteros<\/span>. Il duo cubano riproduce fedelmente il momento culminante di un evento dinamico che solo un&#8217;istantanea potrebbe bloccare nel suo farsi, appendendo i mattoni di un muro distrutto a invisibili fili di nylon, nella posizione in cui si troverebbero al culmine dell&#8217;impatto. Meno spettacolari ma pi\u00f9 sottili, <span class=\"testo_iframebold\">Janet Cardiff e George Bures Miller<\/span> ci invitano ad ascoltare da un vecchio telefono una conversazione sulla natura dello spazio e del tempo, seduti davanti a due installazioni \u0096 di <strong class=\"testo_iframebold\">Ernesto Neto<\/strong> e di <span class=\"testo_iframebold\">Ai Wei Wei <\/span>\u0096 che sembrano metterli in discussione entrambi.<\/p>\n<p>Al piano inferiore, le due recenti ma gi\u00e0 &#8220;storiche&#8221; installazioni di <span class=\"testo_iframebold\">Doug Aitken<\/span> (<em>No History<\/em>, 2005) e <span class=\"testo_iframebold\">Carsten H\u00f6ller<\/span> (<em>Y<\/em>, 2003) rubano la scena ad altri lavori meno spettacolari di <span class=\"testo_iframebold\">Maurizio Cattelan, Carsten e Olaf Nicolai, Sergio Prego e Paul Pfeiffer<\/span>. <em>No History<\/em> \u00e8 una grande struttura in cui la forma minimalista contrasta con le centinaia di specchi esagonali rotanti che la rivestono, restituendo una realt\u00e0 frammentata che si fa allucinatoria nel corridoio di luci lampeggianti di H\u00f6ller. Tuttavia, il concetto della mostra sarebbe incompleto senza il contributo introdotto da <em>Super-Noi<\/em> (1996), il celeberrimo lavoro di Cattelan in cui la sua sfuggente identit\u00e0 \u00e8 restituita da identikit disegnati da poliziotti sulla base di approssimative descrizioni di amici dell&#8217;artista.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-04.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-38164\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-04.png\" alt=\"numero60_ Passages 04\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-04.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/01\/numero60_-Passages-04-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il percorso di <em>Passages<\/em> si conclude \u0096 si fa per dire \u0096 sulla tautologica installazione della polacca <span class=\"testo_iframebold\">Monika Sosnowska<\/span>, intitolata <em>M10<\/em> (2004). Il punto di partenza \u00e8 la recente storia polacca: in epoca socialista, era d&#8217;uso convertire dei bilocali (M2) in quadrilocali (M4) per dare una casa a tutti. Sosnowska porta all&#8217;assurdo questa logica, convertendo un classico monolocale (M1) in un appartamento con dieci stanze (M10).<\/p>\n<p>Il risultato \u00e8 un labirinto di porte e spazi angusti, a cui si accede da una porta simile a quelle di servizio ricavata in una delle pareti dello spazio espositivo, e che si percorre angosciati alla ricerca affannata di una via d&#8217;uscita. Quando la ritroviamo, la convinzione di essere ritornati da dove siamo partiti (e non di essere sbucati in qualche universo parallelo, dove un pubblico che non riconosciamo si sta godendo una mostra molto simile a <em>Passages<\/em>) \u00e8 frutto di una pura supposizione. Che le altre opere in mostra sono l\u00ec a smentire.<\/p>\n<p>Come si vede, l&#8217;uso delle nuove tecnologie \u00e8 condiviso da molte, ma non da tutte, le opere in mostra. Forse, anche questo fa parte della &#8220;nuova&#8221; missione del LABoral: abbattere l&#8217;artificiosa distinzione tra New Media Art e arte contemporanea, e dimostrare che tutta l&#8217;arte, in fondo, \u00e8 l\u00ec per aprire passaggi su altre dimensioni.<\/p>\n<hr \/>\n<p><span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.laboralcentrodearte.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.laboralcentrodearte.org\/<\/a><\/span><\/p>\n<p><span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.tba21.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.tba21.org\/<\/a><\/span>\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con la mostra Passages. 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