{"id":10765,"date":"2010-10-01T12:00:00","date_gmt":"2010-10-01T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-058\/annie-abrahams-allergic-to-utopias\/"},"modified":"2020-11-01T23:28:31","modified_gmt":"2020-11-01T22:28:31","slug":"annie-abrahams-allergic-to-utopias","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-058\/annie-abrahams-allergic-to-utopias\/","title":{"rendered":"Annie Abrahams. L&#8217;allergia Alle Utopie"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\"><span lang=\"it-IT\">Cosa rende o meno il mondo un posto vivibile non \u00e8 una domanda inutile, n\u00e9 un interrogativo solo per filosofi. (\u2026) Da qualche parte all\u2019interno della risposta ci ritroviamo impegnati non solo a ricercare una certa idea di cosa sia e di cosa dovrebbe essere la vita, ma anche di che cos\u2019\u00e8 che costituisce l\u2019essere umano (\u2026).<\/span> &#8211; (Butler, Judith Undoing Gender New York and Abigton: Routledge, 2004, p. 17)<\/p>\n<p><span class=\"testo_iframebold\">Annie Abrahams<\/span> \u00e8 nata in Olanda e vive in Francia dal 1985. Sta svolgendo un dottorato in Biologia presso l\u2019Universit\u00e0 di Utrecht e si \u00e8 laureata presso l\u2019Accademia delle Belle Arti di Arnhem. Molto spesso la Abrahams per la realizzazione delle sue opere impiega tecnologie di rete: dalle <em>networked performance<\/em>, ai lavori di <em>net.art<\/em>, da progetti di scrittura collettiva, a video e installazioni allestiti nello spazio fisico.<\/p>\n<p>Ha iniziato a utilizzare la tecnologia per la sua attivit\u00e0 artistica intorno al 1991, e la sua prima opera di telepresenza \u00e8 stata allestita nel 1996 in una galleria di Nijmegen, in Olanda. I suoi lavori sono stati esposti in tutto il mondo presso istituti quali il <span class=\"testo_iframebold\">National Museum of Modern Art di Tokyo, il New Langton Arts di San Francisco, il Centre Pompidou in Francia, l\u2019Academy of Fine Arts di Helsinki<\/span> e molti altri.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><span lang=\"it-IT\">Credo c<\/span><span lang=\"it-IT\">he le opere di <span class=\"testo_iframebold\">Annie Abrahams<\/span>, di una semplicit\u00e0 quasi al limite dell\u2019essenziale, rivestano un\u2019importanza indiscutibile soprattutto oggi, all\u2019interno di quell\u2019ambiente iper-mediato, iper-saturo e super-interconnesso che, per molti di noi occidentali, \u00e8 diventato un naturale habitat quotidiano. Cos\u2019\u00e8 dunque che rende i lavori di questa artista opere tanto degne di nota? A mio avviso la risposta \u00e8 da ricercasi proprio nell\u2019assoluta semplicit\u00e0 e nella minimizzata \u201cnudit\u00e0\u201d che rendono la sua arte commovente, nel suo sottile e spesso vano tentativo di interconnessione, e capace di evocare un senso di intimit\u00e0 irraggiungibile e, allo stesso tempo, immanente. <\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag58\/articoli\/img\/netart_mariax01.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"335\" \/><\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><span lang=\"it-IT\">Le sue<em> networked performance<\/em> si rifanno a un\u2019idea di normalit\u00e0, disordine, malleabilit\u00e0. Sono opere che ritraggono la \u201cbanale\u201d realt\u00e0 quotidiana, l\u2019ineluttabile scorrere del tempo, il casuale ed effimero incrociarsi di due destini nel tentativo, disperato o indifferente, fallito, raggiunto o del tutto vano di comunicare, di (essere) insieme, di amare, condividendo una presenza, e anche un\u2019assenza. <\/span><span lang=\"en-US\">(Vedi: <\/span> Chatzichristodoulou, Maria \u201cIf Not You Not Me: Annie Abrahams and Life in the Networks\u201d, Digimag 54 May 2010 <span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1793\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><span lang=\"en-GB\">https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1793<\/span><\/a><\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span lang=\"it-IT\">Secondo<span class=\"testo_iframebold\"> Dominic Johnson<\/span>: \u201cQuasi non esistono parole, che non siano banali, per descrivere l\u2019intimit\u00e0. Questo perch\u00e9l\u2019intimit\u00e0 sembra essere spaventosamente legata al rischio e quindi generalmente tendiamo a limitare le occasioni di intimit\u00e0 con gli altri fino a raggiungere <\/span><span lang=\"it-IT\">il punto pi\u00f9 prudente di quella che potrebbe essere definita condizione di intimit\u00e0 continuata.<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span lang=\"it-IT\"> Questa concezione tradizionale di intimit\u00e0 &#8211; aggiunge Johnsnon &#8211; ha tracciato un raggio di rappresentazione troppo limitato, naturalizzando quella raffigurazione banale e rassicurante che reprime l\u2019imbarazzante diversit\u00e0 delle le relazioni umane intime\u201d. <\/span><span lang=\"en-US\">(Johnson, Dominic <\/span>\u201cLive Art and Body Modification\u201d, Invited Lecture presso la School of Arts and New Media, University of Hull, Maggio 2010).<\/p>\n<p lang=\"en-US\"><span lang=\"it-IT\">Sebbene non abbia la minima intenzione di contraddire le riflessioni di Johnson sul fatto che l\u2019intimit\u00e0 sia spesso, sia nella vita quotidiana che nell\u2019arte, confinata al ruolo di \u201cbanale\u201d via intermedia, non considero la banalit\u00e0 come una scelta semplicemente pi\u00f9 prudente nel caso delle opere della Abrahams, in cui \u00e8 proprio la banalit\u00e0 degli incontri intimi a conferire loro un certo senso di disagio e di inquietudine. Una banalit\u00e0 evocativa delle pi\u00f9 comuni frustrazioni quotidiane: le intimit\u00e0 frantumate, la rigidit\u00e0 emotiva, le relazioni interrotte, le difficolt\u00e0, le incomprensioni, i tentativi di comunicazione falliti, la connessione disfunzionale, i dolori fisici e la mancanza di carica erotica.<\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><span lang=\"it-IT\">Dopo la prima personale della Abrahams nel Regno Unito <em>If Not You Not Me,<\/em><\/span><span lang=\"it-IT\"> tenutasi presso la<span class=\"testo_iframebold\"> HTTP Gallery di Londra (Febbraio-Marzo 2010) <\/span>che mi ha letteralmente ispirato, con questa intervista cerco di indagare pi\u00f9 a fondo nel suo universo per tentare di scovare e di rivelare qualcosa di pi\u00f9 sull\u2019artista e, forse, anche sulla donna. Ecco di seguito riportato il nostro \u201ccarteggio\u201d, dopo aver redatto in forma di dialogo ci\u00f2 che in modo molto pi\u00f9 caotico \u00e8 emerso da scambi di email e, in particolare, dalle conversazioni via Skype. <\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag58\/articoli\/img\/netart_mariax02.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"335\" \/><\/p>\n<p class=\"testo_iframebold\" lang=\"it-IT\"><strong>Annie e le questioni di Genere<\/strong><\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><strong>Maria Chatzichristodoulou:<\/strong>So che pu\u00f2 sembrare una domanda ovvia ma, credi che essere una donna possa essere discriminante per quello che riguarda il suo lavoro e la sua crescita artistica?<\/p>\n<p><strong>Annie Abrahams: <\/strong>Naturalmente essere una donna fa la differenza. Se fossi nata uomo sarei diventata un veterinario, o un medico, o forse un direttore di banca. Sono la maggiore di cinque sorelle e provengo da una famiglia contadina di un piccolo paesino. Dovrei essere nata uomo. E\u2019 difficile crescere con un padre che avrebbe voluto che fossi uomo ma che pretende che ti comporti come una donna.<\/p>\n<p>Ho avuto una relazione molto difficile con mio padre. Ma ho anche ricevuto segnali poco chiari sul ruolo che avrei dovuto ricoprire. Non c\u2019erano modelli femminili a cui potevo fare riferimento ad eccezione di mogli e suore. Le donne che mi circondavano \u201cappartenevano\u201d o ai loro mariti o a dio.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><strong>Maria Chatzichristodoulou:<\/strong> Credi che le tue opere possano essere considerate di genere in qualche modo?<\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong> Annie Abrahams: <\/strong>Non lo so. Usare le armi di seduzione femminile nelle relazioni con gli altri non mi ha mai aiutato. Soltanto adesso, dopo la menopausa, mi sento pi\u00f9 a mio agio nel difendere il mio lavoro in generale, compresi i suoi aspetti pi\u00f9 \u201cfemminili\u201d e di genere. A volte mi pento di non essermi sentita libera di giocare di pi\u00f9 con la mia sessualit\u00e0 nelle situazioni di lavoro.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Riflettendo sulla tua domanda mi rendo conto di quanto sia stato pi\u00f9 facile per me concentrarmi su questioni di classe, mettendo da parte quelle di genere. Probabilmente, proprio perch\u00e9 provengo da una famiglia di bassa estrazione, mi sono sempre dimostrata pi\u00f9 sensibile ai problemi di ordine sociale che a quelli relativi alla discriminazione sessuale. Mi sembrava pi\u00f9 semplice definire la classe sociale, identificare gli avvenimenti o le situazioni che ne rimarcavano la problematicit\u00e0, e cercare di fare effettivamente qualcosa.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Ad esempio, per me era naturale difendere pubblicamente la mia famiglia, proprio per via della classe sociale cui apparteneva. Sollevare questioni di genere, invece, sarebbe stato pi\u00f9 problematico, perch\u00e9 avrebbe comportato una frattura proprio con il sistema di norme sociali che la mia famiglia aveva da sempre condiviso. Sollevare questioni di genere avrebbe significato combattere contro mio padre, cosa che feci ugualmente e molto. E avrebbe anche significato schierarmi contro mia madre e le mie sorelle, cosa invece molto pi\u00f9 difficile da gestire\u2026<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Ma se le mie performance artistiche possono essere considerate pi\u00f9 di genere di quanto io stessa mi possa rendere conto o riesca ad ammettere, devo aggiungere un\u2019altra riflessione in proposito, in particolare in riferimento alla mia opera <em>Tit-for-Tat<\/em> (2009) &#8211; <\/span><span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/150.237.7.172\/exchweb\/bin\/redir.asp?URL=http:\/\/aabrahams.wordpress.com\/2009\/11\/22\/tit-for-tat2\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><span lang=\"it-IT\">http:\/\/aabrahams.wordpress.com\/2009\/11\/22\/tit-for-tat2\/<\/span><\/a><\/span><span lang=\"it-IT\">, una performance telematica per due scienziati.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Sebbene l\u2019opera coinvolgesse infatti due scienziate, Elisabeth Rolland-Thiers, dottoranda in psicologia sperimentale cognitiva, e B\u00e9n\u00e9dicte Aptel-Guiu, ricercatrice in dermatologia, in principio mi ero rivolta anche a degli scienziati uomini. Ma nessuno di loro volle partecipare. Anzi, alcuni reagirono piuttosto aggressivamente alla mia proposta, dato che non si spiegavano perch\u00e9 nel mio esperimento volessi chiamare in causa proprio la scienza. Non volevano infatti prendere parte ad una performance che mettesse in evidenza i punti deboli della comunicazione mediata, piuttosto che quelli di forza. <\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag58\/articoli\/img\/netart_mariax03.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"335\" \/><\/p>\n<p class=\"testo_iframebold\" lang=\"it-IT\"><strong>Anna e l\u2019Intimit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong>Maria Chatzichristodoulou: <\/strong>Mi piacerebbe approfondire la tua concezione di intimit\u00e0, dato che mi sembra essere un elemento significativo della tua produzione artistica. Che significato ha per te e quanto \u00e8 importante per il tuo lavoro? Credi che, attraverso la sua attivit\u00e0, delle volte cerca di instaurare un certo tipo di intimit\u00e0 con gli altri? E chi sceglieresti per stabilire una relazione intima? Il tuo pubblico? O <\/span><span lang=\"en-US\">il tuo collaboratore in un\u2019opera?<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong> Annie Abrahams:<\/strong> Non ho mai riflettuto molto sull\u2019intimit\u00e0 (n\u00e9 sull\u2019estimit\u00e0&#8230;). <\/span><span lang=\"it-IT\">Anzi, trovo una certa difficolt\u00e0 a utilizzare questi termini. Questo perch\u00e9, per me, la parola intimit\u00e0 indica una situazione in cui un individuo rinuncia deliberatamente al proprio controllo su di essa, fino ad un certo punto, per riuscire ad avvicinarsi ad un altro individuo. Si tratta di una situazione molto pericolosa; se dura abbastanza, infatti, c\u2019\u00e8 il rischio che possa succedere qualsiasi cosa. <\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\">Credo che questo accada perch\u00e9, nel mio lavoro, non parlo mai di intimit\u00e0. Piuttosto preferisco parlare di comunicazione: vale a dire, da un lato, del desiderio di sentirsi vicini a qualcuno, e dall\u2019altro, della necessit\u00e0 di limitare la propria apertura verso il prossimo, di chiudersi in se stessi, di ritirarsi nella propria intimit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Dunque la mia risposta a questa domanda \u00e8 sempre stata \u201cno\u201d, poich\u00e9 non ho mai ricercato un\u2019intimit\u00e0 che fosse fine a se stessa. Lo scopo primario del mio lavoro \u00e8 sempre stato quello di indagare le difficolt\u00e0 e i limiti della comunicazione interpersonale, sia essa mediata o no. Per farlo ho bisogno di stare da sola, di proteggere la mia solitudine, e non cerco affatto di fuggirla. Senza di essa non riuscirei ad arrivare agli altri. \u00c8 proprio stando con gli altri infatti che il mio io si dissolve. <\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\">Per questo motivo l\u2019intimit\u00e0 non ha mai indicato necessariamente qualcosa di positivo per me, anzi, \u00e8 sempre stata qualcosa che bisognava costantemente contrattare con se stessi e con gli altri. Ma pi\u00f9 ci penso e pi\u00f9 mi sembra che in realt\u00e0 nel il mio lavoro non ho fatto altro che creare situazioni di intimit\u00e0 per un periodo davvero molto lungo, nonostante non ci avessi mai riflettuto in questo modo.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag58\/articoli\/img\/netart_mariax04.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"335\" \/><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Forse soltanto adesso sto iniziando in maniera pi\u00f9 consapevole a cercare di creare nelle mie opere le condizioni per uno scambio pi\u00f9 intimo; forse soltanto adesso dovrei rispondere \u201dsi, mi interessa l\u2019idea dell\u2019intimit\u00e0 mediata dalla macchina\u201d. Sebbene in generale la mia arte non sia finalizzata all\u2019intimit\u00e0 in s\u00e9, me ne sto comunque occupando trattando l\u2019argomento con un approccio di tipo fenomenologico. Per farlo, talvolta, mi vedo costretta a violare le regole convenzionali della comunicazione.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Sono sempre alla ricerca di situazioni che rendono impossibile ogni tentativo di fuga dal mostrare se stessi. In generale non provo mai prima le mie opere. Se \u00e8 necessario farlo, per esempio per ragioni tecniche, scrivo nuovi protocolli per la performance finale. Cerco di trovare modi per penetrare i performer, anche solo per un secondo voglio che loro si mostrino a me (e agli spettatori) con un\u2019azione, o una reazione, che sia fuori dal loro controllo. Voglio che rivelino qualcosa che di solito nascondono o che scoprono solo in situazioni di completa fiducia, di completa intimit\u00e0, appunto. <\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\">Voglio sapere come funzionano, non attraverso le loro parole, ma attraverso il mio spingerli a svelare una parte del loro \u201ccodice nascosto\u201d in pubblico. Il mio obiettivo \u00e8 quello di andare oltre l\u2019auto-rappresentazione e il controllo che essa normalmente richiede. Ma sono davvero io a forzarli a fare tutto questo? No. Quello che accade \u00e8 che la situazione stessa &#8211; ovvero l\u2019interfaccia della performance telematica, i protocolli, i flussi delle connessioni in streaming &#8211; riscrive le condizioni di comunicazione in maniera tale da rendere questa rivelazione possibile, se non inevitabile.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Per essere pi\u00f9 chiara ti faccio un esempio. Nella mia ultima serie realizzata con Antye Greie, <em>A Meeting Is A Meeting Is A Meeting, <\/em><\/span><span lang=\"zxx\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/aabrahams.wordpress.com\/2010\/07\/20\/a-meeting-is-a-meeting-is-a-meeting\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><span lang=\"it-IT\">http:\/\/aabrahams.wordpress.com\/2010\/07\/20\/a-meeting-is-a-meeting-is-a-meeting\/,<\/span><\/a><\/span><span lang=\"it-IT\"> ci mettiamo in difficolt\u00e0 esplicitamente a vicenda. Ci spingiamo reciprocamente verso terreni inesplorati, con azioni sconosciute e mai provate. In quest\u2019opera non abbiamo tentato di creare le condizioni per un incontro intimo, ma il fatto stesso che ci addentriamo in regni sconosciuti lo rende intimo in qualche modo poich\u00e9 non possiamo controllare l\u2019immagine che noi stessi trasmettiamo al pubblico.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Per realizzare questa performance \u00e8 necessario infatti che entrambe accettiamo un compromesso: sappiamo che qualcosa che non vogliamo gli altri sappiano di noi, qualcosa di segreto, senza alcun dubbio verr\u00e0 fuori. Il momento in cui questa condizione di imbarazzo improvvisamente e inaspettatamente si verifica \u00e8 forse uno dei momenti pi\u00f9 intimi che si possano condividere: quando un segreto sfugge durante una performance, nell\u2019istante esatto in cui viene rivelato a noi e agli spettatori non pu\u00f2 fare altro che smettere di essere tale. E\u2019 un momento di nudit\u00e0 all\u2019interno della performance.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> L\u2019altro motivo per cui tale serie potrebbe apparire intima \u00e8 che io e Greie, durante la performance, ci sentiamo molto coinvolti l\u2019uno dall\u2019altro. Interagiamo infatti in modo cos\u00ec intenso da dimenticare quasi di essere osservati. In un certo senso, \u00e8 la performance in s\u00e9 che mette in scena la nostra intimit\u00e0, prima che questa svanisca in maniera involontaria. Il nostro obiettivo, in questo incontro, \u00e8 quello di infrangere le sottili superfici delle bolle che ci separano gli uni dagli altri per iniziare a coesistere in un contesto sociale di mutua costruzione.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag58\/articoli\/img\/netart_mariax05.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"335\" \/><\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><span lang=\"it-IT\"><strong>Maria Chatzichristodoulou:<\/strong> Tu lavori con <\/span><span lang=\"it-IT\">tecnologie digitali e sperimenti attraverso le <em>networked performance<\/em>. Pensi che il mezzo tecnologico che si trova spesso, se non sempre, tra te, il tuo partner nelle performance e gli spettatori, potrebbe essere un ostacolo a questi incontri intimi? O pensi che questa tecnologia, attraverso un&#8217;impegnativa distanza fisica e attraverso le tue idee sull\u2019assenza e l\u2019intimit\u00e0, potrebbe realmente rafforzare questa vicinanza, questo riunirsi, la prossimit\u00e0 psicologica e sensuale che tu stessa evochi e provi?<\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><strong>Annie Abrahams:<\/strong><span lang=\"it-IT\">Vorrei ribadire questo concetto: per me l\u2019intimit\u00e0 mediata, e cio\u00e8 l\u2019intimit\u00e0 che ha luogo attraverso l\u2019uso di macchine, non \u00e8 la stessa intimit\u00e0 che proviamo nella vita reale. Non \u00e8 un\u2019esperienza minore, ma neanche pi\u00f9 potente, \u00e8 solo diversa. E a me piace questa forma diversa d\u2019intimit\u00e0. Forse perch\u00e9 in fondo sono ancora una biologa che vuole imparare a conoscere meglio il mondo che la circonda.<\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><span lang=\"it-IT\"> Attraverso l\u2019uso delle macchine e grazie alle circostanze mediate che queste mi consentono di creare, io ho accesso a tutti i tipi di comportamenti intimi che la gente solitamente non dimostra in pubblico. La tecnologia non \u00e8 un ostacolo agli incontri intimi, ma un mediatore.<\/span><\/p>\n<p class=\"testo_iframebold\" lang=\"it-IT\"><strong>Annie e il Sesso<\/strong><\/p>\n<p><strong> Maria Chatzichristodoulou:<\/strong><span lang=\"it-IT\"> (Non viene formulata alcuna domanda)<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong> Annie Abrahams:<\/strong>C<\/span><span lang=\"it-IT\">redere che, dopo la menopausa, i rapporti sessuali proseguano come prima \u00e8 sbagliato. Almeno non \u00e8 stato cos\u00ec per me e per un po\u2019 mi ha fatto molto arrabbiare, perch\u00e9 nessuno mi aveva avvertita! Ci si sente molto soli. Penso che la vita sessuale delle donne in menopausa sia ancora un argomento tab\u00f9 che la gente cerca di evitare.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag58\/articoli\/img\/netart_mariax06.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"335\" \/><\/p>\n<p class=\"testo_iframebold\"><strong>Annie e la biologia<\/strong><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><span class=\"testo_iframebold\"> <strong>Maria Chatzichristodoulou:<\/strong><\/span> Mi piacerebbe che mi raccontassi qualcosa in pi\u00f9 sul tuo passato da <\/span><span lang=\"it-IT\">donna di scienza, da biologa. Cosa ti ha spinta a studiare biologia?<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong> Annie Abrahams:<\/strong>Come figlia di agricoltori non mi era permesso studiare arte. <\/span><span lang=\"it-IT\">Era qualcosa che i miei genitori non capivano e non credevano potesse garantirmi una carriera. Cos\u00ec ho scelto di studiare una materia che avrebbero potuto accettare e che allo stesso tempo mi dava la possibilit\u00e0 di esplorare il mondo che mi circondava. Pensavo che la biologia fosse il campo di studio che all\u2019epoca pi\u00f9 mi si addiceva, a causa di quelle circostanze. <\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\">Era una materia che mi permetteva di chiedermi quale fosse la posizione sociale di qualcuno, e come volevo che fosse il mondo. Gradualmente sono stata coinvolta in azioni politiche, come era frequente all\u2019epoca (ho cominciato gli studi nel 1971, nel periodo post- maggio 1968) ma ho subito capito che la direzione che stavo prendendo non era quella giusta per me. Ricordo che leggevo Dostoyevsky ma i miei colleghi non la ritenevano letteratura accettabile, non riuscivano a capire perch\u00e9 io leggessi Dostoyevsky e non Marx o altra letteratura politica. <\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\">\u00c8 stato allora che ho capito che volevo uscire da quel giro. Non volevo trovarmi in un contesto in cui leggere Dostoyevsky era considerata una perdita di tempo. Tutto ci\u00f2 ha creato una rottura che \u00e8 durata circa due anni, fino a quando ho lasciato la biologia per frequentare la scuola d\u2019arte.<\/span><\/p>\n<p class=\"testo_iframebold\" lang=\"it-IT\"><strong>Annie e la sua arte<\/strong><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong> Maria Chatzichristodoulou: <\/strong>Crede<\/span><span lang=\"it-IT\"> che la tua formazione in biologia, lla conoscenza e la familiarit\u00e0 con un approccio scientifico in generale (come metodologia, visione del mondo, etica, estetica), abbiano influenzato la tua pratica artistica?<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong> Annie Abrahams:<\/strong> No, o almeno cos\u00ec pensavo<\/span><span lang=\"it-IT\"> durante i primi anni. Quando ho deciso di lasciare la scienza per studiare arte, volevo dimenticare. Volevo liberarmi da tutto ci\u00f2 che era ragionevole o formale. Volevo abbandonare tutte le regole che mi avevano insegnato. All\u2019inizio realizzavo dipinti espressionistici e lavori che fossero il pi\u00f9 lontano possibile dalle metodologie scientifiche. \u00c8 passato molto tempo prima che cominciassi ad interessarmi nuovamente alla scienza.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Nel 1993 ho scoperto la Teoria della Complessit\u00e0, \u00e8 stata la prima volta che ho considerato alcune teorie scientifiche come rilevanti per la mia pratica artistica. Ho capito che la Teoria della Complessit\u00e0 mirava a esplorare le relazioni infinitamente complesse, piuttosto che fornire risposte finite e chiuse alle domande. Ma \u00e8 stato solo quando sono stata coinvolta nell\u2019ambito delle performance che ho capito che all\u2019interno dei miei lavori gi\u00e0 utilizzavo metodologie scientifiche in un certo senso. <\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag58\/articoli\/img\/netart_mariax08.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"335\" \/><\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><span lang=\"it-IT\"><strong>Maria Chatzichristodoulou:<\/strong> Puoi approfondire questo concetto<\/span><span lang=\"it-IT\">? Come utilizzi le metodologie scientifiche nei tuoi lavori?<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong> Annie Abrahams:<\/strong> In realt\u00e0 tutti i miei lavori nascono da una grande domanda: &#8220;Come possiamo vivere in un mondo che non capiamo?&#8221;. Nella mia arte spesso mi comporto da scienziata. Il mio lavoro \u00e8 sperimentale, nel senso che le mie performance sono esperimenti. Faccio una domanda. Poi creo una situazione, usando protocolli formali e regole, che spero forniscano una risposta alla mia domanda. Non so mai quale sar\u00e0 il risultato dei miei esperimenti.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Non ho mai in mente un\u2019idea decisa a priori su quella che sar\u00e0 la performance, ma faccio un\u2019ipotesi sul processo che mi aiuta a scrivere i protocolli. Decido soltanto le regole dell\u2019esperimento, i limiti dell\u2019interazione. Il risultato deriva pi\u00f9 da questa serie di protocolli che dalla ricerca di una visione estetica o di altro tipo. Quando la performance inizia, il mio ruolo \u00e8 quello di osservare.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Non interferisco con il suo sviluppo. Qualunque sia il risultato per me \u00e8 ottimo, perch\u00e9 ci\u00f2 che per me \u00e8 importante \u00e8 l\u2019esperimento in s\u00e9. A volte il risultato mi soddisfa pi\u00f9 di altre\u2026 A volte, tutto questo provare e sbagliare, provare e sbagliare risulta essere un momento bellissimo, un momento che vale la pena aspettare.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> La performance <em>Huis Clos \/ No Exit \u2013 On Translation <\/em>(2010)<\/span> <span lang=\"it-IT\">ad esempio, fa parte di un progetto di ricerca artistica (<a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.bram.org\/huisclos\/ontranslation\/index.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.bram.org\/huisclos\/ontranslation\/index.html<\/a>). Questo vuol dire che uso metodi artistici per poter ottenere una risposta ad una domanda. Come accade nella ricerca scientifica, nella mia ricerca artistica cerco di porre domande chiare e di tradurre le mie ipotesi in precisi protocolli di performance. Cerco inoltre di fare distinzioni tra i miei diversi ruoli, e su come questi possano influire sull\u2019esperimento: \u00e8 importante essere consapevoli di quando e se, io sia un mediatore, un organizzatore, un operatore, un performer o un osservatore.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Spesso, specialmente se il risultato di una performance \u00e8 per me fuorviante in relazione alla mia domanda iniziale, raccolgo le reazioni degli osservatori che potrebbero aiutarmi a capire meglio il processo o il risultato. I miei progetti non sono immersivi, voglio che gli osservatori rimangano ad una certa distanza, voglio farli riflettere.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag58\/articoli\/img\/netart_mariax09.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"335\" \/><\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><strong>Maria Chatzichristodoulou:<\/strong> <span lang=\"it-IT\"> Nel tuo lavoro ti vedi come una performer<\/span><span lang=\"it-IT\">, cio\u00e8 come un agente attivo in tempo reale? O magari pi\u00f9 come qualcuno che avvia e cura situazioni\/esperimenti, e poi ne osserva gli sviluppi?<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong> Annie Abrahams:<\/strong> Io sono, e faccio tutto questo, ma non sempre nello stesso momento. Vedo me stessa come una performer, ma anche come parte dell\u2019esperimento. Sono un\u2019agente che opera entro una serie di regole, che ho io stessa ho definito.<\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\"><strong>Maria Chatzichristodoulou:<\/strong> <span lang=\"it-IT\">Prendi in considerazione il tipo di esperienza che vuoi che il tuo pubblico sperimenti mentre partecipa ad una performace? Quanto \u00e8 importante per te?<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong> Annie Abrahams:<\/strong> \u00c8 una domanda importante ed \u00e8 difficile rispondere. Come ho detto prima, non voglio che il pubblico sia <\/span><span lang=\"it-IT\">immerso nelle mie performance. Voglio che si distanzi: infatti non voglio che sia un pubblico, preferirei pensare a loro come a degli osservatori coinvolti. Questi osservatori non sono importanti per lo sviluppo del pezzo &#8211; almeno questo \u00e8 il caso delle performance in cui il pubblico non \u00e8 chiamato ad essere coinvolto attivamente. In questi casi sono pi\u00f9 concentrata sul mio o sui miei partner e su quello che accade tra noi o tra me e loro, piuttosto che su coloro che ci osservano.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Intendo sperimentare cosa e quanto possiamo condividere, e come queste relazioni possano svilupparsi. Allo stesso tempo, la performance non esisterebbe senza coloro che la osservano; lo scambio non avrebbe senso senza la loro presenza.<\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"> Come artista, la performance \u00e8 forse per me come un articolo per un ricercatore scientifico \u2013 cio\u00e8 un modo per rendere pubblico, per condividere qualcosa che ritieni sia importante che l\u2019altra gente sappia o senta. Quindi \u00e8 chiaro che non posso esibirmi in solitudine, ho bisogno che le persone condividano il lavoro con me. <\/span><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\">Rimane per\u00f2 il problema di esibirmi dal vivo, soprattutto per alcune delle mie performance che non coinvolgono attivamente il pubblico, e la domanda che ci si pone \u00e8: c\u2019\u00e8 differenza per il pubblico assistere al pezzo in streaming, nel momento in cui viene realizzato, o assistere ad un pezzo registrato e trasmesso in un secondo momento? Non credo si possa dare un\u2019unica risposta. Questo mi ricorda che \u00e8 da molto che medito sulla possibilit\u00e0 di realizzare un webcam movie\u2026 <\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag58\/articoli\/img\/netart_mariax10.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"335\" \/><\/p>\n<p class=\"testo_iframebold\" lang=\"it-IT\"><strong>Annie e la politica<\/strong><\/p>\n<p><span lang=\"it-IT\"><strong> Annie Abrahams:<\/strong> Per molto tempo il mio detto preferito \u00e8 stato: \u201csorridi al tuo vicino al mattino\u201d<\/span><span lang=\"it-IT\">. Penso che un sorriso al mattino possa cambiare un\u2019intera giornata e di conseguenza, fare molto di pi\u00f9. <\/span>Sorridere \u00e8 un\u2019azione politica, forse quella che ha pi\u00f9 effetto. Un banale e insignificante sorriso ha del potenziale molto rilevante per il cambiamento sociale. Odio la politica. Preferisco agire.<\/p>\n<hr \/>\n<p lang=\"it-IT\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/bram.org\/9meetings\/index.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/bram.org\/9meetings\/index.html<\/a><\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Annie Abrahams \u008f nata in Olanda e vive in Francia dal 1985. Sta svolgendo un dottorato in Biologia presso l&#8217;Universit\u0088 di Utrecht e si \u008f laureata presso l&#8217;Accademia delle Belle Arti di Arnhem. 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