{"id":10710,"date":"2010-05-03T12:00:00","date_gmt":"2010-05-03T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-054\/open-peer-to-peer-design-massimo-menichinelli-partecipated-future\/"},"modified":"2020-11-01T12:49:16","modified_gmt":"2020-11-01T11:49:16","slug":"open-peer-to-peer-design-massimo-menichinelli-partecipated-future","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-054\/open-peer-to-peer-design-massimo-menichinelli-partecipated-future\/","title":{"rendered":"Open Peer-to-peer Design. Massimo Menichinelli E Il Futuro Partecipato"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">Con questa intervista a <span class=\"testo_iframebold\">Massimo Menichinelli<\/span> si inaugura la seconda fase della mia collaborazione con Digicult. Dopo anni di interviste ai principali<em> live media artists<\/em> credo di essermi chiarito abbastanza le idee su quello che sta succedendo in quel campo, e spero di aver fornito delle letture almeno minimamente interessanti anche a chi si \u00e8 dato la pena di leggermi.<\/p>\n<p>In questo periodo ho la netta impressione che alcuni settori della <em>new media art<\/em> abbiano perduto gran parte della portata innovativa che avevano un tempo; i festival proliferano, con molte ridondanze e qualche eccellenza, e si fanno araldi di processi di istituzionalizzazione di forme espressive che sono sempre pi\u00f9 riconosciute al livello accademico, museale, giornalistico e persino pubblicitario. I &#8220;grandi nomi&#8221; continuano a produrre grandi lavori, ogni tanto emerge qualcuno di nuovo in grado di portare il pubblico in territori inesplorati, ma nel complesso il panorama mi pare essere meno emozionante. Niente di male. Il mondo va avanti.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, \u00e8 a causa di questo senso di ristagno che ho deciso di inaugurare un nuovo percorso con Digicult, condividendo con i lettori una parte delle ricerche che sto portando avanti come sociologo nel campo delle recenti trasformazioni dell&#8217;economia culturale, del <span class=\"testo_iframebold\">peer-to-peer (P2P) e dell&#8217;open design<\/span>. Mentre l&#8217;attenzione della maggior parte di noi era concentrata su come i colossi dell&#8217;informazione e dell&#8217;<em>ICT<\/em> cercavano di imporre il monopolio sulla rete, una serie di rapide e radicali trasformazioni dal basso hanno iniziato a mettere in discussione le strutture della produzione immateriale e materiale, rivitalizzando e sistematizzando pratiche che erano gi\u00e0 familiari alle culture <em>hacker, hacktiviste<\/em> e libertarie.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-02.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37145\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-02.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 02\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-02.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-02-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>I nomi con i quali i lettori dovrebbero essere pi\u00f9 familiari sono quelli di <span class=\"testo_iframebold\">Yochai Benler,<\/span> autore di &#8220;The Wealth of Networks&#8221;, e di<span class=\"testo_iframebold\"> Michel Bauwens<\/span>, autore di &#8220;The Political Economy of Peer Production&#8221;. Oltre a loro, tuttavia, una fitta rete di networks<em> si \u00e8 andata rapidamente strutturando a livello globale, provando ad applicare i principi dei commons <\/em>e del<em> peer-to-peer<\/em> a una variet\u00e0 di campi impressionante, che va dall&#8217;urbanistica alla prostetica, passando per il <em>design<\/em> e la produzione materiale (oltre che, ovviamente, per quello che \u00e8 l&#8217;esempio pi\u00f9 fenomenale di come il<em> p2p<\/em> ha sconvolto il nostro modo di operare nel mondo come esseri sociali ed economici: l&#8217;open source software).<\/p>\n<p>Si tratta di un mondo dai confini in continua espansione ed ibridazione, nel quale pratiche e definizioni si moltiplicano senza posa; per questo, coerentemente con la natura del campo, invito i lettori a cercare i termini con i quali non sono familiari su Wikipedia e sul sito della<span class=\"testo_iframebold\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/p2pfoundation.net\/The_Foundation_for_P2P_Alternatives\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"> Foundation for P2P Alternatives<\/a><\/span>.<\/p>\n<p>Proprio a causa della vertiginosa accelerazione dei mondi in questione ho deciso di iniziare intervistando <span class=\"testo_iframebold\">Massimo Menichinell<\/span>i, fondatore di <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.openp2pdesign.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">openp2pdesign.org<\/a>, un blog nato a fine 2006 e trasformatosi ad inizio 2010 in una comunit\u00e0 <em>open source<\/em> per la ricerca e sviluppo di progetti collaborativi e complessi per comunit\u00e0 e territori. Il focus della sua attivit\u00e0, infatti, \u00e8 interamente metodologico e progettuale; e credo che non ci sia niente di meglio per affrontare fenomeni complessi di un po&#8217; di sana metodologia.<\/p>\n<p>Massimo Menichinelli \u00e8 un designer che svolge attivit\u00e0 professionale, ricerche e progetti riguardanti l&#8217;introduzione di dinamiche <em>Open<\/em> e<em> P2P<\/em> nei processi di design legati a comunit\u00e0 e territori. Si interessa alle relazioni che il design sta costruendo con il territorio, le comunit\u00e0 e la complessit\u00e0, adottando principi e pratiche provenienti dai fenomeni del software <em>Open Source, peer-to-peer e Web 2.0<\/em> per sviluppare interventi mirati a comunit\u00e0 locali per favorire la loro auto-organizzazione per il miglioramento delle condizioni locali.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-03.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37146\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-03.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 03\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-03.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-03-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Con queste ricerche ha iniziato nel 2005 a sviluppare la metodologia progettuale <span class=\"testo_iframebold\">Open P2P Design<\/span>, nata per processi progettuali con e per un Sistema Comunit\u00e0\/Localit\u00e0 (una comunit\u00e0 ed il proprio territorio) al fine di ottenere un&#8217;attivit\u00e0 collaborativa che generi iniziative di innovazione aperta e sociale (<em>Open Innovation \/ Social Innovation<\/em>).<br \/>\nIl design visto, quindi, non come strumento estetico e formale ma come strumento organizzativo per la facilitazione (o <em>MetaDesign<\/em>) di sistemi, processi, progetti aperti.<\/p>\n<p><strong>Bertram Niessen:<\/strong> Leggendo i post sul tuo sito si passa dal <em>social service design<\/em> alla progettazione di automobili. Come definiresti quindi il campo d&#8217;applicazioni dell&#8217;<em>open p2p design<\/em>?<\/p>\n<p><strong>Massimo Menichinelli:<\/strong>Open P2P Design \u00e8 la proposta di una metodologia di design per il<em> co-design<\/em> di attivit\u00e0 collaborative <em>open<\/em> e<em>peer-to-peer<\/em>con\/per comunit\u00e0, attraverso appunto un processoaperto e partecipato per co-progettare una attivit\u00e0 collaborativa. Una metodologia di <em>community-centered design <\/em>insomma. Ho iniziato a sviluppare questa metodologia per rispondere ad una mancanza: esiste l&#8217;interesse nel replicare forme organizzative <em>open <\/em>e <em>p2p<\/em> ma fino ad ora la questione \u00e8 stata affrontata solo tramite l&#8217;adozione di <em>software<\/em> e tecnologie, senza una progettazione sociale vera e propria (e quindi con un approccio non sempre sufficiente).<\/p>\n<p>I campi di applicazione sono potenzialmente vasti e ancora in fase di definizione. Si pensi ai vari casi di adozione di metodologie <em>open<\/em>: si parte dalle biotecnologie fino ad arrivare alla estrazione di risorse minerarie come nel caso della Goldcorp Inc.! In definitiva, la si pu\u00f2 applicare ovunque ci sia una attivit\u00e0 che vogliamo rendere aperta e collaborativa, oppure ovunque si pensi che una attivit\u00e0 collaborativa possa risolvere un problema specifico grazie alla presenza di partecipanti attivi.<\/p>\n<p>Con un processo<span class=\"testo_iframebold\"> Open P2P Design<\/span> si progetta non un prodotto o un artefatto comunicativo, ma una attivit\u00e0 collaborativa (partendo dal Design dei Servizi e altre discipline), la quale a sua volta si dedicher\u00e0 ad un problema da risolvere (magari attraverso la progettazione collaborativa di un prodotto o artefatto comunicativo). Ho voluto non legare il campo di applicazione di Open P2P Design solo al design per non limitarne lo sviluppo e perch\u00e9, effettivamente, pu\u00f2 rappresentare una strada ulteriore per contribuire a diffondere principi e dinamiche<em> open<\/em> e <em>peer-to-peer<\/em>.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-04.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37147\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-04.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 04\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-04.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-04-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>In linea generale, la metodologia <span class=\"testo_iframebold\">Open P2P Design<\/span> pu\u00f2 essere applicata dove si vuole facilitare l&#8217;emergenza di una attivit\u00e0 collaborativa, sia in una comunit\u00e0 \/ organizzazione esistente, sia per l&#8217;emergenza di una nuova.<\/p>\n<p>All&#8217;interno delle imprese, possiamo sviluppare attivit\u00e0 collaborative interne all&#8217;azienda o per sviluppare<em> business<\/em> collaborativi basati su comunit\u00e0. Un esempio \u00e8 dato dalle iniziative di <span class=\"testo_iframebold\">Open Innovation<\/span>, laddove si preferisca co-creare realmente con una comunit\u00e0 lo sviluppo di innovazioni aperte, e non solamente captare informazioni od offrire una attivit\u00e0 dove gli utenti \/ comunit\u00e0 non hanno voce in capitolo. Possiamo sviluppare attivit\u00e0 collaborative anche all&#8217;interno di una impresa, se pensiamo che la sola adozione di un <em>software<\/em> non sia sufficiente a generare la collaborazione desiderata (che \u00e8 poi l&#8217;approccio attuale dell&#8217;<span class=\"testo_iframebold\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Enterprise_2.0\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Enterprise 2.0<\/a><\/span>).<\/p>\n<p>Non solo, possiamo anche addirittura pensare a sviluppare <em>business<\/em> basati su comunit\u00e0, come nel caso dell&#8217;<span class=\"testo_iframebold\">azienda di telefonia <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/giffgaff.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">GiffGaff<\/a>, <\/span>dove gli utenti stessi svolgono alcune delle attivit\u00e0 dell&#8217;azienda (per non parlare poi della <em>mass customization<\/em>). Penso sia inoltre opportuno coinvolgere utenti e comunit\u00e0 anche nei<em> business<\/em> indirizzati alla base della piramide (<em>Bottom of the Pyramid<\/em>), per evitare proposte non adeguate (si veda l&#8217;articolo satirico di <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/The_Onion\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">The Onion<\/a> a riguardo) ed instaurare invece un dialogo paritario.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda le amministrazioni pubbliche, \u00e8 interessante il caso dell&#8217;<span class=\"testo_iframebold\">Open Governmen<\/span>t: al momento con questo termine si intende la pubblicazione dei dati in possesso dei governi, sotto licenze aperte per la facilitazione della costruzione di visualizzazione e presentazioni da parte di cittadini e organizzazioni in maniera indipendente. Con questa mossa si intende aumentare la trasparenza delle istituzioni per fornire ai cittadini la consapevolezza sulla gestione pubblica, al fine di poter effettuare scelte informate.<\/p>\n<p>Un grande passo avanti, ma si potrebbe andare ancora oltre, sviluppando magari servizi pubblici <em>open, p2p<\/em> e collaborativi, come ha fatto la <span class=\"testo_iframebold\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.designcouncil.info\/futurecurrents\/about_project.php\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">RED Unit del Design Council <\/a><\/span>britannico. Con un ulteriore passo, si potrebbe rendere collaborative e aperte anche attivit\u00e0 attualmente prerogativa di governi e amministrazione pubbliche, come il <span class=\"testo_iframebold\">documentario<\/span> &#8220;<a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.usnowfilm.com\/pages\/1\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Us Now<\/a>&#8221; mostra molto bene.<\/p>\n<p>Infine le amministrazioni pubbliche possono adottare questa metodologia qualora vogliano sviluppare reti collaborative in un determinato territorio o citt\u00e0, nell&#8217;ambito di iniziative di sviluppo locale volte al rinforzare le reti economiche e sociali locali.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-05.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37148\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-05.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 05\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-05.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-05-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Non dimentichiamolo poi, questa metodologia pu\u00f2 essere usata anche per sviluppare progetti creativi come quelli di <em>Open Hardware e Open Design<\/em>, inteso sia come <span class=\"testo_iframebold\">Open Product Desig<\/span>n che come <span class=\"testo_iframebold\">Open Web Design, Open Interaction Design, Open Font Design, Open Movie Design, Open Game Design, Open Architecture e Open Fashion Design<\/span> per fare solo alcuni esempi.<\/p>\n<p>Va notato come per\u00f2 attualmente quasi tutti questi esempi considerino l&#8217;<em>Open Design<\/em> semplicemente come la pubblicazione di uno o pi\u00f9 file sotto una licenza che ne permette la condivisione. Nessuno cio\u00e8 parte dal coinvolgimento e dalla costruzione di una comunit\u00e0 attiva in un processo collaborativo, che \u00e8 proprio ci\u00f2 che il processo Open P2P Design propone.Infine, lo stesso progetto e spazio web openp2pdesign.org \u00e8 ora una comunit\u00e0 <em>open source<\/em> per lo studio e lo sviluppo di progetti per sistemi sociali, sistemi collaborativi e sistemi complessi: utilizzeremo la metodologia <em>Open P2P Design<\/em> per la definizione del suo stesso funzionamento.<\/p>\n<p><strong>Bertram Niessen:<\/strong> Come declini il rapporto tra <em>metadesign <\/em>e <em>design<\/em> nel tuo approccio?<\/p>\n<p><strong>Massimo Menichinelli:<\/strong> Il concetto di <em>Metadesign<\/em> (o metaprogetto) non \u00e8 ancora molto diffuso tra i <em>designer<\/em> ma lentamente si sta definendo e sviluppando; il numero crescente di<em> designer<\/em> che programmano il proprio <em>software<\/em> con Processing, per la realizzazione di progetti ne sono un esempio. Principalmente per <em>metadesig<\/em>n si intende la progettazione del processo di<em> design<\/em> e degli artefatti materiali, immateriali e cognitivi in esso necessari. L&#8217;interesse verso il <em>metadesign<\/em> rappresenta una crescente consapevolezza riguardante gli strumenti e i processi progettuali e la loro influenza sui risultati finali; consapevolezza sempre pi\u00f9 necessaria con il cambiamento della societ\u00e0 e dell&#8217;economia e quindi con i cambiamenti riflessi nei progetti.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-06.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37149\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-06.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 06\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-06.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-06-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Non solo: se vogliamo portare gli utenti e le comunit\u00e0 all&#8217;interno del processo progettuale, ci rendiamo subito conto che il risultato finale non \u00e8 pi\u00f9 controllabile pienamente e anzi conviene strutturare e progettare il processo piuttosto che il risultato (che risentir\u00e0 appunto dell&#8217;apporto di utenti e comunit\u00e0). Un approccio quindi che diventa necessario nei progetti di <em>Open Design<\/em>, e volendo possiamo vedere tutti i progetti <em>open<\/em> come progetti di <em>Metadesign<\/em>, dove la pubblicazione del primo codice sorgente altro non \u00e8 che uno strumento per l&#8217;emergenza della comunit\u00e0.<\/p>\n<p>In <span class=\"testo_iframebold\">Open P2P Design<\/span>, il <em>Metadesign<\/em> \u00e8 ancora pi\u00f9 a monte: non progettiamo il risultato finale che vogliamo ottenere (la risoluzione di un determinato problema), e nemmeno l&#8217;attivit\u00e0 collaborativa che progetter\u00e0 e\/o agir\u00e0 per ottenere questo risultato. In realt\u00e0, progettiamo il processo e gli strumenti con cui, assieme ad una comunit\u00e0, co-progetteremo per lei l&#8217;attivit\u00e0 collaborativa.<\/p>\n<p>Inoltre, questa caratteristica di <em>metadesign<\/em>, rende l&#8217;applicazione di Open P2P Design su tre livelli possibili: 1) il metadesign di attivit\u00e0 collaborative per la risoluzione di un problema da parte di una comunit\u00e0 (ad esempio, per un progetto di <em>Open Design<\/em>); 2) il <em>metadesign<\/em> di attivit\u00e0 collaborative che progettano\/realizzano strumenti e processi per altre attivit\u00e0 collaborative (ad esempio, per la progettazione e produzione di tecnologie di <em>Fabbing<\/em>); 3) il <em>metadesign<\/em> di attivit\u00e0 collaborative che ri-progettano la metodologia Open P2P Design stessa.<\/p>\n<p>L&#8217;importanza dell&#8217;approccio di <em>metadesign<\/em> risiede nell&#8217;apportare al progetto maggiori probabilit\u00e0 di aderenza alle reali esigenze di utenti, comunit\u00e0 e mercato (esigenza infatti tra le principali spinte alla apertura del processo progettuale ad una ampia partecipazione). Inoltre, la metodologia <span class=\"testo_iframebold\">Open P2P Design<\/span> \u00e8 essa stessa o<em>pen source<\/em>, e quindi non solo \u00e8 aperta all&#8217;evoluzione ma pu\u00f2 anche essere modificata e adattata ulteriormente ad ogni specifica esigenza e contesto locale.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-07.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37150\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-07.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 07\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-07.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-07-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Bertram Niessen:<\/strong> I pregi del <em>co-design<\/em> sono ormai abbastanza chiari, almeno nelle dichiarazioni d&#8217;intenti: trasversalit\u00e0, messa a frutto dell&#8217;intelligenza collettiva, etc . Quali sono secondo te i suoi maggiori limiti?<\/p>\n<p><strong>Massimo Menichinelli:<\/strong> I limiti del co-design e comunque in linea generali dei Sistemi Open e P2P sono principalmente tre, al momento: uno legato alla partecipazione, un&#8217;altro legato alla comprensione delle dinamiche open e l&#8217;ultimo legato alla reale possibilit\u00e0 di realizzare tali progetti. La questione della partecipazione \u00e8 cruciale, anche se spesso poco considerata o data per scontata. In realt\u00e0 assicurare una partecipazione ampia e ricca (cio\u00e8 non eccessivamente omogenea) non \u00e8 cosa semplice da ottenere, con il rischio di impoverire e rendere inutile un processo progettuale di <em>co-design<\/em>.<\/p>\n<p>Molto spesso la partecipazione segue delle distribuzioni a legge di potenza, dove non tutti i partecipanti contribuiscono al progetto allo stesso modo ma solo pochi lo fanno veramente. Bisogna quindi trovare il modo, nel progetto di <em>metadesign<\/em>, di coinvolgere non solo il maggior numero di persone possibile, ma di coinvolgerle anche effettivamente ricercando diversit\u00e0 di esperienze e conoscenze, evitando che solo pochi partecipanti influiscano.<\/p>\n<p>La partecipazione poi si basa principalmente sulle conoscenze e le capacit\u00e0 necessarie nelle determinate fasi del processo progettuale. Bisogna quindi porre attenzione affinch\u00e9 queste conoscenze e capacit\u00e0 siano effettivamente distribuite in un numero sufficiente di persone facilmente raggiungibili, cercando al contempo di valorizzarle e accrescerle. Ci\u00f2 potrebbe rappresentare un grande limite per un progetto di co-design: per poter co-progettare con degli utenti e delle comunit\u00e0, \u00e8 necessario che questi esistano o che ci siano le condizioni affinch\u00e9 possano emergere, altrimenti viene meno sia la reale necessit\u00e0 del progetto che le risorse che lo arricchiscono.<\/p>\n<p>Infine anche gli strumenti che decidiamo\/progettiamo influiranno su quante persone potranno realmente partecipare. Un progetto di <em>Open Design<\/em> sviluppato per poter essere progettato collaborativamente solo su iPhone sar\u00e0 anche interessante, ma soltanto chi ne possiede uno potr\u00e0 partecipare. Bisogna quindi porre molta attenzione ad abbassare le barriere all&#8217;ingresso al processo progettuale.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-08.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37151\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-08.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 08\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-08.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-08-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Riguardo alla comprensione delle dinamiche e dei progetti <em>open<\/em> e di <em>co-design<\/em>, stiamo uscendo lentamente da una fase in cui \u00e8 stata esaltata la collaborazione di massa come la panacea per tutti i problemi e con al contempo uno scarso interesse verso i reali cambiamenti che questa collaborazione porta nelle organizzazioni, pubbliche e private. E le applicazione di dinamiche collaborative e\/o <em>open<\/em> e <em>p2p<\/em> sono avvenute isolatamente e non sempre con una riflessione metodologica e su quali siano i limiti dei campi di applicazione.<\/p>\n<p>Sicuramente sono necessarie maggiori iniziative sia di ricerca che di divulgazione, c&#8217;\u00e8 ancora una notevole mancanza di comprensione completa di queste dinamiche sia in tra chi le studia e chi le mette in pratiche, nonch\u00e8 nella societ\u00e0 stessa. Ad esempio, una critica che viene fatta ai processi di <em>co-design<\/em> \u00e8 di richiedere un tempo eccessivo: in realt\u00e0 non sempre vengono comprese le reali dinamiche e tempistiche dei processi progettuali produttivi, e comunque tramite l&#8217;approccio di <em>metadesign<\/em> \u00e8 possibile creare processi progettuali pi\u00f9 o meno partecipati e quindi pi\u00f9 o meno brevi a seconda delle esigenze.<\/p>\n<p>Per chi si occupa di realizzare in pratica questi progetti di<em> Open Design<\/em> e attivit\u00e0 collaborative, i limiti pi\u00f9 grandi si trovano invece nella mancanza di strumenti e servizi o nella mancanza di sistemi tra loro, il fatto che si trovino nelle prime fasi evolutive o che richiedano ancora risorse economiche non indifferenti.\u00a0 Ad ogni modo, i costi si stanno abbassando, e al momento una stampante 3D costa meno di quanto costasse una stampante laser nel 1985.<\/p>\n<p>Anche i <em>software <\/em>per lo sviluppo di progetti collaborativi, hanno dei grossi limiti. Il principale \u00e8 che, essendo stati sviluppati da programmatori e per programmatori, funzionano benissimo per lavorare collaborativamente su testo o codice, ma non altrettanto quando lavoriamo collaborativamente su immagini, disegni, audio, filmati e modelli 3D. Con qualche piccolo <em>hacking<\/em> nell&#8217;uso dei<em> software<\/em>, senza dover scrivere alcuna riga di codice, \u00e8 possibile aggirare questi limiti, ma le barriere all&#8217;ingresso nei processi progettuali rimarranno comunque alte finch\u00e9 non si risolveranno questi problemi.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-09.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37152\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-09.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 09\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-09.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-09-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><span class=\"testo_iframebold\"><strong>Bertram Niessen:<\/strong> <\/span>Negli ultimi due-tre anni c&#8217;\u00e8 stata una grande enfasi sul mondo del <em>desktop manufacturing<\/em> (l&#8217;utilizzo di personal computer per pilotare stampanti 3d che realizzano oggetti fisici bypassando la tradizionale produzione centralizzata industriale). Secondo te, le metodologie di <em>open design<\/em> si applicheranno maggiormente (o in un modo pi\u00f9 soddisfacente) a questo campo o troveranno una declinazione anche nella produzione industriale?<\/p>\n<p><strong>Massimo Menichinelli:<\/strong> Dopo quello che ho visto nei miei spostamenti e progetti, penso che molto dipenda dalle situazioni locali, sia in termini di tecnologie e forze produttive, quanto di interessi e strategie locali. L&#8217;idea del <span class=\"testo_iframebold\">Desktop Manufacturing<\/span> \u00e8 molto affascinante ma ci saranno anche altre differenti strategie coesistenti: <em>desktop manufacturing<\/em> individuale, <em>desktop manufacturing <\/em>condiviso in comunit\u00e0 locali, <em>Fab Lab<\/em> all&#8217;interno di Universit\u00e0 o di imprese che offrono servizi, filiere produttive locali disponibili alla produzione digitale<em> on-demand<\/em> di beni fisici su piccola scala, singole tecnologie accessibili attraverso servizi <em>online<\/em> come <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.shapeways.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Shapeways<\/a> e <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.ponoko.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Ponoko<\/a>, reti tra individui come <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.100kgarages.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">100k Garages<\/a>, marketplace come <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.cloudfab.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Cloudfab<\/a>, <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.fabbersmarket.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Fabbers Market<\/a>, <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.blomming.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Blomming<\/a> e anche imprese tradizionali.<\/p>\n<p>Ci sono gi\u00e0 stati almeno 3 casi di <em>Open Design<\/em> provenienti da vere e proprie aziende, che ne hanno gestito la produzione e distribuzione degli artefatti fisici: <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.openmoko.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Openmoko<\/a>, <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.viaopenbook.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">VIA OpenBook<\/a> e <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.buglabs.net\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Bug Labs<\/a>. Qui il problema non \u00e8 tanto trovare una declinazione nella produzione industriale, quanto aprire realmente il processo progettuale e renderlo collaborativo. In definitiva, \u00e8 una questione sia economica che di gestione della conoscenza: le attivit\u00e0 collaborative di <em>Open Design<\/em> che avranno successo saranno quelle che riusciranno maggiormente a gestire risorse materiali, economiche e la conoscenza necessaria per il loro funzionamento.<\/p>\n<p>Un esempio \u00e8 dato dagli innumerevoli casi di <span class=\"testo_iframebold\">Open Car Design<\/span>: quasi tutti cercano di ri-progettare un veicolo pi\u00f9 o meno sostenibile da capo e hanno difficolt\u00e0 nel procedere e realizzare il progetto. I casi pi\u00f9 interessanti provengono invece o da imprese che gi\u00e0 producevano autoveicoli e con una studiata strategia commerciale (come <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.local-motors.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Local Motors<\/a>) oppure da iniziative volte al modificare veicoli esistenti, richiedendo quindi meno conoscenze e risorse materiali ed economiche (come <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/ecars-now.wikidot.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">eCars &#8211; Now!<\/a>). Per questi motivi quindi potrebbero avere maggior successo casi di <span class=\"testo_iframebold\">Open Source Fashion Design<\/span>, dato che le tecnologie e conoscenze necessarie per la progettazione e produzione sono molto pi\u00f9 economiche, accessibili e gi\u00e0 distribuite nei territori.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-10.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37153\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-10.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 10\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-10.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-10-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Bertram Niessen:<\/strong>Il mondo di cui ti occupi si trova in una posizione ambigua dal punto di vista disciplinare. Quali problemi pensi che generi una situazione di questo tipo? E quali vantaggi?<\/p>\n<p><strong>Massimo Menichinelli:<\/strong> Dato che il mondo del <em>design<\/em> non ha, storicamente, molte relazioni con il concetto di comunit\u00e0, all&#8217;inizio delle mie ricerche ho dovuto iniziare a studiare anche architettura, urbanistica, psicologia (soprattutto la Teoria dell&#8217;Attivit\u00e0) comunit\u00e0 online, <em>social network analysis<\/em>. In futuro inoltre mi piacerebbe integrare la metodologia Open P2P Design o collegarla con la proposta di <span class=\"testo_iframebold\">Motivational Design<\/span> di Gianandrea Giacoma e Davide Casali, e utilizzare strumenti come la <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/netmap.ifpriblog.org\/about\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Net-map toolbox<\/a>.<\/p>\n<p>Oltre a queste discipline, \u00e8 importantissimo per me lo studio dei sistemi complessi (e quindi della complessit\u00e0), un interesse che gi\u00e0 avevo e che ha ricevuto un ulteriore impulso dopo la lettura di &#8220;Linux: A Bazaar at the Edge of Chaos&#8221; di <span class=\"testo_iframebold\">Ko Kuwabara<\/span>. Penso sia importante adottare una visione che tenga conto della complessit\u00e0 dei problemi che affrontiamo con i nostri progetti, e nel caso di progetti per comunit\u00e0 e territori la comprensione delle loro dinamiche di sistemi complessi diventa indispensabile. Un progetto <em>Open<\/em> \u00e8 molto di pi\u00f9 di una modifica ad un codice effettuata a livello locale da una sola persona, \u00e8 un vero e proprio sistema complesso con dinamiche evolutive, come spiega lo stesso Kuwabara.<\/p>\n<p>Non a caso uno degli obiettivi principali di <span class=\"testo_iframebold\">openp2pdesign.org<\/span> non \u00e8 solo lo studio e lo sviluppo di progetti <em>Open<\/em> ma anche lo studio e lo sviluppi di progetti complessi quali <span class=\"testo_iframebold\">Generative \/ Genetic Design, Bionic Design\u00a0 \/ Biomimicry<\/span>, proprio per diffondere una cultura del progetto legata alla complessit\u00e0. Il dover attingere a tutte queste discipline \u00e8 stato un ostacolo all&#8217;inizio, ma in seguito si \u00e8 rivelato un vantaggio, dato che ho sicuramente maggiori strumenti a disposizione per affrontare progetti per sistemi distribuiti. Probabilmente in futuro sar\u00e0 pi\u00f9 semplice sviluppare questi progetti, ma in queste fasi iniziali \u00e8 importante spendere energie in termini di ricerca per poter costruire delle metologie progettuali e di <em>metadesign<\/em>.<\/p>\n<p>Va notato come i termini<em> Open<\/em> e<em> P2P<\/em> siano purtroppo in un certo qual modo ancora &#8220;scomodi&#8221; oltre che ambigui, per la portata dei cambiamenti che introducono. In realt\u00e0 bisognerebbe comprendere come le forme organizzative rappresentino dei trend gi\u00e0 in atto, dove la capacit\u00e0 di costruire reti sociali e comunit\u00e0 attraverso l&#8217;auto-organizzazione, la condivisione e la collaborazione altro non sono che un modo per essere pi\u00f9 reattivi e capaci di adattarsi ai rapidi cambiamenti della societ\u00e0 e dell&#8217;economia.<\/p>\n<p>Inoltre, storicamente il campo di azione del <em>designer<\/em> \u00e8 molto limitato da chi si occupa di <em>management<\/em> e <em>marketing<\/em>; di conseguenza non ci si aspetta che un designer intervenga su aspetti organizzativi (e forse questa \u00e8 una delle ragioni per cui il <span class=\"testo_iframebold\">Design dei Servizi<\/span> ancora non \u00e8 riuscito a sfondare). Forse ora con l&#8217;interesse per il <span class=\"testo_iframebold\">Design Thinking<\/span>,anche nelle imprese ci si sta accorgendo che design non significa creativit\u00e0 anarchica e superficiale bens\u00ec regole, processi, strumenti e ruoli per lo sviluppo collettivo di progetti orientati agli utenti, al contesto sociale, ambientale ed economico. A parte questi limiti, il vantaggio principale dell&#8217;avere una formazione da <em>designer<\/em> \u00e8 la capacit\u00e0 di sviluppare progetti differenti con svariati processi e strumenti, unita alla capacit\u00e0 di riflettere su di essi.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-11.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37154\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-11.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 11\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-11.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-11-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Bertram Niessen:<\/strong> Tra le riflessioni di chi si occupa di <span class=\"testo_iframebold\">Open Manufacturing<\/span>, mi sembra che la didattica non trovi un posto centrale. Sei d&#8217;accordo? Quali<em> tool<\/em> e metodologie pensi che vadano implementati al proposito?<\/p>\n<p><strong>Massimo Menichinelli:<\/strong> S\u00ec, ho trovato anche io pochi casi di didattica legata ai sistemi di <em>Open Design<\/em> in senso generale, sia tra chi partecipa al fenomeno che tra chi si occupa di didattica. Molto probabilmente non viene ancora capita la portata del cambiamento, oppure si cerca di ostacolarla o ignorarla proprio per questo motivo. La didattica secondo me \u00e8 fondamentale in questo caso: come ti accennavo prima, la questione della conoscenza \u00e8 centrale per la riuscita di questi processi e progetti, non solo in quanto educazione alle dinamiche e strumenti progettuali, ma in quanto bisogna assicurare che gli utenti\/comunit\u00e0 siano realmente portatori di conoscenze e capacit\u00e0 interessanti nel processo di <em>co-design<\/em>.<\/p>\n<p>Tra i pochi casi che ho trovato bisogna notare il lavoro di <span class=\"testo_iframebold\">Ezio Manzini<\/span>, che alla <span class=\"testo_iframebold\">Facolt\u00e0 del Design del Politecnico di Milano<\/span> ha organizzato assieme ad altri professori dei laboratori per la progettazione di servizi collaborativi; quello di <span class=\"testo_iframebold\">Marta Mal\u00e9-Aleman<\/span>y, che all&#8217;interno dell&#8217;<span class=\"testo_iframebold\">Institute for Advanced Architecture of Catalonia<\/span> a Barcellona tiene un corso di <em>Open Design<\/em> legato al <em>Fabbing<\/em>; e quello di <span class=\"testo_iframebold\">Roger Pitiot<\/span>, che ha tenuto un corso di <em>Open Design<\/em> all&#8217;interno dell&#8217;<span class=\"testo_iframebold\">International Design school for Advanced Studies (IDAS)<\/span> a Seoul. Senza dimenticare che <span class=\"testo_iframebold\">Arduino<\/span> \u00e8 nato proprio nel contesto della didattica, bisogna segnalare anche l&#8217;<span class=\"testo_iframebold\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.campivisivi.net\/titillium\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Open Font Titillium<\/a> <\/span>che nasce all&#8217;interno dell&#8217;Accademia di Belle Arti di Urbino grazie alla partecipazione degli studenti del biennio di specializzazione.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 poi tra varie lezioni e workshop tra Europa e Asia sto facendo anche io della didattica, anche se fino ad ora questa attivit\u00e0 si \u00e8 svolta solo in occasione di eventi ed inviti. Molto probabilmente una delle attivit\u00e0 centrali di openp2pdesign.org in futuro sar\u00e0 quella di sviluppare e offrire didattica con una organizzazione continua.<br \/>\nPer risolvere questa mancanza, la questione principale da affrontare \u00e8 diffondere consapevolezza di questi processi progettuali, dei loro limiti e dei loro vantaggi.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-12.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-37155\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-12.png\" alt=\"numero54_Open Peer to Peer 12\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-12.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Open-Peer-to-Peer-12-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Gli strumenti da utilizzare sono quelli gi\u00e0 in uso nei processi attuali e anzi il coinvolgimento di Universit\u00e0, centri di ricerca e imprese potrebbe essere una strategia per lo sviluppo di quegli strumenti al momento mancanti o poco sviluppati. Per quanto riguarda le metodologie, ci possono essere sicuramente molte strade, non escludo per\u00f2 che si possa pensare di utilizzare Open P2P Design per la progettazione di attivit\u00e0 collaborative di didattica <em>open<\/em> con specifici contesti locali.<\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"left\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.openp2pdesign.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.openp2pdesign.org\/<\/a><\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con questa intervista a Massimo Menichinelli si inaugura la seconda fase della mia collaborazione con Digicult. Dopo anni di interviste ai principali live media artists credo di essermi chiarito abbastanza le idee su quello che sta succedendo in quel campo, e spero di aver fornito delle letture almeno minimamente interessanti anche a chi si \u008f dato la pena di leggermi.<\/p>\n","protected":false},"author":45,"featured_media":36990,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[323,239,207],"tags":[53,62],"class_list":["post-10710","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-art","category-articles","category-issue-054","tag-interviews","tag-p2p"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v22.4 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Open Peer-to-peer Design. 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After being interviewing the leading live media artists during the past years , I believe I fairly cleared my mind up on what is going on in that field , and I hope to have also supplied at least narrowly i nteresting readings, to those who bothered reading me.[:it]Con questa intervista a Massimo Menichinelli si inaugura la seconda fase della mia collaborazione con Digicult. Dopo anni di interviste ai principali live media artists credo di essermi chiarito abbastanza le idee su quello che sta succedendo in quel campo, e spero di aver fornito delle letture almeno minimamente interessanti anche a chi si \u008f dato la pena di leggermi. 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