{"id":10707,"date":"2010-05-03T12:00:00","date_gmt":"2010-05-03T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-054\/squatting-supermarkets-shoptivism-narrations\/"},"modified":"2020-11-01T12:46:59","modified_gmt":"2020-11-01T11:46:59","slug":"squatting-supermarkets-shoptivism-narrations","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/hacktivism\/squatting-supermarkets-shoptivism-narrations\/","title":{"rendered":"Squatting Supermarkets: Le Narrazioni Dello Shoptivism"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"left\">\u201cRaccontami una storia\u201d \u00e8 una frase semplice, una richiesta immediatamente comprensibile, che prevede un&#8217;azione non altrettanto semplice. Raccontare, infatti, \u00e8 quella pratica che coinvolge sempre un \u201cio\u201d narrabile che non \u00e8 mai autonomo e padrone di s\u00e9 ma che si costruisce dall&#8217;intreccio delle storie, delle relazioni con l&#8217;altro. Secondo <span class=\"testo_iframebold\">Adriana Cavarero<\/span> la narrazione fornisce ad ogni soggettivit\u00e0 quello che gli manca: <em>unit\u00e0, unicit\u00e0<\/em> e <em>stabilit\u00e0<\/em>. L&#8217;<em>unit\u00e0<\/em> \u00e8 data dall&#8217;intreccio di tutte le esperienze che ha l&#8217;\u201dio\u201d come centro. Voglio sentirmi raccontare come protagonista quello che <em>in virt\u00f9 del racconto <\/em>diventa<em> il mio agire. <\/em><\/p>\n<p align=\"left\">Ma ogni storia \u00e8 unica, irripetibile, necessita necessariamente di un punto di vista, un&#8217;<em>unicit\u00e0<\/em> la cui <em>stabilit\u00e0<\/em> \u00e8 fornita dalla struttura del racconto che da al s\u00e9 una direzione anche approssimata, una coerenza anche imperfetta.La filosofa e femminista italiana scrive: \u201cOgnuno cerca nella storia, narrata da altri o da lui medesimo, quell&#8217;unit\u00e0 della propria identit\u00e0 che, lungi dall&#8217;avere una realt\u00e0 sostanziale, invece appartiene soltanto al suo desiderio.<\/p>\n<p align=\"left\">Esso orienta sia le sue attese sia chi viene narrato sia il lavoro di chi narra\u201d (A. Cavarero, &#8220;Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione&#8221;<em>,<\/em> Feltrinelli, Milano, 1997, p. 59). Raccontare si configura cos\u00ec come un&#8217;<em>agire politico<\/em> in grado di descrivere la complessit\u00e0 della realt\u00e0 e far fronte alle sue problematiche.<\/p>\n<p align=\"left\">\u201cRaccontare l&#8217;altra parte della storia\u201d \u00e8 l&#8217;obbiettivo che si propone <span class=\"testo_iframebold\">Squatting Supermarkets<\/span>, un&#8217;istallazione, una performance, un opera di net art, dei racconti (e si potrebbero usare ancora molte altre parole per descriverla), una coproduzione <span class=\"testo_iframebold\">FakePress\/Art is Open Source<\/span>, presentata per la prima volta nel novembre 2009 durante il <span class=\"testo_iframebold\">Piemonte Share Festival<\/span>, vincitrice dello <span class=\"testo_iframebold\">Special Project Award<\/span> dello stesso festival e del Green Award per la tecnologia a impatto \u201c0\u201d dell\u2019Environemental Park di Torino.<\/p>\n<p align=\"left\">Durante il festival l&#8217;istallazione era composta da tre blocchi. Su un cubo bianco all\u2019interno di una teca di plexiglass era esposto un iPhone che inquadrava il logo di un caff\u00e8, mentre sullo schermo di fianco iniziava a scorrere in loop un micro-documentario che illustra gli impatti ecologici e ambientali della produzione di caff\u00e8 sui paesi d\u2019importazione. Una dimostrazione di quello che si potrebbe raccontare ad un consumatore all&#8217;interno di un supermercato attraverso l&#8217;utilizzo di un cellulare rimescolando diverse fonti provenienti dalla rete.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-02.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36963\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-02.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 02\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-02.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-02-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Di fronte alla teca, un usuale scaffale da supermercato riempito con circa 300 barattoli con etichette <span class=\"testo_iframebold\">Squatting Supermarkets <\/span>in cinque colori (rosso, fucsia, giallo, blu e verde). Su di un lato dello scaffale era allestito un oracolo in versione tecnologica, una versione rielaborata dell&#8217;applicazione iSee presente sull&#8217;iPhone. Un grande schermo proiettava un occhio su sfondo nero e invitava ad essere consultato.<\/p>\n<p align=\"left\">Intorno a questo erano disposti una serie di prodotti anonimi inseriti dentro sacchetti di plastica contraddistinti unicamente da un Qrcode. Inserendo un prodotto nello scaffale sottostante, grazie ad una webcam che inquadra il codice, l\u2019occhio-oracolo ne svelava la storia nascosta. Dall&#8217;altro lato una <span class=\"testo_iframebold\">Shoptivism TV<\/span>, una webTV in diretta dal Museo, che coinvolgeva il pubblico del festival in un dialogo sui temi dell\u2019installazione realizzando due collegamenti in remoto.<\/p>\n<p align=\"left\">L&#8217;informazione sembrava essere al centro dell&#8217;intera operazione con l&#8217;obbiettivo, per\u00f2, di andare oltre la visione del mondo offerta dai poteri globalizzanti e soprattutto declinata in un contesto molto particolare. L&#8217;istallazione <span class=\"testo_iframebold\">Squatting Supermarkets<\/span> era proposta come un supermercato interattivo in <em>&#8220;r<\/em>ealt\u00e0 aumentata&#8221;. Una realt\u00e0 che troviamo descritta in modo esemplare negli ultimi due romanzi di William Gibson, &#8220;Accademia dei sogni&#8221;, ma soprattutto &#8220;Guerreros&#8221;<em>.<\/em> Una realt\u00e0 che non \u00e8 solo immaginata ma appartiene alla vita di tutti i giorni.<\/p>\n<p align=\"left\">Da un lato siamo circondati da nuovi applicativi su cellulari e device di vario tipo che permettono di aggiungere e stratificare livelli di significato a ci\u00f2 che ci circonda. Vengono pubblicati costantemente software in grado di fornire informazioni anche solo inquadrando palazzi, luoghi, oggetti o codici. Ma le informazioni che ci vengono fornite provengono di solito da un unica fonte in grado di dirigere l&#8217;azione di chi le consulta.<\/p>\n<p align=\"left\">Dall&#8217;altro lato lo sviluppo dei social network ha spinto grandi aziende a sfruttare l&#8217;entusiasmo dei consumatori per elaborare una propria immagine positiva data dai commenti e dai contributi degli utenti. Si viene cos\u00ec a creare un immagine virtuale e molteplice di queste aziende che per\u00f2 si mostra allo stesso tempo incontrollabile.<\/p>\n<p align=\"left\"><span class=\"testo_iframebold\">Squatting Supermarkets <\/span>mescola questi due aspetti veicolando altre informazioni, non in un ottica oppositiva alle grandi multinazionali ma attraverso lo sviluppo di altre storie intrecciate, nomadi, provenienti da utenti diversi, per questo incontrollabili e resistenti alle logiche di potere. L&#8217;azione mette in crisi quell&#8217;immagine virtuale che le aziende costruiscono di s\u00e9, non dimenticando di riportare il tutto al reale e di coinvolgere attivamente i corpi in uno spazio quotidiano come pu\u00f2 essere quello di un supermercato. La componente performativa diventa un luogo di resistenza ideale.<\/p>\n<p align=\"left\">\u00c8 stato cos\u00ec durante uno dei workshop che si \u00e8 tenuto a Torino in occasione del festival, in cui gli autori hanno spiegato gli aspetti teorici e pratici dello \u201cShoptivism\u201d e hanno invitato i partecipanti ad un&#8217;azione di Shoppdropping nei centri commerciali della citt\u00e0. L&#8217;obbiettivo era quello di aggiungere micro-narrazioni o haiku urbani utilizzando etichette adesive da attaccare sulle merci degli scaffali.<\/p>\n<p align=\"left\">Vi erano stampate piccole frasi che inducono a riflettere sulle modalit\u00e0 del consumo: \u201cIl 70% delle volte che usi questo prodotto dimenticherai di smaltirne correttamente la confezione\u201d; \u201cNon saprai mai la storia di questo prodotto\u201d; Sii felice! Sei parte di una piccola \u00e8lite globale. Solo il 7% delle persone nel mondo pu\u00f2 comprare questo prodotto\u201d.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-03.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36964\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-03.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 03\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-03.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-03-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">L&#8217;imprevedibilit\u00e0 della narrazione si \u00e8 espressa appieno, invece, durante una particolare versione, tutta performativa, di <span class=\"testo_iframebold\">Squatting Supermerkets<\/span> <span class=\"testo_iframebold\">che si \u00e8 tenuta il 24 gennaio 2010 presso il circolo arci la Scighera di Milano<\/span>. L&#8217;azione era presentata come un banchetto interattivo in realt\u00e0 aumentata.<\/p>\n<p align=\"left\">L&#8217;accesso ad un ricco banchetto era sbarrato da a una coppia inusuale di camerieri vestiti con camice e tuta bianca, con il volto coperto da una mascherina. Alle richieste degli ospiti i due rispondevano impeccabili: \u201cRaccontaci una storia\u201d. L&#8217;unico indizio a disposizione erano due monitor che proiettavano il logo-occhio-oracolo di iSee, due webcam sopra gli schermi e una ciotola trasparente contenete dei Fiducial Markers, simboli particolari ritagliati su quadratini di cartoncino bianco. Ogni piatto era associato ad una storia. Ponendo uno dei Fiducial Markers davanti alla webcam un piccolo video compariva sul monitor.<\/p>\n<p align=\"left\">Accedere al banchetto era semplice, era necessario raccontare la storia appena ascoltata dall&#8217;oracolo ai due camerieri. Una volta compreso il meccanismo, il pubblico ha iniziato a consultare l\u2019occhio utilizzando i Fiducial Markers. Per ottenere un pasto completo i partecipanti dovevano raccontare le storie collegate alle diverse pietanze ma quello che proveniva dai monitor erano solo piccoli frammenti di video, suoni o immagini.<\/p>\n<p align=\"left\">Dopo una prima fase di confusione qualcuno ha incominciato a capire che quello che i due camerieri volevano era che gli ospiti si raccontassero, raccontassero la propria storia intrecciandola con le suggestioni provenienti da banche dati digitali. Si sentiva allora raccontare del proprio rapporto con il cibo, di situazioni improbabili in cui chi narrava era protagonista.<\/p>\n<p align=\"left\">Si assisteva alla condivisione e alla messa in scena dei propri desideri in un intreccio tra reale e virtuale che tendeva a far rifletter sul cibo che ingeriamo ogni giorno e sui meccanismi del consumo. Questo perch\u00e8 \u201cuna performance effettiva come luogo di resistenza deve utilizzare scene di ricombinazione tra loro collegate che oscillano tra vita virtuale e vita quotidiana\u201d (Critical Art Ensemble, &#8220;Sabotaggio elettronico&#8221;, Castelvecchi, Roma, 1995, p.58)<\/p>\n<p align=\"left\">Per questo \u00e8 per molti altri motivi \u00e8 stato interessante intervistare gli autori di <span class=\"testo_iframebold\">Squatting Supermarkets <\/span>sui temi che attraversano le loro azioni.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-04.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36965\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-04.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 04\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-04.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-04-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\"><strong>Loretta Borrelli:<\/strong> Il decennio appena passato \u00e8 stato pi\u00f9 volte definito del NoLogo. All\u2019interno della critica politica c\u2019\u00e8 stata spesso una strana identificazione con dei loghi che nascondevano grandi profitti e messa a valore della vita quotidiana il nemico. \u00c8 usuale incappare in azioni artistiche o politiche che utilizzavano questi loghi in termini di opposizione. In questo lavoro invece questi loghi non sono il grande nemico ma materiale da utilizzare a cui dare nuovo senso.<\/p>\n<p align=\"left\"><strong>Squatting Supermarket:<\/strong>C&#8217;\u00e8 un episodio interessante accaduto durante il Piemonte Share Festival. Una donna di pi\u00f9 o meno 50 anni mentre presentavamo l&#8217;installazione continuava a interromperci con una certa foga, tanto che a diverse riprese siamo stati costretti a zittirla pregandola di aspettare. Lo stato d\u2019animo della signora (profondamente in buona fede) derivava da un\u2019interpretazione dialogica di Squatting Supermarket: nel suo schema le corporation erano il nemico da fronteggiare e noi le fornivamo un virile (e nuovo) strumento di lotta da impugnare da usare \u201ccontro\u201d. Ma Squatting Supermarkets e iSee non sono un &#8220;sampietrino informazionale&#8221;, almeno non in senso monodirezionale.<\/p>\n<p align=\"left\">Un&#8217;attitudine di questo tipo non ci porterebbe lontano, ne siamo perfettamente consapevoli: la nostra generazione non pu\u00f2 permettersi di avere un &#8220;grande nemico&#8221; da combattere prima di tutto perch\u00e9 il nemico si \u00e8 dissolto, smaterializzato. Vi \u00e8 poi un elemento pi\u00f9 difficile da analizzare e risolvere a livello esistenziale di rapporto col potere: riprodurre i meccanismi del \u201cnemico\u201d, anche se in termini di opposizione, nasconde un desiderio di indentificazione e di riconoscimento con il medesimo, e spesso quello di trovarsi \u201cal suo posto\u201d.<\/p>\n<p align=\"left\">Le grandi rivoluzioni ne sono l\u2019esempio storico pi\u00f9 eclatante: la rottura del vecchio ordine significa l\u2019imposizione del nuovo dominatore e il rapporto col potere rimane sostanzialmente invariato (in questo l\u2019esperienza femminista e l\u2019ecologismo rappresentano ancora degli strumenti di analisi e critica del tutto validi e da cui abbiamo ancora da imparare).<\/p>\n<p align=\"left\">Passando ai loghi e al brand, le corporation traggono un beneficio diretto dall&#8217;opposizione, tant&#8217;\u00e8 che non di rado casi e fake vengono creati ad hoc e sono a tutti gli effetti integrati nelle strategie di marketing: a livello mediatico rimangono il centro della comunicazione, mentre dal punto di vista di chi agisce la campagna, gli sforzi si concentrano nella negazione dell\u2019avversario piuttosto che sulla costruzione di un\u2019alternativa, con le conseguenze implicite esposte prima.<\/p>\n<p align=\"left\">Altra costante \u00e8 la sussunzione: dress code e tendenze emergenti in sacche di resistenza e culture giovanili vengono studiati, codificati e standardizzati, pronti per diventare mode e sfilare in passerella (non riteniamo necessario approfondire oltre un argomento ampiamente noto e documentato).<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-05.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36966\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-05.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 05\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-05.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-05-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Cosa succede dunque al conflitto in un quadro del genere? Come agirlo? E soprattutto, \u00e8 destinato a scomparire? Certamente no. Il conflitto viene piuttosto proiettato in uno stato permanente, assumendo per molti versi una dimensione possibilistica e di opportunit\u00e0, di creazione di valore, mentre in uno spazio (fisico e immateriale) ultra codificato l&#8217;unica azione efficace \u00e8 quella &#8220;fra&#8221; i codici: lo squatting \u00e8 strategico nel conflitto contemporaneo.<\/p>\n<p align=\"left\">In Squatting Supermarkets parliamo infatti esplicitamente di squatting infrastrutturale, applicato in questo caso allo spazio fisico immateriale del consumo: il logo e il punto vendita. Il logo \u00e8 una risorsa: \u00e8 riconoscibile, si indossa e ce lo si porta dietro sugli oggetti, campeggia visivamente sugli scaffali, sui giornali, sulle superfici urbane, sui siti web. Pi\u00f9 che assumere un senso nuovo, la sua funzione viene riprogettata, esattamente come si fa con una tecnologia operando il reverse engeneering.<\/p>\n<p align=\"left\">Da risorsa comunicativa della corporation si trasforma in un luogo di comunicazione aperto, capace di veicolare una polifonia di voci, una narrativa emergente. \u00e9 come se improvvisamente i pezzi di mondo dietro al brand lasciati allo scuro irrompano sulla scena: i consumatori, i lavoratori, gli altri produttori gli stessi oggetti. Anche qui le logica non \u00e8 oppositiva: la corporation, al pari degli altri soggetti, fa parte del meccanismo di pubblicazione. Solo che ne perde l&#8217;esclusiva e il monopolio.<\/p>\n<p align=\"left\">Allo stesso modo il punto vendita. La tecnologia mobile, quella che la stragrande maggioranza dei consumatori si porta in tasca, rende possibile detournare l\u2019esperienza fisica dello shopping, interrompendo e aggiungendo nuovi strati informativi e possibilit\u00e0 nel momento pi\u00f9 performativo (e decisivo) del consumo: scegliere il prodotto, metterlo nel proprio carrello, pagarlo.<\/p>\n<p align=\"left\">Certamente la narrativa dello squatting \u00e8 meravigliosa: la riconoscibilit\u00e0 del brand, il suo essere studiato con forme semplici ed essenziali, rende la sua immagine facilmente processabile dal software di riconoscimento visivo. Il punto di forza del brand \u00e8 anche il suo bug: lo stesso da dove entriamo. Proprio come entriamo in un punto vendita trasformandolo in una potenziale vetrina espositiva di prodotti altrui.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-06.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36967\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-06.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 06\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-06.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-06-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\"><strong>Loretta Borrelli: <\/strong>Le grandi corporation ormai sono consapevoli delle enormi potenzialit\u00e0 date da gruppi di utenti che si cercano per scambiarsi idee e opinioni su brand o anche solo per definire una propria appartenenza. In Squatting Supermerket l&#8217;intervento degli utenti \u00e8 richiesto per elaborare una posizione critica o per uno scambio consapevole di informazioni sui prodotti e gli oggetti che li circondano. Quali pensate siano le differenze sostanziali che possono spingere gli utenti ad usare questo sistema in modo diverso da quello promosso dalle grandi aziende? quali possono essere i risultati anche negativi in entrambi i casi?<\/p>\n<p align=\"left\"><strong>Squatting Supermarket:<\/strong>Le considerazioni iniziali e le domande che ci poni sono parte integrante della ricerca. Le aziende sanno di non poter controllare la comunicazione: non \u00e8 pi\u00f9 possibile pensare ad un\u2019esclusivit\u00e0 delle fonti di informazione. Per verificarlo basta fare una ricerca banale su google. Scopriremo, ad esempio, che fra i primi 10 risultati digitando &#8220;Apple&#8221; ci sono i link a wikipedia e a blog autonomi di utenti che si scambiano informazioni, curiosit\u00e0 e pareri sui prodotti e sulle politiche azienzali del marchio.<\/p>\n<p align=\"left\">Spinti da necessit\u00e0, aziende e corporation sbarcano in massa sui social network per acquisire fette di capitale relazionale (la good reputation), ma il risultato di operazioni di questo tipo non \u00e8 scontato n\u00e8 prevedibile: esiste una percentuale di rischio inevitabile, dove operazioni di green washing possono diventare pericolosi boomerang in mano agli utenti.<\/p>\n<p align=\"left\">I consumatori, dal canto loro, dimostrano una predisposizione non trascurabile a discutere sulle merci e sulle scelte che orientano i loro acquisti: secondo uno studio Eurisco circa il 30% dei cittadini europei sarebbe disposto a diventare un boycotter attivo se avesse le informazioni adeguate, fidandosi tendenzialmente pi\u00f9 delle informazioni reperite sui social network che da quelle riportate sulle etichette dei prodotti. In sintesi, un folto gruppo di consumatori si informa online, scegliendo fonti provenienti da altri utenti o comunque da terzi, prima di comprare.<\/p>\n<p align=\"left\">Non vogliamo con questo descrivere uno scenario idilliaco, ma fotografare una realt\u00e0 emergente e in profondo cambiamento e una possibilit\u00e0. Siamo peraltro perfettamente consapevoli dei seguenti fattori:<\/p>\n<ul>\n<li>\n<p align=\"left\">corporation, aziende e player globali hanno a disposizione risorse (finanziarie, comunicative e di immaginario) non paragonabili a quelle degli utenti;<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p align=\"left\">l\u2019infrastruttura di iSee pu\u00f2 essere manipolata a loro vantaggio, esattamente come avviene sui social network: dalle campagne di marketing virale alle professionalit\u00e0 specifiche, sappiamo benissimo che esistono migliaia di persone pagate per avere 50 profili (finti) alla volta, spacciandosi per utenti veri, stringendo amicizia, commentando, facendo girare le notize e cos\u00ec via;<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p align=\"left\">il potenziale di Squatting Supermarkets e iSee si esprime se diventa una pratica diffusa e adottata e se diventa strumento di azione per comunit\u00e0 esistenti (siano esse consorzi di produttori, realt\u00e0 attiviste o istituzionali) e processi.<\/p>\n<\/li>\n<\/ul>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-07.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36968\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-07.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 07\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-07.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-07-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Ci sono infine soggetti terzi rispetto alla coppia produttori\/consumatori che entrano nel meccanismo di pubblicazione: fonti di informazioni autorevoli, pubbliche e attendibili che offrono informazioni sui prodotti\/brand, i cui dati sono integrati nella piattaforma. Attualmente iSee integra i dati provenienti da SourceMap (la supply chain open source del MIT), Earth Watch (NASA, UN), Corporate Watch.<\/p>\n<p align=\"left\">Facciamo un esempio: con i progetti del tipo di Earth Watch \u00e8 possibile, risalendo alla composizione chimica dei prodotti, stabilire delle connessioni reali tra questi e vari tipi di inquinamento nelle varie parti del mondo. Possiamo quindi prendere il nostro shampoo preferito e sapere, ad esempio, quanto influisce sul degrado delle coste atlantiche e cos\u00ec via. Stiamo lavorando molto su questo aspetto con l\u2019ambiziosa prospettiva, tutta da sondare anche a livello legale, di creare una \u201cAutority peer to peer\u201d: le potenzialit\u00e0 di un organismo di questo tipo sarebbero infinite, n\u00e9 attualmente ne esiste uno.<\/p>\n<p align=\"left\">Non esiste ovviamente un modo di prevedere quello che le persone o le aziende faranno con tecnologie e pratiche come iSee e Squatting Supermarkets. N\u00e9 tale previsione rientra tra le nostre priorit\u00e0. Che sono invece volte alla creazione della pratica, alla realizzazione di un nuovo spazio e alla creazione di una nuova possibilit\u00e0. Quello che ci interessa \u00e8 osservare il mondo, analizzarne i processi e gli immaginari, e dar loro libero sfogo, libera espressione.<\/p>\n<p align=\"left\">E&#8217; un approccio etnografico, in questo senso. E anche nel senso che lo studio delle pratiche umane, del desiderio, dell&#8217;immaginazione, delle relazioni e delle emozioni delle persone riguarda anche noi, ovviamente.<\/p>\n<p align=\"left\">Che diventiamo una voce come tutte le altre: non ci interessa appropriarci di una posizione di vantaggio \u201csolo\u201d perch\u00e8 abbiamo progettato una azione\/pratica\/tecnologia. N\u00e9 di questa ipotetica posizione di vantaggio ci interessano le possibilit\u00e0 di fare previsioni e stime: \u00e8 interesante andare oltre la sociologia, il prediction marketing, o anche la facile politica. Ci interessa raccogliere tensioni, desideri, immaginari ed emozioni esistenti e lavorare tra i codici in cui \u00e8 impacchettato il mondo per aprire quelli che permettono di darne libera ed autonoma espressione, e quindi di creare pratiche\/tecnologie\/azioni che permettano loro di rappresentarsi. Non vogliamo dare direzioni: vogliamo creare spazi in cui le direzioni siano scelte dalle persone che hanno intenzione di scegliersele.<\/p>\n<p align=\"left\">Creata la pratica\/tecnologia questa viene rilasciata e resa disponibile e diventiamo anche noi parte di questo insieme di persone. A quel punto agiamo in maniera autonoma e l\u00ec, ovviamente, creiamo le nostre interferenze aggiungendo dei contenuti, che per noi riguardano concetti estesi di sostenibilit\u00e0, tolleranza, responsabilit\u00e0 e critica sociale, ecologia dell&#8217;ambiente e della mente. E per farlo agiamo su domini differenti, dalla scienza, al design, all&#8217;arte, alla politica, all&#8217;ingegneria.<\/p>\n<p align=\"left\">Ma siamo una voce tra tante.Quindi: quali saranno gli usi che le persone e le aziende vorranno fare di Squatting Supermarkets? Quali gli effetti positivi\/negativi? La risposta \u00e8: tutti quelli che vorranno farne. Noi faremo i nostri, appropriandoci di questo spazio\/possibilit\u00e0 proprio come ci piacerebbe che si sentissero liberi di farlo anche tutti gli altri. Ci interessa reinventare la realt\u00e0, creare nuovi spazi, sfuggire dalle configurazioni di default e creare strumenti disponibili e accessibili per la propria autonomia e libert\u00e0 di espressione e di comunicazione; non ci interessa distribuire ideologie.<\/p>\n<p align=\"left\">E, quindi, a un certo punto, si inizier\u00e0 a parlare di contenuti, tramite cui ognuno potr\u00e0 dare una propria \u201cdirezione\u201d a questo nuovo spazio, a questo \u201caumento\u201d di realt\u00e0 disponibile. Noi stessi, come casa editrice\/performer\/artivisti, esprimeremo un nostro insieme di direzioni. Inizialmente facendo esistere il sistema e trovandone i meccanismi per una sua sostenibilit\u00e0, veicolandolo alle reti sociali esistenti, creando relazioni, comunicandolo.<\/p>\n<p align=\"left\">Per quanto riguarda i produttori, Squatting Supermarkets \u00e8 ancora una realt\u00e0 embrionale: le reazioni delle aziende non sono del tutto prevedibili. In realt\u00e0 potrebbero non gradire affatto che una piattaforma colleghi il loro shampoo all\u2019inquinamento di un determinato territorio, per tornare all\u2019esempio di prima, e dobbaimo fare molta attenzione anche alle questioni legali che sono delicate e controverse. Per fortuna collaboriamo sempre con diversi avvocati, in questo senso preziosissimi.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-08.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36969\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-08.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 08\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-08.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-08-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\"><strong>Loretta Borrelli:<\/strong> Squatting Supermarkets inizia da l\u00ec, da dove finisce l&#8217;etichetta. Il processo che mettete in atto \u00e8 quello della stratificazione di significati, ma non si tratta di una azione esclusivamente digitale ma anche performativa che coinvolge spazi fisici e tende ad avviare un processo di consapevolezza nei singoli consumatori. In un epoca in cui l\u2019infomazionalismo la fa da padrone, cio\u00e8 diventa performativo lo scambio di informazioni, voi aggiungete altre informazioni?<\/p>\n<p align=\"left\"><strong>Squatting Supermarket:<\/strong> \u201cThe next big thing\u201d, Internet delle cose. Dal 2007 lo chiamiamo Neorealismo Vitruale. \u00c8 la possibilit\u00e0 di pubblicare informazioni su corpi, architetture e oggetti che \u00e8 una realt\u00e0 di fatto, con tutte le conseguenze che ne derivano. Squatting Supermarkets non desidera &#8220;evangelizzare&#8221; il consumatore a un consumo critico, e forse nemmeno spronare una forma di consapevolezza. La sua essenza \u00e8 quella di infrastruttura abilitante da un lato, e di diffusione di pratiche dall&#8217;altro. Un&#8217;aspirazione morale \u00e8 assente.<\/p>\n<p align=\"left\">Il focus forse \u00e8 pi\u00f9 sul rendere visibile la complessit\u00e0 dell&#8217;ecosistema in cui siamo immersi (in questo caso lo shopping, il consumo, il market place) e di strumenti che abilitino la possibilit\u00e0 di esistere, di esprimersi delle nostre identit\u00e0. Quello che offriamo \u00e8 un&#8217;infrastruttura, uno spazio pubblico che \u00e8 per sua natura neutrale e il suo valore sta principalmente l\u00e0: l&#8217;obiettivo di una strada \u00e8 permettere la circolazione, non controllare chi ci passa (questa funzione \u00e8 delegata ad altri soggetti, per fortuna); una piazza \u00e8 un luogo aperto dove chiunque teoricamente pu\u00f2 interagire, incontrarsi, aggregarsi. Lo stesso vale per un&#8217;infrastruttura come iSee.<\/p>\n<p align=\"left\">Per quanto riguarda il modo di stratificare e aggiungere informazioni, va nella direzione di reinventare il reale (una &#8220;realt\u00e0 aumentata&#8221;, dunque, in senso possibilistico ed emergente, non solo con un\u2019accezione tecnologica) e, contemporaneamente, di aggiungere e togliere complessit\u00e0: poter scavare, fare emergere dati sommersi e punti di vista intrinsecamente multipli e, allo stesso tempo, di rendere il tutto acessibile, naturale, gestuale, semplice e fisico.<\/p>\n<p align=\"left\">L&#8217;azione sul corpo \u00e8 un pezzo della riflessione e del modello di pubblicazione: produciamo media ibridi, come lo sono le tecnologie che utilizziamo. Ma c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9. Con Squatting Supermarkets allo Share abbiamo coniato il termine Shoptivism (shopping + activism). Declinato in due modi, principalmente: una web TV realizzata su una facciata dell&#8217;installazione per affermare la possibilit\u00e0 di un dialogo dentro il supermercato e la ricerca attiva di questo dialogo; e un&#8217;azione di Shopdropping.<\/p>\n<p align=\"left\">Tutto ci\u00f2 ha fatto parte di un workshop agli studenti del Multimedia DAMS. Con loro siamo andati nei centri commerciali della citt\u00e0 muniti di etichette adesive da apporre sui codici a barre dei prodotti. Sulle etichette c&#8217;erano delle micronarrative urbane sul tema del consumo. Frasi brevi come degli haiku. In sostanza \u00e8 lo stesso meccanismo, la stessa modalit\u00e0 di pubblicazione che propone Fake Press, ma analogica e orientata ad un&#8217;azione sui corpi in questo caso consapevole: una performance tesa a interrompere il flusso del consumo.<\/p>\n<p align=\"left\">E ci\u00f2 ha un senso e un valore specifico soprattutto dal punto di vista di chi fa l&#8217;azione: prepararsi, immaginare, rischiare (anche se pochissimo), impiegare tempo. L&#8217;esperienza dei corpi ha un valore specifico semplicemente perch\u00e8 il corpo \u00e8 un &#8220;device&#8221;, una tecnologia di cui disponiamo che fornisce informazioni preziose e non sostituibili, ad oggi, da altre tecnologie. Il corpo restituisce finitezza, dolore, senso della morte, conseguenze delle azioni, ci restituisce il senso del nostro essere-nel-mondo.<\/p>\n<p align=\"left\">Diverso tempo fa abbiamo realizzato una tuta da indossare che collegava il corpo al suo avatar (o viceversa), OneAvatar: il promo dell\u2019opera era il suicidio di xDxD su SL. Un suicidio vero, che implicava la morte fisica: il suo avatar si gettava da una rupe ma un circuito elettrico collegato al corpo lo percorreva di scariche. E la tuta funziona esattamente cos\u00ec, solo a basso voltaggio naturalmente.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-09.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36970\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-09.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 09\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-09.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-09-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\"><strong>Loretta Borrelli:<\/strong> Sul sito Art is Open source c&#8217;\u00e8 scritto:\u201d<em>Ogni prodotto genera una reazione a catena costruita <\/em>da anelli ambientali, sociali, politici, economici, tecnologici, relazionali, emozionali. Queste connessioni, cos\u00ec complesse e ramificate, sono poco esplicite: alle persone \u00e8 riservato troppo spesso solo il messaggio esperienziale del \u201ccompra questo oggetto\/servizio, \u00e8 fatto proprio per te, per come vuoi essere\u201d. Non solo le soggettivit\u00e0 vengono messe a valore ma anche le relazioni. Ogni acquisto ha un aspetto emotivo e affettivo sembra emergere da questa frase. Per questo una critica politica che non prenda in considerazione questo potrebbe sembrare insufficiente. Nel vostro lavoro potrebbe sembrare che emerga un altro significato della parola consumismo.<\/p>\n<p align=\"left\"><strong>Squatting Supermarket:<\/strong>L\u2019homo oeconomicus teorizzato dall&#8217;economia politica (Smith ma anche Marx) non esiste oggi e non \u00e8 mai esistito. Il consumo \u00e8 un atto complesso che investe chiaramente dimensioni culturali, emotive, antropologie, psicologiche. Gi\u00e0 Benjamin nei \u201cPassage\u201d si rendeva perfettamente conto che il consumatore ama e si identifica nelle merci (compreso l&#8217;operaio della catena di montaggio che avrebbe dovuto odiare le merci, simbolo del suo sfruttamento: ma non era sempre esattamente cos\u00ec).<\/p>\n<p align=\"left\">Che l&#8217;esposizione della merce, e quindi il consumo visuale, non \u00e8 un atto banale e passivo. Che tale fruizione e l\u2019atto del consumo implica sempre un livello di rielaborazione soggettiva da parte del consumatore, da cui il prodotto risulta a sua volta modificato. Ora tutto questo \u00e8 portato all&#8217;estremo: la tecnologia entra nel privato e dentro i nostri corpi.<\/p>\n<p align=\"left\">Attraverso di essa riusciamo ad aumentare ad un livello le nostre performance e di essere messi a lavoro a pieno regime: si pensi banalmente alle lenti a contatto o al pc. In queste condizioni, anche un primitivo luddismo (distruggere la tecnologia fu la prima rudimentale forma di sovversione rispetto alle macchine: il movimento operaio organizzato venne ben dopo, ma sarebbe difficile immaginarlo senza queste premesse) risulta inapplicabile o debolissimo per ovvi motivi: non c&#8217;\u00e8 ribellione verso la tecnologia, che \u00e8 piuttosto oggetto di desiderio, di feticismo e simbolo di emancipazione (lasciamo fuori le possibili derive del super-uomo che attraverso le mutazioni tecnologiche si rende adatto ad una natura sempre pi\u00f9 in pericolo di sopravvivenza).<\/p>\n<p align=\"left\">Prescindere da questi elementi \u00e8 impossibile, tantomeno dal consumo: siamo immersi in un ecosistema consumistico in cui progressivamente anche le nostre dimensioni pi\u00f9 mentali e intime diventano e si attuano tramite prodotti e servizi. L&#8217;esodo non \u00e8 una via praticabile e tutto sommato nemmeno appetibile&#8230;<\/p>\n<p align=\"left\">\u00c8 difficile, tuttavia, affermare che dal nostro lavoro emerga una nuova definizione di consumismo: anche qui \u00e8 pi\u00f9 pertinente la possibilit\u00e0 di attivare pratiche emergenti, nuove se vogliamo, che deformano, allargano, riprogettano l&#8217;esperienza e i mecanismi del consumo, esplicitando gli strati di realt\u00e0 sommersa, come viene dichiarato nello statement artistico. D&#8217;altronde, come dice Bill Gates in una lettera a Seboeck: &#8220;power is making things easy&#8221;. La realt\u00e0 invece \u00e8 complessa.<\/p>\n<p align=\"left\">Riflettendo, forse ci\u00f2 che che varia in modo sostanziale \u00e8 la definizione di profitto, costretta a incorporare elementi culturali, ecologici, ambientali, sociali, oltre che strettamente &#8220;economici&#8221;. Squatting Supermarkets crea in questo senso tensione, una pressione se vuoi, verso le aziende a partire non da pretese morali, ma dalla sopravvivenza: ci\u00f2 che si prefigura se agito, \u00e8 uno stato di competizione radicale, dove la sopravvivenza delle aziende \u00e8 sempre pi\u00f9 legata alla loro azione sostanziale, non all\u2019immagine, verde, umana e caritatevole partorita da un pubblicitario&#8230;<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-10.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36971\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-10.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 10\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-10.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-10-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\"><strong><span class=\"testo_iframebold\">Loretta Borrelli:<\/span><\/strong> In Squatting Supermarkets cercate di fare agire i corpi in uno spazio fisico ma anche utilizzare la rete per intrecciare diverse storie. Lo fate utilizzando i meccanismi dei social network. <em><span lang=\"it-IT\">Cosa ritenete che sia stato determinante per il successo dei social network? <\/span><\/em><\/p>\n<p align=\"left\"><strong>Squatting Supermarket:<\/strong> La situazione dei social network \u00e8 complessa e in continua evoluzione. Probabilemente non abbiamo ancora visto l&#8217;ultima svolta del web 2.0. N\u00e9 avverr\u00e0 un \u201cpassaggio\u201d al 3.0, inteso come un cambiamento repentino ad un altro paradigma. Sono, adesso, presenti diverse fasi sovrapposte e a diversi livelli di maturit\u00e0 che si mischiano le une con le altre. Non \u00e8 chiara la situazione. Dietro il successo dei social network non c&#8217;\u00e8 un singolo fattore determinante, ma una situazione emergente.<\/p>\n<p align=\"left\">C&#8217;\u00e8 sicuramente il venture capital e il desiderio, da parte dei grandi operatori economici, di cogliere le tensioni post-moderne, che di fatto stanno caratterizzando e, in un qualche buffo modo, \u201cdecorando\u201d il tracollo dei meccanismi economici classici, ma ci sono anche altri elementi.<\/p>\n<p align=\"left\">Se, ad esempio, in una lunga fase iniziale i social network erano investimenti a perdere, senza modelli di business comprensibili e in cui gli unici che riuscivano a fare soldi lo facevano applicando modelli stravecchi come la pubblicit\u00e0, ringiovaniti dalla tecnologia &#8211; ad esempio con la contestualizzazione dei messaggi pubblicitari \u2013 adesso siamo in una situazione completamente differente.<\/p>\n<p align=\"left\">In cui i soldi continuano a venire dalla pubblicit\u00e0, ma in cui allo stesso tempo stanno partendo in massa tutta una serie di altri modelli accessori, destinati ad altre forme di profitto. E&#8217; illuminante, in questo senso, osservare tutto il processo dal punto di vista del design, e principalmente da quello dell&#8217;interaction design, quando si occupa dell&#8217;evoluzione dei suoi approcci nelle varie fasi di adozione delle tecnologie.<\/p>\n<p align=\"left\">E&#8217; ad esempio illuminante la descrizione di David Liddle sulle fasi di adozione delle tecnologie, e sull&#8217;evoluzione degli approcci di design durante la loro sequenza. In particolare si caratterizza una sequenza in cui prima gli \u201centusiasti\u201d, poi i \u201cprofessionisti\u201d e poi i \u201cconsumatori\u201d diventano i principali fruitori delle tecnologie. Questa successione descrive delle modalit\u00e0 completamente differenti nel design dei prodotti\/servizi\/esperienze. Inizialmente \u00e8 tutto \u201cfuori standard\u201d, incredibilmente espressivo e a forma libera.<\/p>\n<p align=\"left\">Nella seconda fase emerge la standardizzazione dei comandi e delle rappresentazioni sulle interfacce, appaiata con il focus sull&#8217;affidabilit\u00e0. Nella terza fase si va ancora oltre: il focus sull&#8217;affidabilit\u00e0 delle funzioni aumenta a dismisura e si va oltre la standardizzazione dei controlli, introducendo gli automatismi. Giunti nella fase consumer le funzioni pi\u00f9 importanti della tecnologia subiscono processi di automatizzazione. E&#8217; evidente per le automobili (si pensi agli automatismi dedicati alla sicurezza, come gli airbag, i dispositivi di frenata&#8230;) e nelle macchine fotografiche.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-11.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36972\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-11.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 11\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-11.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-11-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Ma cosa succede quando l&#8217;automatismo, oltre la standardizzazione, viene applicato al social network, al suo arrivo nella fase consumer? Quando lo applico alle relazioni, alla comunicazione, all&#8217;interconnessione? Succede esattamente quello che succede per gli altri prodotti: diventiamo parte dell&#8217;algoritmo.<\/p>\n<p align=\"left\">Questo \u00e8 un processo che \u00e8 applicato sistematicamente al web 2.0 e a tutte le sue evoluzioni, per cui l&#8217;attenzione, la relazione, la privacy, lo spazio pubblico, quello privato, l&#8217;emozione e il desiderio degli individui stanno diventando (sono diventati) parte di un algoritmo diffuso, in cui l&#8217;infrastruttura (il social network) ha come unico scopo proprio l&#8217;abilitazione di questi automatismi.<\/p>\n<p align=\"left\">Perch\u00e8? Si pu\u00f2 ipotizzare che coesistano diversi scopi. \u00c8 certo che i soggetti economici attuano questo processo per trarne profitto. E ancora, tra l&#8217;altro, brancolano nel buio, seguendo stormi di consulenti \u201cstrategici\u201d che tentano maldestramente di guidarli tra prediction marketing, attention marketing, esplorazioni di grafi sociali, sistemi esperti ed intelligenze artificiali che osservino l&#8217;utente-algoritmo e ne traggano informazioni e possibilit\u00e0 di intervento.<\/p>\n<p align=\"left\">Ma alcuni soggetti stanno mettendo in atto strategie pi\u00f9 complesse, secondo una prospettiva pi\u00f9 avanzata che \u00e8 possibile assimilare a quella che ha portato ai concetti delle tariffe \u201cflat\u201d che ci propongono sempre pi\u00f9 spesso per acquistare servizi, prodotti ed energia. Queste prospettive hanno impatti dirompenti perch\u00e8 eliminano la fase di critica: un \u201coggetto\u201d prima lontano e ambito poi diventa vicino e accessibile in maniera illimitata, pagando una tassa fissa. L&#8217;effetto \u00e8 che l&#8217;\u201doggetto\u201d scompare, diventa \u201cembedded\u201d nella nostra percezione del reale, un pezzo della nostra quotidianit\u00e0.<\/p>\n<p align=\"left\">Tanto che assieme a lui scompare la possibilit\u00e0 di scelta. In quell&#8217;istante succede qualcosa di incredibile, perch\u00e8 si diventa soggetti che partecipano a qualcosa che \u00e8 difficile non interpretare come \u201cstrane\u201d evoluzioni di nazioni e istituzioni. La \u201ctassa\u201d (flat) con cui ci accaparriamo connettivit\u00e0 ed energia ne fa \u201cscomparire\u201d il valore e trasforma da consumatore in cittadino-di-una-altra-cosa, secondo cui il provider (di energia e connettivit\u00e0, ma gi\u00e0 abbondano gli esempi sul cibo, sull&#8217;acqua, sui trasporti) definisce leggi e regolamenti di nuove nazioni stratificate sulla realt\u00e0 ordinaria, globali, immateriali.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-12.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-36973\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-12.png\" alt=\"numero54_Squatting Supermarkets 12\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-12.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/05\/numero54_Squatting-Supermarkets-12-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Quest&#8217;altra prospettiva, quindi, non descrive il successo di uno o pi\u00f9 siti web, ma l&#8217;assunzione di una molteplicit\u00e0 di cittadinanze in cui pochi soggetti definiscono gli spazi di libert\u00e0 per i propri cittadini. Nel farlo sono opachi e usanno linguaggi e immaginari, e la \u201ctassa\u201d \u00e8 economica e cognitiva.<\/p>\n<p align=\"left\">Questo sta avvenendo contemporaneamente su pi\u00f9 livelli, attualmente in diversi stadi di adozione. Per cui \u00e8 gi\u00e0 possibile parlare di \u201csocial network classici\u201d e di \u201cnuove frontiere\u201d, in cui la rete esce dallo schermo e diventa ancora di pi\u00f9 \u201cembedded\u201d nello spazio del nostro quotidiano, nell&#8217;architettura e nel corpo, aumentando ancor di pi\u00f9 la metafora della nuova \u201cnazione\u201d, del nuovo spazio pubblico.<\/p>\n<p align=\"left\">Ed \u00e8 una specie di invasione, o di squatting del reale, se vogliamo. Applicato da una molteplicit\u00e0 di soggetti che stanno colonizzando i nuovi spazi analogici\/digitali, secondo una definizione pi\u00f9 completa e multidisciplinare di \u201crealt\u00e0 aumentata\u201d.<\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"left\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.fakepress.it\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.fakepress.it<\/a><\/p>\n<p align=\"left\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.artisopensource.net\/shoptivism\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.artisopensource.net\/shoptivism\/<\/a><\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Raccontare l&#8217;altra parte della storia&#8217; \u008f l&#8217;obbiettivo che si propone Squatting Supermarkets, un&#8217;istallazione, una performance, un opera di net art, dei racconti (e si potrebbero usare ancora molte altre parole per descriverla), una coproduzione FakePress\/Art is Open Source, presentata per la prima volta nel novembre 2009 durante il Piemonte Share Festival, vincitrice dello Special Project Award dello stesso festival e del Green Award per la tecnologia a impatto &#8216;0&#8217; dell&#8217;Environemental Park di Torino.<\/p>\n","protected":false},"author":157,"featured_media":36962,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[49,239,207],"tags":[48,53,58],"class_list":["post-10707","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-activism","category-articles","category-issue-054","tag-hacking","tag-interviews","tag-net-art"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v22.4 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Squatting Supermarkets: Le Narrazioni Dello Shoptivism &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/digicult.it\/hacktivism\/squatting-supermarkets-shoptivism-narrations\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Squatting Supermarkets: Le Narrazioni Dello Shoptivism &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"[:en]Telling the other side of the story is the goal that Squatting Supermarkets is aiming at, an installation, a performance, a work of net art, some short stories (and one could use many more words to describe it), a coproduction FakePress \/ Art is Open Source, presented for the first time in November 2009 during the Piemonte Share Festival. 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