{"id":10701,"date":"2010-04-02T12:00:00","date_gmt":"2010-04-02T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-053\/decode-exhibition-software-art-at-victoria-albert-museum\/"},"modified":"2020-12-11T10:59:49","modified_gmt":"2020-12-11T09:59:49","slug":"decode-exhibition-software-art-at-victoria-albert-museum","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-053\/decode-exhibition-software-art-at-victoria-albert-museum\/","title":{"rendered":"Decode Exhibition. Software Art Al Victoria &#038; Albert Museum"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"left\">Quando un\u2019opera d&#8217;arte viene considerata oggetto di design? Quando essa ha un fine utilitaristico? E se non lo possiede ma \u00e8 concepita per racchiudere un concetto che si riferisce all\u2019esperienza umana e che cerca di cogliere qualcosa sull\u2019essenza della nostra esistenza? E\u2019 proprio questa la prima domanda che mi \u00e8 passata per la mente quando sono arrivato al <span class=\"testo_iframebold\">Victoria &amp; Albert Museum di Londra<\/span> per visitare la mostra<span class=\"testo_iframebold\"> Decode<\/span>, aperta al pubblico dall\u20198 Dicembre 2009 fino all\u201911 Aprile 2010.<\/p>\n<p align=\"left\">Nel contesto del museo, tutto il lavoro in mostra era opera di design. La cosa potrebbe suonare una sorpresa per coloro i quali, inizialmente, hanno commissionato o finanziato parte delle opere, visto che gran parte di esse hanno origine all\u2019interno del contesto del mondo dell&#8217;arte. Non so dove potrebbe collocarsi il confine immaginario tra arte e design, ma \u00e8 di certo una questione sollevata dalla mostra Decode. Probabilmente, la cosa pi\u00f9 importante di questa mostra \u00e8 stata la possibilit\u00e0 di far conoscere la <em>media art <\/em>ad un pubblico pi\u00f9 ampio. Nonostante i festival, le conferenze e i dibattiti online, sembra infatti ancora dominare la sensazione che la <em>media art<\/em> operi all\u2019interno di un ristretto quadro di artisti, critici e specialisti.<\/p>\n<p align=\"left\">Il giorno in cui ho visitato la mostra<span class=\"testo_iframebold\"> Decode<\/span>, ho avuto la fortuna di essere con un gruppo di scolari. Di solito \u00e8 terribile essere circondati da bambini che corrono di qua e di l\u00e0 e che urlano mentre voi state cercando di risolvere il contrasto \u201carte vs design\u201d. Ma Decode \u00e8 sembrata rappresentare la possibilit\u00e0 ideale per osservare la reazione della gente, che mai prima d\u2019ora, aveva speso il proprio tempo assimilando e riflettendo sulla tematica dell\u2019arte e del design. Per tali visitatori, i progetti interattivi si sono rivelati spettacolo e intrattenimento: con le opere interattive si intendeva infatti divertirsi e prendere possesso delle immagini.<\/p>\n<p align=\"left\">La <em>media art<\/em> si configura come culla delle rappresentazioni e del divertimento della cultura pop, cosa che mi ha fatto pensare agli strati multipli dell\u2019arte: \u00e8 possibile infatti guardare un programma televisivo come &#8220;Il Grande Fratello\u201d sia per riflettere sul rapporto dei media e della tecnologia con le influenze socio-culturali, ma anche per la sua puerilit\u00e0 e per i pettegolezzi.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-02.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35940\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-02.png\" alt=\"numero53_Decode 02\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-02.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-02-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Lo stesso vale per la mostra<span class=\"testo_iframebold\"> Decode<\/span>. La scolaresca considerava l\u2019opera nel modo pi\u00f9 sublime e fedele: l\u2019opera era divertimento e interattivit\u00e0. E\u2019stato confortante constatare come quei giovani visitatori fossero stati in grado di capire all\u2019istante come utilizzare le opere, prendendo possesso delle immagini e usandole per divertirsi e intrattenersi. Non hanno avuto problemi a mettersi di fronte agli specchi, a posare e farsi fare un ritratto modificato e aggiunto ad un collage da mostrare agli amici.<\/p>\n<p align=\"left\">Decode \u00e8 risultato perfetto quindi per il Victoria &amp;Albert Museum, museo nato per la Great Exhibition di Londra del 1851 concepita per celebrare la cultura e l&#8217;industria del mondo: cosa che si potrebbe sostenere anche per la posizione da cui opera la media art. Si torna a riflettere sulla cosa migliore che l\u2019attuale tecnologia ha da offrirci: lezioni e ammonimenti circa i pericoli potenziali del complesso militare- industriale.<\/p>\n<p align=\"left\"><strong><span class=\"testo_iframebold\">Design as Raw Material<\/span><\/strong><\/p>\n<p align=\"left\">La mostra \u00e8 articolata in tre tematiche che affrontano il concetto di design come prodotto tecnologico, piuttosto che come qualsiasi tipo di metafora artistica. E\u2019 una scelta interessante da fare, in quanto molte opere potrebbero funzionare bene tra loro anche secondo altri temi. Il primo tema \u00e8 <span class=\"testo_iframebold\">Code as Raw Material<\/span>, che espone opere che creano l\u2019arte spontaneamente a partire dal codice. Nel catalogo si legge che i nuovi progetti \u201cintagliati\u201d nello schermo provengono dal materiale grezzo del codice, proprio come una scultura reale potrebbe essere intagliata nell\u2019argilla o nel legno.<\/p>\n<p align=\"left\"><span class=\"testo_iframebold\">Daniel Brown<\/span> espone un suo lavoro della serie <em>On Growth and Form<\/em>, che trae ispirazione dalle collezioni del Victoria &amp; Albert. Queste opere su schermo si trovano su un corridoio stretto che conduce al cuore della galleria. Tale corridoio stretto \u201ccostringe\u201d ad avere un rapporto pi\u00f9 ravvicinato del solito con gli schermi. Una buona decisione da prendere consiste nel ricordare ai visitatori di gallerie tradizionali che queste sono opere che esigono esami approfonditi e che non c\u2019\u00e8 un limite su quanto vicino arrivare ad esse (a differenza delle opere tradizionali forse??), affinch\u00e8 abbiano successo. Gli schermi fluttuanti e a pattern funzionano molto bene e, come primo \u201cassaggio\u201d della mostra, offrono la pi\u00f9 piacevole tra le opere in esposizione, dal punto di vista estetico.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-03.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35941\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-03.png\" alt=\"numero53_Decode 03\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-03.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-03-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p class=\"testo_iframebold\" align=\"left\"><strong>Interattivit\u00e0 come punto di contatto<\/strong><\/p>\n<p align=\"left\">Anche le opere a tema interattivo includono molti nomi famosi, come ad esempio <span class=\"testo_iframebold\">Golan Levin<\/span>. <em>Weave Mirror<\/em> di <span class=\"testo_iframebold\">Daniel Rozin<\/span> offre un\u2019estetica insolita per la mostra, che ricorda ai visitatori che le opere non riguardano solo le immagini stilizzate che possono incontrare nei film o sul monitor. Essa attira lo spettatore e richiedono azione. E\u2019 giusto che tali lavori mettano al centro dell\u2019opera lo spettatore, a volte in modo piuttosto letterale, come nel <em>Venetian Blind<\/em> di <span class=\"testo_iframebold\">Fabrica<\/span>. Questo lavoro pone lo spettatore all\u2019interno di uno specchio in vetro ornato; tuttavia l\u2019immagine ci mette qualche secondo prima di apparire, nello stile delle vecchie foto Polaroid.<\/p>\n<p class=\"testo_iframebold\" align=\"left\"><strong>Networ(th)k<\/strong><\/p>\n<p align=\"left\">L\u2019ultima categoria sembra essere l\u2019unica ad occuparsi del risultato derivante dal nostro utilizzo delle tecnologie e fornisce un&#8217;analisi sul nostro passaggio attraverso il nuovo paesaggio tecnologico. Le opere selezionate sono una risposta alle tracce lasciate in rete dall\u2019attivit\u00e0 creativa e comportamentale dell\u2019uomo. I post dedicati all\u2019opera <em>We Feel Fine<\/em> di <span class=\"testo_iframebold\">Jonathon Harris e Sep Kamvar<\/span> contengono commenti emozionanti. Raccolti da ogni parte del mondo, cercano di rappresentare le informazioni come delle sfere fluttuanti.<\/p>\n<p align=\"left\"><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-04.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35942\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-04.png\" alt=\"numero53_Decode 04\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-04.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/numero53_Decode-04-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"left\">Il giorno in cui ho visitato la mostra, almeno due delle opere non erano funzionanti o erano state interrotte. Dei simboli indicavano al pubblico che le opere erano temporaneamente non in linea ma che presto sarebbero tornate disponibili, come in molte mostre <em>media art<\/em> del mondo, dicendo pi\u00f9 sulla nostra cultura tecnologica contemporanea di quanto qualunque progetto mai creato dagli artisti.<\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"left\"><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/www.vam.ac.uk\/microsites\/decode\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.vam.ac.uk\/microsites\/decode\/<\/a><\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando un&#8217;opera d&#8217;arte viene considerata oggetto di design? Quando essa ha un fine utilitaristico? 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