{"id":10686,"date":"2010-03-01T12:00:00","date_gmt":"2010-03-01T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-052\/the-research-of-knifeandwork-in-between-technology-and-partecipation\/"},"modified":"2020-10-29T11:20:38","modified_gmt":"2020-10-29T10:20:38","slug":"the-research-of-knifeandwork-in-between-technology-and-partecipation","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-052\/the-research-of-knifeandwork-in-between-technology-and-partecipation\/","title":{"rendered":"La Ricerca Dei Knifeandwork. Tra Tecnologia E Partecipazione"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">In nessun posto al mondo realt\u00e0 e finzione si confondono in tal modo come a Los Angeles. E&#8217; la patria di Hollywood ed il luogo con il numero di chirurghi plastici pi\u00f9 alto al mondo. Un luogo dove i ristoranti hanno candele finte di LED e dove la gente si traveste da Obi One Kenobi per andare a fare la spesa. L&#8217;altra sera ero in un ristorante vicino Topanga beach; immerso nel bosco, alberi rigogliosi si intravedevano dalle finestre, cinguettii di uccelli tra le foglie. I suoni del bosco si intrecciavano con il chiacchiericcio dei commensali in una situazione alquanto bucolica. All&#8217;improvviso, silenzio! Gli uccellini smettono di cantare tutti insieme. Il cameriere corre in cucina, e pochi secondi dopo ecco il cinguettio di nuovo. Si era dimenticato di mettere il cd in loop&#8230;<\/p>\n<p>Los Angeles \u00e8 anche una delle esperienze urbane pi\u00f9 <em>hyper-mediatead<\/em> al mondo, una immensa rete distribuita e decentralizzata dove i cartelloni pubblicitari sono immensi schermi a LED, ogni autobus ha almeno tre televisori che trasmettono il proprio telegiornale e se non hai almeno un iPhone sempre con te sei fregato. E ovviamente il cimitero di Hollywood ha una Cappella equipaggiata per lo streaming live dei funerali.<\/p>\n<p>Anche se i <span class=\"testo_iframebold\">Knifeandfork<\/span> non sono cresciuti a Los Angeles (Brian House \u00e8 nato a Denver e al momento \u00e8 di base a NY, Sue Huang vive a Los Angeles ma e&#8217; nata in Arabia Saudita), il loro lavori non possono essere stati concepiti in nessun altro luogo. Hanno prodotto infatti un&#8217;installazione inspirata al film <em>Rashomoon<\/em> di Akira Kurosawa e basata sull&#8217;algoritmo del &#8220;Dilemma del prigioniero&#8221;, preso dal modello della teoria dei giochi (<em>5 &#8217;til 12<\/em>, 2006), trasformato un museo di arte contemporanea in un golf club (<em>Emptiness is Form (golf and donuts)<\/em> al MOCA, 2009), e organizzato una reiterata messa in scena dell&#8217; (in)famoso (&#8220;in-famous&#8221; in inglese rende meglio l&#8217;idea) goal che Diego Armando Maradona segn\u00f2 contro l&#8217;Inghilterra nella Coppa del Mondo del 1986 (<em>Trying the hands of God<\/em>, 2009).<\/p>\n<p>Hanno inoltre prodotto diversi progetti di <em>mobile-technology<\/em> incentrati sulla costruzione di narrative individuali in spazi pubblici (<em>Hunderkopf<\/em>, 2005) e con &#8220;agenti artificiali&#8221; (<em>The Wrench<\/em>, 2008, commissionato da Rhizome per il New Museum of Contemporary Art di New York), per il quale hanno sviluppato un proprio linguaggio open-source, il TXTML.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-02.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35868\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-02.png\" alt=\"numero52_The research 02\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-02.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-02-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Ho avuto modo di conoscere e incontrare Brian House e Sue Huang e ho ritenuto il loro lavoro adatto per un articolo su Digimag. La conversazione che ne \u00e8 scaturita mette in evidenza il metodo di lavoro dei <span class=\"testo_iframebold\">Knifeandfork<\/span> e la loro modernit\u00e0 nel collocarsi in un territorio intermedio, ed estremamente potenziale, tra software art e design<\/p>\n<p><strong>Mattia Casalegno:<\/strong>Iniziamo a parlare dei vostri ultimi lavori di mobile technology. Nel progetto <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/knifeandfork.org\/hundekopf\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Hundekopf <\/a>presentato al Loving Berlin Festival nel 2005 avete usato il Ringbahn,l&#8217;anello ferroviario della citt\u00e0 di Berlino, letteralmente come un luogo di passaggio per narrative basate su messaggi testuali. Dopo che un partecipante \u00e9 stato invitato a salire su un treno del Ringbahn, una sorta di messaggeria automatica sviluppata da voi gli mandava un messaggio ad ogni stazione attraversata.<\/p>\n<p>Ogni messaggio era <em>site specific<\/em>, e l&#8217;aspetto pi\u00f9 interessante \u00e9 stata la contaminazione dell&#8217;esperienza privata, personale, con quella correlata agli spazi pubblici, come pu\u00f2 essere un treno cittadino. Come ha funzionato un progetto del genere nel contesto specifico di una citt\u00e0 come Berlino ? Che tipo di contenuti avete usato per i messaggi mandati?<\/p>\n<p><strong>Knifeandfork:<\/strong> Berlino \u00e8 una citt\u00e0 sfaccettata, piena di crepe. Non conosciamo molto bene la sua storia, ma i cambiamenti che ha attraversato si notano subito girando la citt\u00e0. E&#8217; difficile comprenderne la totalit\u00e0, e la Ringbahnin questo senso aiuta a darne una precisa prospettiva. Ogni citt\u00e0 dovrebbe averne una. La prospettiva che ti offre la Ringbahn \u00e8 unica, e nonostante i luoghi che vedi siano a cielo aperto, ti fanno quasi sentire un osservatore sconsolato, solo, nascosto, su un treno che sembra quasi un Panopticon.<\/p>\n<p>Che succederebbe quindi se questi luoghi mandassero messaggi? Se ogni cambiamento nel tessuto della citt\u00e0 fosse espresso da un voce diversa che ti racconta una storia per ogni luogo, anche se fosse una storia completamente inventata? Avevamo in mente questo quando pensammo ai contenuti. Ma se vuoi sapere esattamente che c&#8217;era scritto nei messaggi, non te lo diremo. Non hanno pi\u00f9 senso se non guardi attraverso il finestrino mentre li leggi.<\/p>\n<p><strong>Mattia Casalegno:<\/strong> L&#8217;avvento delle tecnologie di telecomunicazioni mobili, come i telefonini o palmari, sta profondamente rivoluzionando il modo in cui ci relazioniamo tra di noi e con lo spazio in cui agiamo in generale. Qual&#8217;\u00e8 il vostro punto di vista e cosa vi interessa maggiormente di queste trasformazioni techno-culturali?<\/p>\n<p><strong>Knifeandfork:<\/strong> I telefoni cellulari sono un mezzo di comunicazione davvero affascinante col quale lavorare, per via dell &#8216;intimit\u00e0 che permettono di instaurare con chi li usa. Hai un accesso intimo, come quello di un amico o del tuo partner. E siccome il tipo di comunicazione tra persone mediata dal cellulare (la sua forma, interfaccia, ricezione, larghezza di banda, etc.), \u00e9 la stessa usata in <em>Hunderkopf<\/em>, i confini tradizionali tra il lavoro artistico e la vita reale sfumano.<\/p>\n<p>Allo stesso modo cambia il tuo rapporto con un certo luogo fisico: siamo abituati ad avere un luogo per ogni cosa, ma ora ogni cosa \u00e9 in ogni luogo. Cos\u00ec, la nostra condizione estetica o cognitiva di uno spazio inteso come luogo preposto ad un solo tipo di attivit\u00e0 \u00e9 costantemente manomesso dallo strumento; ci\u00f2 che ci interessa \u00e8 vedere che tipo di estetiche possono emergere da tali trasformazioni.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-03.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35869\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-03.png\" alt=\"numero52_The research 03\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-03.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-03-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Mattia Casalegno: <\/strong>Spesso vi riferite ai vostri progetti in termini di &#8220;pratiche sovversive di racconto mobile&#8221;. Cosa vuol dire esattamente?<\/p>\n<p><strong>Knifeandfork:<\/strong> Beh, non \u00e9 nient&#8217;altro che l&#8217;SMS. Immagina che stai camminando per la strada e ricevi un SMS con su scritto: &#8220;ti sto guardando&#8221;. Continui a camminare per la stessa strada, ma tutto a un tratto il senso di ci\u00f2 che ti circonda \u00e9 cambiato. Sei molto pi\u00f9 cosciente di ci\u00f2 che hai intorno. Il tuo modo di percepire \u00e9 stato immediatamente cambiato da quei 160 caratteri di testo che montano s\u00f9 una storia.Si tratta di orchestrare piccoli interventi affinch\u00e9 la storia si sviluppi da sola con ci\u00f2 che ti sta intorno, col tuo stato mentale.<\/p>\n<p>Non diversamente ad esempio dai lavori Fluxus di <span class=\"testo_iframebold\">George Brecht<\/span> e altri che negli anni &#8217;70 scrivevano poesie che non erano belle in se per s\u00e9, ma provocative solo nel momento in cui venivano &#8220;attivate&#8221; dall&#8217;esterno da chi assisteva in quel momento. Oggi abbiamo le reti, e possiamo decidere il momento preciso in cui attivare certe istruzioni dinamicamente e al momento giusto, e sottolineare contemporaneamente l&#8217;eccessivo potere che questo piccolo strumento si \u00e9 ritagliato nel nostro quotidiano.<\/p>\n<p><strong>Mattia Casalegno:<\/strong> Cos&#8217;\u00e9 il TXTML (<em>TeXT message Markup Language<\/em>)?<\/p>\n<p><strong>Knifeandfork:<\/strong> Il nostro progetto <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/knifeandfork.org\/thewrench\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">The Wrench<\/a> era basato su idee simili agli altri nostri progetti di telefonia mobile, ma era molto pi\u00f9 complesso da realizzare. Esso si basa su una ri-messa in scena di un&#8217;opera di Primo Levi (<em>The moneky&#8217;s wrench &#8211; La chiave a stella<\/em>, 1978), una serie di novelle divertenti raccontate al narratore da un povero operaio specializzato, Tino Faussone. Nel nostro progetto, l&#8217;opera di Levi \u00e8 trasformata in un sistema di scambio di messaggi via cellulare tra i partecipanti e un Tino Faussone moderno interpretato da una forma di intelligenza artificiale.<\/p>\n<p>In un progetto del genere c&#8217;\u00e9 una relazione particolare tra la struttura narrativa e il mezzo tecnico che la supporta. Ci ha sempre interessato molto la creazione di meta-linguaggi, strumenti abbastanza generali da poter ri-utilizzare in altri lavori ma al tempo stesso specifici, che riflettano il nostro gusto artistico. TXTML \u00e9 un modo per semplificare le iterazioni complesse e non lineari che occorrono tra un sistema e i suoi partecipanti. E&#8217; come scrivere le tua sceneggiatura per una storia a tua scelta, dove met\u00e0 del canovaccio \u00e8 vuoto.<\/p>\n<p>Da un punto di vista tecnico \u00e9 esattamente come scrivere in HTML per le pagine web. Ma \u00e9 accompagnato da una piattaforma per mandare e ricevere messaggi, in modo tale da semplificare tutte le complessit\u00e0 che ne derivano. In pratica, scrivi un documento di testo in TXTML, lo carichi in un sistema di messaggeria, e poi ricevi e mandi messaggi al sistema per testare ci\u00f2 che hai in mente.<\/p>\n<p>Il codice \u00e9 open-source e abbiamo fatto del nostro meglio per renderlo utilizzabile da altri, sebbene al momento solo met\u00e0 delle sue funzioni sono documentate e richiede un po&#8217; di esperienza tecnica per farlo girare la meglio (maggiori informazioni le trovi qui: <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/txtml.org\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/txtml.org<\/a>).<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-04.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35870\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-04.png\" alt=\"numero52_The research 04\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-04.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-04-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Mattia Casalegno: <\/strong>In uno dei vostri primi progetti per la serie <em>Engagement Party<\/em> al MOCA (Museo di Arte Contemporanea, Los Angeles), avete ricontestualizzato il popolare gioco del golf proponendolo come evento sociale, dove gli avventori sono incoraggiati ad organizzarsi in squadre e utilizzare palline da golf equipaggiate con <em>RFID tag<\/em>. La cosa che mi ha intrigato di pi\u00f9 \u00e9 il titolo del progetto: <em>Emptiness is Form (Golf and Donuts)<\/em> (<em>Il Vuoto \u00e9 Forma (Golf e Ciambelle)<\/em>. Che vuol suggerire questo titolo?<\/p>\n<p><strong>Knifeandfork:<\/strong> <a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/knifeandfork.org\/thewrench\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Emptiness is Form<\/a> \u00e9 una semplice equazione Buddista che cerca di spiegare la plasticit\u00e0 del concetto che ogni idea che abbiamo di qualcosa non \u00e9 assoluta. Il golf e le ciambelle hanno in comune il fatto di creare e distruggere buchi: quando giochi al golf stai in effetti riempiendo un vuoto, cio\u00e8 distruggendo un buco. Quando fai una ciambella \u00e8 lo stesso: fai un buco. Ma poi te la mangi e distruggi il buco. Nel nostro gioco accade esattamente questo, ottieni un buco con la ciambella intorno quando segni una buca con la pallina.<\/p>\n<p>Se ci pensi, nel golf gli spazi negativi &#8211; la lontananza &#8211; sono quelli da conquistare e gli spazi positivi &#8211; gli ostacoli &#8211; sono da evitare. In un museo, dove in genere una persona fissa i muri bianchi o gli oggetti in giro, ti devi far spazio attraverso spazi vuoti. Nello stesso modo il nostro percorso invitava i giocatori ad esplorare spazi dimenticati, stanzini e scale di servizio del museo, dando pi\u00f9 importanza a questi luoghi che alle gallerie bianche del museo. Si tratta di capire e cambiare i modi in cui abitiamo lo spazio.<\/p>\n<p>E le persone la presero in un modo molto naturale e giocoso: sentire come le persone si arrabbiavano con gli amici quando non rispettavano le regole mentre svolazzavano mazze da golf tra i capolavori dello scorso secolo. Non c&#8217;\u00e8 niente di meglio!<\/p>\n<p><strong>Mattia Casalegno: <\/strong>Nel progetto<a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/knifeandfork.org\/thewrench\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Trying the Hands of God<\/a>, ricontestualizzate una narrativa mediata a livello mondiale in una esperienza personale e soggettiva, ripetuta per ogni partecipante, con una strategia quasi da &#8220;Web 2.0&#8221;, in cui l&#8217;esperienza \u00e8 altamente personalizzata. Sembra quasi che abbiate voluto &#8220;ridistribuire&#8221; un evento cosi mass-mediato, come il fallo di mano di Maradona contro l&#8217;Inghilterra nei quarti di finale del Campionato Mondiale di calcio del 1986 in Messico, fino ad un livello individuale. Perch\u00e9 avete scelto proprio questo gesto cosi popolare?<\/p>\n<p><strong>Knifeandfork:<\/strong> L&#8217;idea avrebbe potuto funzionare con ogni altro evento della stessa portata; volevamo un evento storico, vissuto da tutti, e ripetuto all&#8217;infinito dalla TV e Internet. Il gesto di Maradona aveva un sacco di particolari interessanti: ruppe le regole del gioco, fu un gesto astuto, politico in un certo senso, di portata internazionale e quasi religioso (nell&#8217;uso della parola &#8220;Dio&#8221; da parte di Maradona).<\/p>\n<p>E&#8217; stato un gesto bellissimo, lo ritrovi dovunque su Youtube. Gli angelini (abitanti di Los Angeles, ndt.) sono internazionali e amano il calcio, ed era anche un bel gioco di parole: volevamo qualcosa in relazione ai concetti di fortuna e bravura, e la frase &#8220;the hand of god&#8221; sintetizza bene questi concetti.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-05.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-35871\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-05.png\" alt=\"numero52_The research 05\" width=\"680\" height=\"496\" srcset=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-05.png 680w, https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/numero52_The-research-05-300x218.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Mattia Casalegno: <\/strong>In che modo un contesto come quello del MOCA ha influenzato il progetto?<\/p>\n<p><strong>Knifeandfork:<\/strong> Beh, lavorare al MOCA ha significato avere una scultura gigantesca di Nancy Rubins a centro campo! Abbiamo dovuto far fronte ad alcuni compromessi, ma una volta che la nostra audience ha iniziato a crederci, ci siamo resi conto che la trasformazione dello spazio aggiungeva un altro livello (un tema di tutti i nostri lavori presentati al MOCA) dimostrando la permeabilit\u00e0 del rituale che avevamo messo in piedi. Anche solo visualmente era un mix interessante tra lo Stadio Azteca di Citt\u00e0 del Messico e il MOCA stesso.<\/p>\n<p>Saltarono fuori cose interessanti quando dovemmo ad esempio decidere dove mettere le porta&#8230;e non c&#8217;era assolutamente posto per la rete. Decidemmo di delineare l&#8217;area della porta con del nastro adesivo bianco e pensammo che forse la gente non avrebbe capito. Invece and\u00f2 tutto liscio. Un cosa davvero bella successe il giorno prima dell&#8217;evento, appena dopo aver finito di mettere il prato sintetico: una scolaresca di scuole medie pass\u00f2 nelle vicinanze e per sfortuna della maestra, per sbaglio, il pallone fini tra i piedi di un ragazzino.<\/p>\n<p>Immediatamente fu un tutti-contro-tutti. Un gruppo di ragazzini stava davanti al trompe d&#8217;oeil della porta e gli altri tiravano pallonate a non finire. Esattamente come dovrebbe essere una gita ad un museo!<\/p>\n<p><strong>Mattia Casalegno:<\/strong> Piani per il futuro? A cosa state lavorando al momento?<\/p>\n<p><strong>Knifeandfork:<\/strong> Abbiamo appena curato una serie di piccoli eventi con una band di Brooklyn, i Live Footage: durante i loro concerti proiettiamo varie riprese dal vivo della band e del pubblico su piccoli schermi disposti sul palco, aggiungendo filtri video e cercando di creare feedback visivi tra la band stessa e l&#8217;audience. Inoltre, a breve faremo un libro, un po&#8217; di rumore e magari un viaggio da qualche parte.<\/p>\n<hr \/>\n<p><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/knifeandfork.org\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/knifeandfork.org<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testo_iframebold\" href=\"http:\/\/txtml.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/txtml.org\/<\/a>\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Anche se i Knifeandfork non sono cresciuti a Los Angeles (Brian House \u008f nato a Denver e al momento \u008f di base a NY, Sue Huang vive a Los Angeles ma e&#8217; nata in Arabia Saudita), il loro lavori non possono essere stati concepiti in nessun altro luogo. Hanno prodotto infatti un&#8217;installazione inspirata al film Rashomoon di Akira Kurosawa e basata sull&#8217;algoritmo del &#8216;Dilemma del prigioniero&#8217;, preso dal modello della teoria dei giochi (5 &#8217;til 12, 2006), trasformato un museo di arte contemporanea in un golf club (Emptiness is Form (golf and donuts) al MOCA, 2009), e organizzato una reiterata messa in scena dell&#8217; (in)famoso (in-famous in inglese rende meglio l&#8217;idea) goal di Maradona che fece vincere la Coppa del Mondo del &#8217;86 all&#8217;Argentina (Trying the hands of God, 2009). Hanno inoltre prodotto diversi progetti di mobile-technology incentrati sulla costruzione di narrative individuali in spazi pubblici (Hunderkopf, 2005) e con &#8216;agenti artificial&#8221; (The Wrench, 2008), per il quale hanno sviluppato un proprio linguaggio open-source, il TXTML.<\/p>\n","protected":false},"author":155,"featured_media":35867,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[239,205],"tags":[80,53,67],"class_list":["post-10686","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-articles","category-issue-052","tag-interaction","tag-interviews","tag-software-art"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v22.4 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>La Ricerca Dei Knifeandwork. Tra Tecnologia E Partecipazione &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/digicult.it\/digimag\/issue-052\/the-research-of-knifeandwork-in-between-technology-and-partecipation\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"La Ricerca Dei Knifeandwork. Tra Tecnologia E Partecipazione &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"[:en]Even if the Knifeandfork were not raised in Los Angeles (Brian House is from Denver and based in NY, Sue Huang currently lives in LA but was born in Saudi Arabia) their art seems to me quintessential to such odd place. They designed an user-oriented fictional narrative inspired to Kurosawa&#039;s film Rashomoon based on the algorithm of the \/Prisoner&#039;s Dilemma \/game theory model (5 &#039;til 12, 2006); transformed a contemporary art museum in a golf club (Emptiness is Form (golf and donuts) at MOCA, 2009), and staged a public continuous reenactment of the infamous Maradona&#039;s goal that leaded Argentina to victory at the 1986 World Cup (Trying the Hand of God, 2009). [:it]Anche se i Knifeandfork non sono cresciuti a Los Angeles (Brian House \u008f nato a Denver e al momento \u008f di base a NY, Sue Huang vive a Los Angeles ma e&#039; nata in Arabia Saudita), il loro lavori non possono essere stati concepiti in nessun altro luogo. 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